TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 7 febbraio 2016

Genesi sociale del paesaggio italiano



Il paesaggio italiano non è spontaneo, ma opera secolare dell'uomo. Le sue origini vanno ricercate nel Medioevo. Lo racconta “I paesaggi dell'Italia medievale”, un saggio molto bello di Riccardo Rao, professore di storia medievale all'università di Bergamo.

Alessandro Barile

Il paesaggio italiano


Generalmente inteso come risorsa da preservare, il «paesaggio», quello italiano in particolare, si è trasformato nel principale asset nazionale volto ad intercettare i flussi del turismo globale. Nel tempo però è avvenuto uno slittamento interpretativo del concetto di paesaggio, che ha finito per indicare con tale termine esclusivamente una serie di forme e un’estetica caratterizzante. In realtà il paesaggio è il frutto di una relazione sociale, il prodotto sempre mutevole dello scambio costante tra necessità dell’uomo e il proprio territorio di sopravvivenza.

Non esiste allora un paesaggio «incontaminato», e soprattutto, laddove questo si è presentato storicamente, non tende al «bello» ma piuttosto all’incuria e al disordine. È allora oggi opportuno individuare le radici dell’attuale fisionomia paesaggistica italiana, per capire come si è formata e per quali ragioni storiche, così da trovare risposta a una delle domande ricorrenti di questi anni: come si gestisce un patrimonio paesaggistico?

Secondo Riccardo Rao, professore di storia medievale all’università di Bergamo e autore del saggio «I paesaggi dell’Italia medievale», l’origine dell’attuale paesaggio italiano va indicata nel Medioevo, perché è proprio in questa straordinaria epoca di trasformazione che le popolazioni danno vita ad un contesto territoriale al tempo stesso collettivo e locale, capace di fare fronte al disgregamento politico ed economico successivo alla fine dell’unità imperiale. È una storia sociale del paesaggio quella che propone l’autore, raccogliendo sapientemente la lezione delle Annales.



Negli anni Ottanta Denis Cosgrove, padre della New Cultural Geography, individuò un cambio di paradigma dimostrando che alla base dell’idea di paesaggio, fin dalle sue origini rinascimentali, vi è «un atteggiamento ideologico basato sulla distinzione tra insider e outsider, ossia fra chi produce e vive quotidianamente il paesaggio senza riconoscerlo come tale (per esempio il contadino) e chi invece lo guarda da lontano, dall’esterno con un apprezzamento estetico (il bel paesaggio) che è tuttavia funzionale a determinate scelte economiche. Il paesaggio diventa così la visione dell’outsider che attraverso questo tipo di rappresentazione, oltre a riconoscere un ordine nel mondo che contempla, esercita un controllo sociale sul territorio, sottraendolo ai produttori e curatori del paesaggio» (Rocca 2013).

Questa distinzione viene indicata semanticamente col passaggio dal landshaft (parola tedesca indicante la comunità che plasma un territorio) al landscape (termine inglese con cui si individua lo sguardo distaccato su un luogo). Raccogliendo tale traccia, Riccardo Rao analizza gli elementi che hanno determinato la genesi del paesaggio italiano medievale. L’Europa altomedievale dei secoli V-VIII si presenta come contesto di depressione economica e demografica che impone un territorio in cui il bosco e gli incolti prendono il sopravvento e dove i fiumi lasciati al loro corso rompono gli argini creando ampie zone paludose.



Prendono forma quei «paesaggi della paura» indicati dallo storico Vito Fumagalli dominati dalla natura e dagli animali. In tale ambiente la sapienza umana adatta una propria economia di sussistenza che trasforma il bosco in habitat positivo, incolti e paludi in opportunità di pascolo e di caccia, producendo paradossalmente una dieta contadina migliore di quella bassomedievale e rinascimentale. Con la fine del mondo antico il bosco assume una centralità nuova, che non è solo economica ma anche culturale, dove la natura può vivere in equilibro con l’uomo.

Si intensificano le attività silvo-pastorali a scapito di quelle agricole. Lentamente si avvia una fase di accentramento insediativo che porta alla nascita dei primi villaggi che caratterizzeranno il panorama abitativo altomedievale, e bosco e incolti prenderanno la forma di beni comuni accessibili a tutti gli abitanti del villaggio.

Proprio la gestione collettiva di questi beni comuni porterà alla formazione dei primi comuni cittadini, che non devono dunque essere visti come specifico paesaggio antropizzato, ma anzitutto «come paesaggio che organizza la società: attraverso le forme di condivisione dei boschi e dei pascoli, tramite le regole stabilite per il loro utilizzo, la società di villaggio prende forma», e con essa la modernità (pag. 162). L’espansione demografica dei secoli centrali del Medioevo conduce al progressivo disboscamento delle sterminate distese forestali in favore degli spazi coltivabili determinati dalla costante espansione agraria.

Il villaggio, simbolo insediativo altomedievale, lascia il posto alla curtis (o villa), l’azienda agraria che si sviluppa a cavallo tra l’VIII e il X secolo, che estende la pratica della rotazione triennale e del maggese migliorando le rese dei raccolti. La contestuale espansione delle città e la loro eccezionale richiesta di beni alimentari trasforma le campagne che si mettono al servizio delle civitas stabilendo un rapporto di subordinazione delle campagne agli interessi economici urbani. Le attività legate al bosco e al pascolo si riducono drasticamente mentre si amplia la parte di territorio messa a coltura cerealicola.



L’accentramento insediativo lascia progressivamente il posto ad una nuova geografia insediativa disgregata e policentrica, diffusa capillarmente sul territorio. Si affermano dal nord al sud della penisola le cascine, i poderi mezzadrili e le masserie, sempre più controllate da proprietari terrieri al servizio dei mercati cittadini. Si avvia quella rottura della dimensione collettiva e locale, in favore di una proprietaria e accentrata, che porterà alla trasformazione del paesaggio medievale generando quei «paesaggi della specializzazione», con l’indirizzo di alcuni territori verso produzioni particolari ed esclusive.

Questo rapido excursus ci consente alcune rapide conclusioni. Il paesaggio che prende forma nel Medioevo, sopravvivendo in alcuni tratti ancora oggi, è un paesaggio sostanzialmente rurale, che significa in buona misura un paesaggio alimentare. Sono le necessità umane che plasmano il territorio e ne condizionano la sua forma e la sua funzionalità. Mentre però fino al termine del Medioevo questo paesaggio era al tempo collettivo e locale determinandone un suo equilibrio, con l’affacciarsi dell’età moderna e l’avvio della pratica delle recinzioni dei beni comuni questo paesaggio non viene incrinato solamente dal punto di vista ecologico, ma anche sociale.

La privatizzazione del territorio (nota col termine enclosure), impone la scomparsa dei villaggi e la nascita di una massa contadina salariata in costante migrazione verso le città, deteriorando l’equilibrio territoriale complessivo. Riprendendo una fortunata immagine coniata da Thomas More nel Cinquecento per descrivere il processo di recinzione inglese, «le pecore (hanno) mangiato gli uomini». Da qualche tempo ne stiamo pagando le conseguenze.


Il manifesto – 30 gennaio 2016