TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 18 gennaio 2016

Leopardi: natura non solo matrigna



Un libro ridefinisce l'atteggiamento di Giacomo Leopardi verso la natura. Ne esce l'immagine di un filosofo naturale nella migliore tradizione illuminista.

Armando Massarenti

Leopardi: natura non solo matrigna



Se la vulgata sulla concezione della natura in Giacomo Leopardi si riducesse al suo essere “matrigna“ (come ahinoi avviene in quasi tutte le scuole) avremmo un’immagine assai misera del pensiero del poeta. Il quale a tutti gli effetti, invece, ci appare grandissimo anche come filosofo proprio se consideriamo la profondità e la continuità con cui si è occupato delle varie scienze, dalle prime opere giovanili (la Storia dell’astronomia, scritta a soli 13 anni) fino alla fine dei suoi giorni.

Gaspare Polizzi ha scritto un bellissimo libro intitolato Io sono quella che tu fuggi (Edizioni di Storia e Letteratura, pagg. 136, € 17) in cui mostra «la ricchezza della concezione leopardiana della natura e la presenza in essa di una trama di conoscenze scientifiche, significativa rispetto al sapere del tempo e talmente efficace da indirizzare non solo tante riflessioni sulla natura disseminate nello Zibaldone, ma anche la filosofia della natura che emerge dalle Operette morali, opera “filosofica, benché scritta con leggerezza apparente” (Lettera ad Antonio Fortunato Stella, Recanati 6 dicembre 1826), e che traspare, se pure nello stile “vago” e indefinito scelto dall’autore, nei Canti e negli altri componimenti poetici».



Polizzi considera giustamente Leopardi un ”filosofo naturale” nell’accezione che rinvia al philosophe illuminista e mette in evidenza le competenze scientifiche che contribuiscono all’originalità della sua filosofia: astronomia, cosmologia, matematica, chimica, biologia, storia naturale, fisica, tecnologia, storia della scienza, antropologia. La natura matrigna, rappresentata da una «forma smisurata di donna» (la si vede personificata anche nel film di Martone) è quella che, secondo la vulgata, ha fatto tanto soffrire il poeta.

Sottolineando questo aspetto, non si capisce però quanta gioia ha dato a Leopardi lo studio delle scienze, veicolo di un atteggiamento scevro da ogni forma di autoinganno che pervade tutta la sua riflessione. Polizzi cita nella prefazione un articolo del fisico Carlo Rovelli uscito su Domenica il 17 dicembre 2014 intitolato «Non possiamo non dirci naturalisti» dove il naturalismo è definito come «l’atteggiamento filosofico di chi ritiene che tutti i fatti che esistono possano essere indagati dalle scienze naturali, e noi stessi siamo parte della natura.

Non è naturalista chi assume realtà trascendenti che possiamo conoscere solo attraverso forme non indagabili dal pensiero scientifico». Una definizione che si attaglia perfettamente al pensiero leopardiano. Le scienze predilette da Leopardi erano l’astronomia, la chimica e la biologia.

L’astronomia, più di ogni altra scienza moderna, ha mostrato lo scarto tra gli errori che commette il senso comune e le verità che la scienza può disvelare: «Ci fa “vedere” un mondo che contraddice le nostre più elementari esperienze sensibili e mette di conseguenza in discussione le certezze più consolidate, tra le quali quella, fondamentale, del primato dell’uomo nel cosmo. Il punto di vista dell’astronomia moderna permette così a Leopardi di sviluppare fino alle più estreme conseguenze la potenza della ragione critica». Nello Zibaldone (2/12 agosto 1823) si trova una chiara indicazione del rilievo filosofico della “rivoluzione copernicana” nel rapporto tra uomo e natura, che riconosce insieme la piccolezza umana e il carattere “periferico” del nostro sparuto pianeta.



L’astronomia, ma anche la biologia (vi sono pagine che mostrano la conoscenza di dispute che portano diritte al contesto da cui scaturì l’idea darwiniana della vita) e la chimica (con Lavoisier come protagonista) continuano a interessare Leopardi per tutta la vita. Attraverso di esse prosegue la sua riflessione sul ruolo dell’errore (e del suo superamento) nella crescita della conoscenza che iniziò giovanissimo con il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi. Non deve stupire se la moderna ragione scientifica e filosofica viene posta in contrasto con la sapienza degli antichi, che peraltro furono anch’essi campioni di naturalismo. È che la distruzione sistematica degli “errori” - nota Leopardi - finisce per distruggere anche le “illusioni” necessarie per vivere.

Ma questa consapevolezza, da cui deriva una riflessione assai matura sulla filosofia morale degli antichi e di come possa essere utile ai moderni, non si trasforma mai in Leopardi in critica all’unica fonte attendibile della nostra conoscenza, che possiamo trovare solo nelle sue amate scienze.


Il Sole 24Ore – 17 gennaio 2016