TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 10 gennaio 2016

i muri di Antonio Tàpies



L’artista che dipingeva i suoi sogni sui muri


Achille Bonito Oliva

Antoni Tàpies


Sicuramente Antoni Tàpies è uno degli artisti più rappresentativi della cultura europea del secondo dopoguerra. La Fondazione che porta il suo nome a Barcellona è il deposito di un patrimonio iconografico senza pari, oltre quattrocento tra pittura, scultura e disegni. Egli è stato al centro dell’arte del secolo scorso, come dimostra anche la sua collezione privata di capolavori che raccoglie i nomi più importanti e significativi: da Picasso a Mirò, da Klee a Pollock. La Fondazione ne ha esposti una ventina insieme a quaranta opere dell’artista catalano. La mostra si chiude oggi, ma è l’occasione di una riflessione sull’influenza del maestro morto tre anni fa.

Di Tàpies (Barcellona, 1923 – 2012) prevale come superficie pittorica il muro, la sua composta consistenza, un orizzonte a parete che corre fermo e irremovibile a sbarrare lo sguardo. Un tracciato dentro la sostanza cementata che accoglie e trattiene ogni segno in maniera duratura. Le immagini restano impigliate dentro lo spessore di una materia densa, corrono a ripararsi nella sostanza del muro, da dove non è possibile fuggire lontano.



Qui l’arte mostra la sua capacità di ergersi contro ogni instabilità. Lasciare una traccia significa incidere, entrare dentro la materia con polso fermo, oppure andare velocemente incontro alla parete per segnare in corsa la cifra del proprio passaggio. Caso e decisione, geometrie e forme aperte si pongono in posizione ferma, immagini astratte di una presenza che non trova altre testimonianze al di fuori di queste tracce: «Non riesco a capire l’atto creativo senza farlo dipen- dere interamente da un atteggiamento personale », dice Tàpies.

Dunque, la sua scelta della parete e del muro, un supporto utilizzabile da tutti, ma individuato dall’artista come superficie duratura del gesto pittorico. Forse il muro è di tutti perché tutti lo possono guardare, patrimonio dell’occhio sociale. Il sogno dell’arte possiede la forza di farsi vedere e di apparire a coloro che artisti non sono. Tàpies porta il proprio a contatto del pubblico. Abbassa il volo delle sue immagini all’altezza dello sguardo collettivo su un supporto leggibile da tutti. Qui avviene che tempo e spazio concretizzano i loro intrecci e fissano il loro incontro in forme visibili. I segni sono quasi sempre graffiti, grumi di materia, piccoli squarci e ferite che si rapprendono dentro la sostanza della pittura.

Il muro di Tàpies è attraversato da una scrittura duratura e pure precaria, fatta di segni muti e calchi di oggetti. Come caduti in una sostanza che li abbia poi cementati dentro di sé senza più farli fuggire. Il sogno di Tàpies è interamente calato nel quotidiano, cita immagini nella prosa innumerevole di piccoli oggetti, piccoli incidenti di forme che s’incontrano fra loro. Frutto della memoria lunga dell’arte che trova nella fantasia individuale del suo artefice di dare lunga vita al deperibile.



Tàpies è il creador di un lungo sogno, quanto tutti muri che circondano la Spagna e l’Europa. Stampi, calchi, concavo e convesso, ritmano la superficie secondo accordi e dissonanze spaziali. Il muro creado è l’opera che porta dentro di sé le pulsioni di una mano libera da qualsiasi alfabeto definitivo. Qui non esiste ripetizione, ma prevale l’onnipotenza del gesto irripetibile e individuale che designano l’energia morale dell’opera di Tàpies. Il sogno dell’artista catalano è di spostare ogni convenzione del quotidiano sul piano verticale della parete, dove tutto si tramuta in occasione di segno. Talvolta il muro è colorato, attraversato da molti rivoli cromatici che inondano la superficie come a sommergere la materia per portarla in una nuova condizione squillante che ne trasfigura l’origine. Chiara e lampante è la consapevolezza dell’artista che soltanto il processo creativo può restituire alla materia nuova energia e durata.

L’intero percorso espositivo, quaranta opere di Tàpies dalla metà degli anni Quaranta agli anni Ottanta e la presenza di circa venti capolavori da lui collezionati di Klee, Miró, Schwitters, Kandinskij, Ernst, Duchamp, Kline, Pollock, Dubuffet, Francis, Motherwell, conferma un originale sogno dell’arte, un’apparizione disponibile per ogni sguardo, pronta a tramutarsi in comunicazione seppure attraverso un alfabeto visivo che conosce i labirinti del linguaggio.



Evidente il suo impegno ad allargare il contagio dell’arte, portare il quotidiano verso una nuova condizione travolgendo ogni codice e previsione per approdare alla sorpresa di un altrove. Composizione con figure (1947), Vernis sobre blanc (1979), Due quadrati bianchi (1981) testimoniano il lungo tragitto di un artista che ha saputo confrontarsi con le avanguardie storiche (Espressionismo, Astrattismo, Surrealismo) e con quelle del proprio tempo (Informale, New Dada e Pop Art).

Alcune opere anticipano il Graffitismo a prova che i sogni di Tàpies possono liberamente circolare. Partono dalle immagini dell’arte e poi dirottano ad un’altezza più accessibile, fino ad arrivare alle bocche, agli orecchi e agli occhi comuni. Etica ed estetica trovano qui una coniugazione armoniosa che ha permesso a Tàpies di attraversare diversi climi politici e sociali, franchismo e ritorno alla democrazia con spirito resistenziale e attitudine sperimentale. Un’avventura creativa e un monito a futura memoria per un’Europa in cui ben altri muri vengono eretti.


La Repubblica – 10 gennaio 2016