TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 7 gennaio 2016

Lo scandalo delle banche. Una costante della storia italiana



Sarà anche vero l'aforisma di Brecht che è peggior reato fondare una banca che rapinarla o la credenza di una certa sinistra nel carattere criminogeno del capitalismo, certo è che gli scandali italiani in campo economico-finanziario non hanno eguale per continuità e sistematicità nell'Occidente avanzato. Il che la dice lunga sulle caratteristiche profonde di un paese che esprime costantemente una tale classe dirigente.

Gian Antonio Stella

Le banche e gli scandali una storia infinita


S’affondano le mani nelle casse, crac! / si trovano sacchetti pieni d’oro, crac!» Pare scritta ieri mattina, la canzone Il crac delle banche del 1896. Nulla spiega la diffidenza degli italiani per le promesse di condanne esemplari ai colpevoli di oggi, quanto la memoria di ieri: salvo eccezioni, i banchieri son sempre rimasti impuniti.

Se la cavò con una censura Pietro Bastogi, che dopo essere stato «il banchiere del granduca» di Toscana e poi il ministro delle Finanze del neonato Regno d’Italia, passò dall’altra parte del tavolo e, fondata la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio andò a incassare il gigantesco appalto (dopo aver distribuito promesse e «zuccherini», pare) per costruire le Strade Ferrate Meridionali. Dove nel Cda sedevano, su 22 consiglieri, 14 parlamentari.



E se la cavarono con un po’ di polemiche sui giornali, senza esser mai indagati davvero dai giudici (che anzi si accanirono contro il deputato Cristiano Lobbia che aveva denunciato lo scandalo) Domenico Balduino del «Credito mobiliare» e gli amici banchieri che nel 1868 vinsero la gestione per vent’anni della Regia Tabacchi (il monopolio che era secondo Rothschild la principale entrata del Regno) in cambio di 180 milioni (raccolti con la vendita di obbligazioni garantite dallo Stato!) e cioè meno della metà dei 400 milioni offerti a tassi più bassi da un gruppo di banchieri francesi e britannici.

Per non dire della Banca Romana del 1893 quando Bernardo Tanlongo, un fattorino salito su su fino a governatore, inguaiato dalla bolla immobiliare post-unitaria, usò la possibilità di batter moneta per emetter decine di milioni di lire «abusive», un’enormità, per coprire un buco spropositato e vent’anni di bilanci falsi. Le prove erano schiaccianti. Ma «sor Tanlongo» diede un’intervista spiegando d’aver dato soldi a tutti: «Se precipito giù casco in buona compagnia». L’anno dopo il Corriere titolava: «Assoluzione di tutti gli accusati». E le carte che li inchiodavano? Misteriosamente sparite.

E giù giù, di decennio in decennio, sono finite nel nulla le denunce di Giacomo Matteotti nell’ultimo articolo scritto prima d’essere assassinato: «La condotta della Banca Commerciale riguardo al prestito polacco è uno dei casi di sfrenata cupidigia consentita dai governanti fascisti...» E poi lo scandalo del «banchiere di Dio» Giovan Battista Giuffrè, che negli anni 50 infinocchiò migliaia e migliaia di italiani, ma soprattutto parroci e vescovi, garantendo strabilianti interessi del 100%. Una catena di Sant’Antonio tollerata perfino da un rapporto della Finanza («La figura del Giuffrè appare marcatamente distinta da eccezionale vena d’altruismo rivolta al bene considerato nello spirito cristiano») fino alla bancarotta. Devastante. Ma coperta dalla Dc che bocciò alla Camera, per due voti, la proposta di abolire il segreto d’ufficio per le banche più coinvolte. E il «banchiere di Dio»? Finì in una cella. Non di un carcere, però: di un convento. Mentre l’inchiesta, con gli atti depositati sei anni dopo (sei anni!) evaporava…



E via così, di crac in crac… Come quello della Carical (Cassa Risparmio Calabria e Lucania), sprofondata in un baratro a causa di mutui dati sulla garanzia di edifici abusivi, finanziamenti ad aziende che non tenevano i bilanci, prestiti concessi ipotecando due o tre volte la stessa casa…

Tutto finito con 15 assolti su 16 imputati in primo grado e uno strascico di ricorsi e controricorsi fino alle prescrizioni. Proprio come nel caso del Banco di Napoli: i giudici scoprirono che per anni c’era stato un sindacalista ogni 9 dipendenti, che i depositi erano strapieni fino ai soffitti di lenzuola accettate in pegno per prestiti impossibili da recuperare, che la controllata Isveimer distribuiva stipendi medi di 375 milioni di lire e insomma la gestione era stata così scellerata da fare un crac di 9 miliardi di euro attuali. La sentenza per i buchi dei primi anni 90 è arrivata nell’estate del 2003. Titolo Ansa: «Banconapoli, assolti ex dirigenti». E così è andata più o meno anche per la Banca di Girgenti, travolta da un’ondata di arresti per «bancarotta, falso in bilancio, false comunicazioni sociali, appropriazione indebita»… Sette condanne (lievi) in primo grado, due in appello. E gli altri? Ciao ciao…



Storie di «terroni»? Per niente. Basti ricordare la storiaccia bruttissima del Banco Ambrosiano. Un caso per tutti, quello di Roberto Calvi: arrestato il 5 maggio 1981, fu condannato esattamente due mesi dopo a 4 anni di carcere e 15 miliardi di lire di multa ma subito scarcerato. Grazie. Come sia finita per lui sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, si sa. Ma gli altri? Le condanne in primo grado furono dure, quella volta. E colpirono 33 persone. In appello, però erano già scese a 17. Dopo la Cassazione le manette scattarono solo per due: un figuro secondario e l’indifendibile Licio Gelli. E potremmo andare avanti, con queste cronache, per ore e ore. Dalla bossiana Credieuronord affondata con pochi maxi-prestiti a capi leghisti al «rosso» Monte dei Paschi di Siena, dalla Popolare di Lodi a tante altre.

E ogni volta grandi falò di indignazione, parole tonanti, solenni giuramenti: «Mai più! Mai più!» Ma che fine faranno, di ricorso in ricorso, tutti gli altri processi aperti in questi anni che ciabattano stanchi di rinvio in rinvio? Con quei precedenti …


Il Corriere della sera – 6 gennaio 2016