TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 14 gennaio 2016

Perché è scandaloso che un ebreo nasconda la kippah



La tradizione ebraica vuole che ci si copra il capo in segno di rispetto verso Dio. L’appello in Francia a rinunciare al copricapo è segno dell’antisemitismo crescente in Europa.

Siegmund Ginzberg

Perché è scandaloso che un ebreo nasconda la kippah



Kippah o non kippah? La diatriba tra gli esponenti dell’ebraismo francese che invitano a non indossare per strada la kippah «per non essere riconosciuti come ebrei», e quelli che lo bollano come incitamento alla viltà e al «disfattismo », è il segno allarmante degli effetti dell’antisemitismo che cresce in Europa. Solo immaginare di dover rinunciare a un simbolo religioso per non essere aggrediti è terribile. Ma è anche qualcosa di surreale. Se non altro perché tutta la storia dell’intolleranza in Europa è sempre passata attraverso l’obbligo per gli ebrei di distinguersi dagli altri, non la loro libertà di indossare o non indossare quel che gli pare: che si tratti di un particolare copricapo o di altro segno distintivo come l’infame stella gialla imposta dai nazisti.

La kippah, dalla parola ebraica che significa calotta (e che forse ha la stessa etimologia del nostro “cappello”), chapeo nel castigliano antico dei sefarditi, yarmulke in yiddish, che si potrebbe dire “papalina” in italiano (perché identico al copricapo indossato dal Papa e dai cardinali), non è affatto un obbligo religioso prescritto dalla Bibbia.

Neanche gli ultraortodossi sostengono che lo sia. Quando a metà Anni ’80 Ronald Reagan ricevette alla Casa bianca i lubavich (quelli che girano per New York con riccioli, palandrana e cappellone nero) gli chiese quale fosse il significato religioso della kippah. «Signor Presidente, per noi è un segno di rispetto », gli rispose rabbi Shemtov. Il Talmud si limita a prescrivere: «Copriti la testa per mostrare che hai timore del Cielo». Le leggende di Rabbi Nachman raccontano che a iniziare la pratica di fargli coprire la testa fu sua mamma, convinta che solo il timor di Dio potesse salvarlo dalla perdizione.

Nella forma attuale risale al Settecento. Fino a qualche secolo fa non era obbligatorio nemmeno durante i riti religiosi. Nell’Europa dell’Est erano più in voga i larghi cappelli orlati di pelliccia, che ancora vengono sfoggiati dagli ortodossi per i giorni di festa. È segno di rispetto verso gli ebrei indossare un cappello — qualsiasi cappello, a rigore anche un fazzoletto — durante le loro cerimonie, così come per i cristiani lo è togliersi il cappello in chiesa. In Sinagoga o a una Sèder di Pèsach è normale prestare la kippah a un ospite non ebreo.



Solo più di recente si sono moltiplicate le simbologie identitarie. In Israele, ad esempio, indossare una kippah a uncinetto identifica come sionisti o conservatori, in pelle come ortodossi moderni, nera come apprendisti rabbini o chassidim, bianca identifica i seguaci di Rabbi Nachman, in seta i riformatori, quella ricamata i sefarditi e i riformisti.

Una funzione completamente diversa da quella religiosa o politica è l’uso identitario, quello per cui chi indossa la kippah si identifica come ebreo, sia che lo faccia in sinagoga, sia lo che lo faccia per strada. Niente di male, ci sono situazioni in cui è sacrosanto rivendicare la propria identità, specie per i perseguitati (io sono nato poco dopo l’Olocausto e questa è la ragione per cui mio padre volle assolutamente che fossi circonciso, anche se lui non era né credente né praticante). Ma altrettanto lecito e fondato in molti secoli di cultura ebraica e di persecuzioni è il non ostentare eccessivamente la propria ebraicità, il non gridarla inutilmente di fronte a chi vuole male agli ebrei.

Nella Bibbia gli ebrei si fanno massacrare pur di non rinnegare il proprio Dio, non inchinarsi agli dei degli altri. I fratelli Maccabei si fanno ammazzare l’uno in modo più atroce dell’altro pur di non consumare la carne di maiale che gli viene imposta dal satrapo ellenistico Antioco. Ma nulla impone, o al contrario proibisce, di esibire in pubblico una certa foggia di vestire o di coprirsi il capo. Dovrebbe essere una questione di libertà, condizionabile solo da esigenze di sicurezza.

    L'ebreo con la kippah.  Illustrazione antisemita

Per quanto riguarda la Francia bisogna ricordare anche che la discussa legge del 2004 proibisce di indossare pubblicamente nelle scuole il velo islamico, i kippot (plurale di kippah) o altri vistosi simboli religiosi. Non è dunque uno scandalo religioso suggerire di non indossarli nemmeno per strada. Ma è scandaloso che nel cuore dell’Europa gli ebrei debbano pensare di nascondere la propria identità per paura.

Gli ebrei erano stati obbligati per tutto il Medioevo a indossare determinati copricapi (il famoso cappello a cono che poi divenne uniforme dei condannati dell’Inquisizione) o determinati segni che li distinguessero dagli altri. Il Rinascimento imponeva il cerchio giallo da indossare sopra le vesti: ne porta testimonianza anche uno dei profeti del Vecchio Testamento dipinti da Michelangelo nella Cappella Sistina. Pare che lo avessero inventato in Spagna per distinguere e separare ebrei e musulmani, le minoranze dal “sangue sporco”. In Francia e in Germania gli ebrei venivano costretti persino a comprare le pezze gialle dal governo, una forma di tassa. I nazisti che imponevano la Stella di Davide gialla non avevano inventato nulla di nuovo.


La Repubblica – 14 gennaio 2016