TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 18 febbraio 2016

In America andare all’Università costa come comprare una casa.



Uno sguardo sul sistema universitario americano, un modello a cui ci stiamo avvicinando anche in Italia. 

Alexander Stille

In America andare all’Università costa come comprare una casa.

Nel corso che tengo in autunno su 16 studenti soltanto due erano americani. Cinque indiani, quattro dall’Africa, uno spagnolo, una danese, un’italiana, una svedese, e un australiano. Avevamo ammesso altri candidati americani che però hanno rinunciato per ragioni economiche.

Tenete conto che il costo di un anno alla Columbia Journalism School dove insegno – tra retta e spese di sostentamento – è di circa 83mila dollari. Quasi tutti gli studenti ricevono delle borse di studio che però non arrivano a 30mila dollari e quindi il costo rimane molto alto. Alcuni degli studenti stranieri riescono ad avere altre borse nei loro Paesi di origine e a prendere un anno di congedo del lavoro. Quindi, per loro, spesso, il rischio economico è minore. Inoltre, per loro, un anno di studi presso un’ottima scuola nella capitale mondiale dei media può rappresentare una vera svolta di carriera. Ma per molti giovani giornalisti americani, che devono confrontarsi con un mercato del lavoro davvero spietato, il rischio è troppo alto: non possono pensare di rinunciare al proprio stipendio per un anno e indebitarsi in nome di un futuro comunque incerto.



Il caso del mio corso – dedicato a giornalisti che hanno già qualche anno di esperienza e quindi senza più legami di assistenza economica con i propri genitori conferma la regola: alla Scuola di giornalismo della Columbia la percentuale di studenti stranieri è infatti salita al 40 percento. In parte questo dato è l’effetto positivo della globalizzazione, ma riflette anche le difficoltà della nuova generazione di giovani americani. I prezzi delle rette nelle università private americane – tra i 47mila e i 53mila dollari per gli atenei più prestigiose della cosiddetta Ivy League, più 15mila per vitto e alloggio – risultano esorbitanti per gli europei, abituati all’istruzione pubbliche gratuita o quasi.

Ma la situazione va contestualizzata: negli States c’è un grande scarto tra il prezzo ufficiale e quello reale di molte rette universitarie. Le nostre università più famose sono anche enormemente ricche e hanno una politica di ammissione “need blind”, ovvero ammettono gli studenti a prescindere della loro possibilità di pagamento e garantiscono un adeguato aiuto finanziario. Gli studenti i cui genitori guadagnano meno di 65mila dollari – circa il 20 per cento – non pagano per entrare ad Harvard. Quelli del ceto medio-alto – tra i 65mila e i 150mila dollari di reddito annuo – devono pagare il 10 per cento di tale reddito. Il risultato è che per molte famiglie è più conveniente mandare un figlio a Harvard o Yale che a un’università statale.

Ciò non significa che la crisi delle università americane – o meglio delle famiglie americane non sia reale: 40 milioni di famiglie sono responsabili per 1,2 miliardi di dollari del debito universitario. I laureati del 2015 sono usciti dall’università con una media di 35mila dollari di debito a studente. E circa un quarto di loro non riesce a reggere il peso del debito. In realtà, la crisi colpisce maggiormente lefamiglie i cui figli frequentano le università statali che costano meno ma che offrono anche meno borse di studio. Durante gli anni della recessione tra il 2008 e il 2013, gli stati americani hanno tagliato i finanziamenti alle università pubbliche del 28 percento, le quali hanno dovuto alzare le loro tariffe del 27 per cento per recuperare.

Certo, questa situazione è molto cambiata durante la mia vita. La retta alla Yale University, dove mi sono laureato nel 1978, era inferiore ai 5mila dollari annui. Con l’inflazione sarebbero circa 18mila dollari di oggi. Ricordo anche che allora sembrava un grande affare. Mio padre mandò due figli all’università senza troppi sacrifici e senza assistenza finanziaria. E lui, corrispondente per il Corriere della Sera da New York, era pagato meno di molti giornalisti americani.



Ora le famiglie americane cominciano a mettere da parte dei soldi per l’università il giorno della nascita di un bambino. Ci sono conti speciali esentati dalle tasse per l’educazione dei figli. Spesso, i nonni versano il primo contributo. L’istruzione diventa così un progetto familiare, come per una famiglia italiana acquistare una casa per un figlio o una figlia.

Ogni anno vengono pubblicati articoli che sostengono che il nostro modello è insostenibile. Ma non è facile prevedere come possa cambiare. Nonostante i costi alti, in un mondo post-industriale il valore di una laurea continua ad aumentare. E i laureati delle università più prestigiose guadagnano di più. Al tempo stesso, è difficile ridurre i costi. A differenza di molte altre industrie, è difficile introdurre delle efficienze e migliorare la produttività: è un mestiere che dipende in grande parte dal contatto umano. I corsi sono ristretti e i professori dedicano molto tempo agli studenti.

Mentre si fabbricano più auto negli Stati Uniti oggi rispetto agli anni Cinquanta’50, il numero degli operai è drasticamente diminuito. Ma l’insegnamento è rimasto più o meno come ai tempi di Socrate.


la Repubblica - 11 febbraio 2016