TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 9 gennaio 2016

Maligno tessitore? No, abile statista. Rivalutiamo il cardinale Richelieu



Sicuramente Armand-Jean du Plessis de Richelieu fu un grande politico, ma per noi resta il “cattivone” dei Tre Moschettieri, il capo di una “Spectre” del Seicento, sconfitta dal prode D'Artagnan.


Sergio Romano

Maligno tessitore? No, abile statista. Rivalutiamo il cardinale Richelieu



Quando I tre moschettieri erano straordinariamente popolari, i loro giovani lettori non potevano apprezzare i meriti e le virtù di Armand-Jean du Plessis de Richelieu, cardinale e ministro dirigente di Luigi XIII, re di Francia e di Navarra. L’autore del romanzo, Alexandre Dumas, ne aveva fatto un gelido tessitore di trame nazionali e internazionali, circondato da antipatiche guardie con cui i moschettieri non perdevano occasione per incrociare le spade. Non so se il libro goda ancora della stessa popolarità, ma il ritratto di Richelieu è senza dubbio ingiusto.

Il cardinale non fu soltanto un uomo politico. Fu anche uno stratega e ne dette la prova in parecchie circostanze. Fece occupare la Valtellina nel 1624 per interrompere la via di comunicazione, che passava attraverso le Alpi grigionesi, che permetteva alla Spagna e all’Austria di prestarsi assistenza e dominare insieme una larga parte d’Europa. Conquistò La Rochelle nel 1628 perché gli ugonotti, con l’aiuto degli inglesi, avevano trasformato questo porto sull’Atlantico in una enclave protestante, sottratta alla corona del re di Francia. Ma si alleò con un re protestante (Gustavo Adolfo di Svezia) contro l’impero cattolico degli Asburgo, perché le lealtà religiose gli sembrarono sempre meno importanti degli interessi nazionali francesi.

Lo Stato era la sua passione. Quando conquistò il potere la Francia era ancora un complicato intreccio di corporazioni e prerogative feudali, dove la nascita garantiva l’esercizio delle funzioni pubbliche e i poteri si trasmettevano da una generazione all’altra. Lui stesso, paradossalmente, ne forniva una prova. Era nato in una famiglia a cui era stato conferito da un secolo il diritto di nominare il vescovo di Luçon, una piccola città nel dipartimento della Vandea. Quando il fratello rifiutò di indossare l’abito talare, la carica gli cadde sulle spalle. La berretta cardinalizia verrà pochi anni dopo, quando il giovane vescovo, durante un viaggio a Roma, riuscirà a conquistare le simpatie del Papa.























Come nel caso di altri due cardinali, francesi ma di origine italiana (Mazarino e Retz), la carica poteva schiudere le porte del potere. Ammesso a corte, Richelieu impiegò una buona parte della sua vita a smantellare le vecchie strutture dello Stato francese e molto tempo, negli ultimi anni, a spiegare, per il re e i suoi eredi, di quali mezzi e criteri si fosse servito per cambiare il volto istituzionale del Paese. Abolì molti privilegi, creò una funzione pubblica, spiegò al sovrano come giudicare e scegliere i suoi consiglieri, come tenere a bada le grandi corporazioni, gli ordini religiosi e i corpi intermedi della società francese. In un’epoca dominata dal conflitto tra cattolici e protestanti, Richelieu gettò le fondamenta di uno Stato più secolare, guidato soltanto dai propri interessi.

Mentre le grandi religioni nemiche si logoravano a vicenda, Richelieu creava una fede nuova: la religione dello Stato. Un saggista cattolico di padre francese e madre inglese, Hilaire Belloc, ha scritto che il risultato di questo instancabile lavoro del cardinale fu «una nuova nazione moderna perfettamente organizzata, sottomessa a un forte potere monarchico centrale, arrivata rapidamente all’apogeo dell’arte nelle lettere, nell’architettura, nella pittura, nella scultura e nella scienza, e formante un modello al quale il nuovo ideale del nazionalismo si sarebbe conformato».

Su questa impresa esiste una specie di libro mastro pubblicato nel 1667, venticinque anni dopo la morte dell’autore, con il titolo Testamento politico . Richelieu vi aveva raccolto, per il re di Francia, la cronaca dei maggiori avvenimenti della propria vita e tutti gli ammaestramenti che avrebbero permesso alla dinastia di perpetuare la gloria del regno. L’editore Aragno ne ha fatto una nuova edizione e ne ha affidato la cura a uno studioso di Richelieu, Alessandro Piazzi. Per molti Paesi che occupano arbitrariamente uno spazio sulla carta geografica, questa guida alla creazione di uno Stato è ancora tragicamente attuale.


Il Corriere della sera – 8 gennaio 2016