TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 28 febbraio 2016

Il mistero irrisolto di Hieronymus Bosch



Chi era veramente Hieronymus Bosch, l'ultimo grande artista medievale? Un genio visionario la cui vera essenza ci sfugge.

Dario Pappalardi

Bosch

Alla fine i misteri restano. Non bastano sette anni di studi, un pool internazionale di ricercatori, il coinvolgimento di decine di musei, un catalogo di opere ridiscusse e passate letteralmente allo scanner. E questa mostra, che con venti dipinti dati per certi e riuniti per la prima volta, più 19 disegni, ma anche con oggetti, sculture e quadri del tempo, celebra – a 500 anni esatti dalla morte – l'ultimo uomo che ha dipinto il Medioevo.

No, chi era veramente Hieronymus Bosch non si capisce nemmeno qui, a Den Bosch, la città olandese dove tutto è cominciato ma quasi nulla è rimasto. Hieronymus van Aken nasce a Den Bosch intorno al 1450. E qui torna mezzo millennio dopo con l'allestimento di Hieronymus Bosch. Visioni di un genio, da ieri (e fino all'8 maggio, a cura di Matthijs Ilsink e Jos Koldeweij;www. bosch500. nl) al Noordbrabants Museum, l'istituzione diretta da Charles de Mooij che ha lanciato il Bosch Research and Conservation Project a cui si deve un nuovo studio critico e il restauro di nove opere.



A Den Bosch – "il bosco" – da cui prenderà il nome, l'artista rimane tutta la vita. Non c'è testimonianza di un solo viaggio. Lavora nell'atelier sulla piazza del mercato: ancora si vede l'esterno del palazzo dove visse. Ma i documenti che lo citano si contano sulle dita di una mano. Si trovano nell'archivio dei libri di conti della Confraternita di Nostra Signora, a cui i van Aken appartengono. Tre sono esposti in mostra. Due riferiscono che Hieronymus ospita i confratelli per la cena tradizionale a base di cigno, nel 1498-99 e poi dieci anni dopo. Il terzo foglio registra il funerale del pittore, tenutosi nella cattedrale di San Giovanni il 9 agosto 1516.

Oltre a questi manoscritti, le certezze sono pochissime. Il suo mistero sembra quello di Omero o di Shakespeare. Bosch è il primo artista figurativo a costruire quasi dal nulla un immaginario nuovo, un mondo di visioni uniche, che porta solo il suo marchio. Tolkien, Disney, George Lucas si sarebbero affacciati sul pianeta Bosch per fondare il loro. Per tentare di avvicinarsi all'origine degli incubi di Hieronymus, alle sue "guerre stellari", ci si può arrampicare sui ponteggi esterni della cattedrale di San Giovanni, ora in restauro. Ma tra i gargoyle, le bestie, gli angeli e i demoni e un'unica donna che si inerpicano sulla chiesa, non si trovano quelle figure postumane, i corpi ibridi, gli anfibi e gli umanoidi delle tavole dell'artista.



La mostra prende il via da due libri: il breviario di Giovanna di Castiglia, moglie di Filippo il Bello, committente di Bosch, e La Nave dei folli del tedesco Sebastian Brant, tradotto in Olanda nel 1500. Sono due testi che suggeriscono un'iconografia di partenza e il clima di fermento morale che influenza gli artisti nei Paesi Bassi.

Il Medioevo fiammingo è agli sgoccioli. Erasmo da Rotterdam è a pochi passi. In meno di vent'anni, Martin Lutero sconvolgerà l'Europa. Hieronymus respira l'aria e attraverso di lui è come se l'età di mezzo celebrasse l'ultimo esorcismo, si liberasse fino in fondo dei suoi mostri su quelle tavole dipinte. Accade nel frammento con La Nave dei folli del Louvre, una inconsapevole zattera della Medusa, dove ognuno combatte la sua guerra, anche cantando. E poi in quel set teatrale che è la Morte dell'avaro della National Gallery di Washington.

L'uomo di Bosch – come nel tondo del museo di Rotterdam – è un vagabondo con una scarpa e una pantofola sullo sfondo di un mondo in dissoluzione. «Ogni carne è fieno» dice il profeta Isaia. E il pittore segue questa traccia per costruire il Trittico del Carro del fieno in arrivo dal Prado. È una processione divisa in tre, dal Paradiso all'Inferno. In mezzo, la cieca avidità che porta re, monaci e mendicanti ad accaparrarsi una inutile porzione di fieno. Non lo sanno, ma si stanno dirigendo tutti verso il fuoco eterno e torture inedite: il terzo pannello è un fantasioso campionario di sadismo.

Anche nei soggetti religiosi apparentemente più semplici, Bosch inserisce dettagli "lunari". Il Battista di Madrid medita perso in una vegetazione antropomorfa, sullo sfondo un orso divora un cervo e una scimmia si arrampica sull'albero. Gli uccelli beccano i semi di un frutto sproporzionato e l'agnello, attributo iconografico del santo, sembra quasi fuori posto. Il San Girolamo di Gand prega davanti a uno stagno, tra zucche rotte e psichedeliche, mentre il suo leone è ridotto a un piccolo animale domestico.



Il Bosch Research and Conservation Project ha censito 24 dipinti "certi". Uno è attribuito per la prima volta: La tentazione di Sant'Antonio del Nelson-Atkins Museum of Arts di Kansas City. A vederlo sembra fratello dello stesso santo del Trittico degli eremiti prestato dall'Accademia di Venezia. Per un Bosch nuovo che arriva almeno tre eccellenti sono stati "espulsi" dal catalogo ufficiale. Sono: i Sette peccati capitali, La pietra della follia e Le tentazioni di Sant'Antonio: tutti dal Prado. Madrid, che non ha prestato il capolavoro totale – Il giardino delle delizie – si prepara alla battaglia con la mostra che celebra il "suo" El Bosco al Prado dal 31 maggio, ribadendo la paternità delle opere.

Smorza i toni il direttore olandese De Mooij: «Nessuna polemica. Loro presenteranno la loro ricerca. Il dibattito sarà interessante». C'è un disegno di Bosch che raffigura una civetta in un albero cavo e occhi e orecchie distribuiti sul prato e tra i tronchi. Una scritta recita "Il campo ha occhi, la foresta ha orecchie". È un invito a custodire i propri segreti. Bosch, 500 anni dopo, ci riesce ancora.

La repubblica – 14 febbraio 2016