TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 1 marzo 2016

A tavola con Montalbán



Nel cuore della vecchia Barcellona c’era una volta Casa Leopoldo, il ristorante più amato dal creatore di Pepe Carvalho. Che sdoganò la gastronomia, fino a farne un oggetto letterario, ben prima che a sinistra diventassero tutti gourmet.

Giuliano Malatesta

Un tavolo riservato per Montalbán

«Vengo da parte di Pepe Carvalho, póngame lo que ustedes quieran», era il suggerimento che Manolo aveva elargito ad amici e ammiratori che facevano la fila per accaparrarsi un tavolo a casa Leopoldo, in Carrer de Sant Rafael, cuore pulsante della vecchia Barcellona, un barrio dove prima dell’arrivo «dei missili intelligenti lanciati dagli urbanisti» comandavano puttane, gitani e marinai, una sorta di girone dei dannati composto in prevalenza da immigrati locali erepresaliados, le vittime del franchismo.

Pochi però erano gli avventori pienamente consapevoli che, una volta terminata la fase dell’immaginazione, elaborata in anni di attente e scrupolose letture, bisognava essere preparati a trovarsi di fronte alcuni strabilianti piatti come l’Escudella i carn d’olla, un sontuoso bollito con carne di vitello, manzo, orecchio di maiale e tante altre diavolerie messe insieme, esempio sopraffino della cucina catalana povera.

Quasi nessuno era in grado di affrontare con serenità un piatto di tale portata, ma in fondo non era questo l’obiettivo. A Casa Leopoldo in realtà negli ultimi anni si andava in silenzioso pellegrinaggio alla ricerca di tracce e di ricordi che facessero tornare in vita il più bizzarro e improbabile detective di tutto il Mediterraneo, un giovanotto che sembrava nato anziano anche per via del suo look trascurato, nonostante indossasse abiti di sartoria dell’Ensanche, che fumava Montecristo, beveva Chablis e mangiava rognone al curry, aveva un oscuro passato nella Cia dopo essere stato marxista, faceva del sano cinismo la sua bandiera, era fidanzato con una prostituta, la celebre Charo, e annoverava tra i suoi hobby anche quello di bruciare di volta in volta uno dei suoi 3500 volumi, tra cui molti classici, che possedeva in casa per riscaldarsi davanti al camino. Un singolare sfizio che proseguiva anche nei mesi estivi.



Uno che si arrabatta

In Tatuaggio, che molti considerano il primo vero libro della serie di Carvalho, anche Don Chisciotte sarà trasformato «in un mucchio di parole dimenticate». Un comportamento che nessun castillano avrebbe mai osato anche solamente pensare. «Pepe in fondo è un picaro che fa il detective, uno che si arrabatta, un povero Cristo, uno del Sud, insomma, come siamo noi del Sud», aveva scritto una volta Antonio Tabucchi, rivelando di fatto l’anima del suo autore, Manuel Vásquez Montalbán, che aveva iniziato la serie dell’investigatore nei primi anni Settanta in parte per una «scommessa etilica» tra amici, in parte per rompere un cliché, frutto di un complesso d’inferiorità con l’allora cultura sudamericana, in base al quale o si scrivevano cose innovative o era meglio intraprendere sin da subito un’altra professione.

«Non se ne poteva più di questa scrittura d’avanguardia. Mi ricordo che Rafael Alberti diceva che i personaggi di questi romanzi impiegavano trenta pagine per salire le scale», dirà anni dopo Manolo, quando le storie di Pepe Carvalho avevano varcato i confini spagnoli ottenendo successi planetari. Forse perché le picaresche avventure del suo investigatore, che nelle sue strampalate e originali indagini si faceva aiutare da altri straordinari personaggi (Bromuro, Biscuter) non meno disgraziati di lui, raccontavano, sotto gli espedienti di un genere che allora si poteva ancora chiamare poliziesco, le primissime cronache della Spagna della transizione.

Montalban abitava a Vallvidrera, «la montagna benestante che vigila su Barcellona», ma era un «hijo de barrio verdadero», un figlio del barrio, nato in calle Botella, un quartiere che oggi prende il nome di Raval ma che tutti allora chiamavano barrio Chino, anche se gli immigrati non erano asiatici bensì in prevalenza andalusi, saliti al nord in cerca di fortuna.

Qualcuno però aveva oltrepassato l’Atlantico e si era spinto fino in America, scoprendo che quasi ogni città aveva la sua Chinatown, e al ritorno aveva deciso di etichettare in questo modo, in senso dispregiativo, il quartiere per eccellenza più promiscuo di Barcellona, dove si maneggiavano i coltelli e si frequentavo i bordelli, i più famosi erano El Gato Negro o Cal Sacristá, e dove le strette stradine di quartiere odoravano di soffritto, tabacco consunto e pennicillina di contrabbando.

È nel barrio Chino che il mondo reale e quello immaginario dello scrittore catalano trovavano idealmente un punto di incontro. Pepe Carvalho gironzolava spesso da queste parti, pranzava alla Boqueria, aveva il suo studio sulla Rambla, a pochi passi, e lo stesso si può dire di Montalban.



Per conoscere la città

«Lo incontrai per la prima volta a Casa Leopoldo. Era il suo ristorante preferito, mi aveva dato appuntamento lì alle 2, c’era solo lui quando sono arrivata. Ci siamo alzati da tavola alle 6… E da allora sempre lì ci siamo incontrati», ha ricordato Inge Feltrinelli, editor italiano dello scrittore. Ora che da qualche mese le serrande del locale sono rimaste abbassate, sintomo di una crisi economica che non fa sconti, gli anziani del barrio raccontano che per conoscere veramente la città bisognava aver cenato almeno una volta da Casa Leopoldo.

È stato così sin dai tempi di Franco, quando modesti generali inutilmente tronfi di arroganza dopo aver mangiato il possibile e bevuto l’impossibile estraevano la pistola dal cinturone sbattendola sul tavolo esclamando: «E ora vediamo quanto dobbiamo pagare».

Poi negli anni erano passati più o meno tutti, dapprima i toreri, compreso sua maestà Luis Miguel Dominguin, che prima di andare a toreare in Francia ogni tanto faceva un salto per deliziare i commensali con frammenti di racconti della sua amicizia con Picasso, poi gli amanti dei toreri, gli artisti, i pittori, tutto il variegato mondo intellettuale della città e alla fine anche gli industriali, che piantavano le mogli al Gran Teatre del Liceu, sulla Rambla, dove le signore della buona borghesia catalana assistevano all’Opera, per andare con le amanti a provare el bacalao a braz che Rosa Gil cucinava meglio dei cugini portoghesi.



L’ultima padrona di casa

Donna generosa e brillante, nipote di quel Leopoldo che aveva aperto il locale nel lontano 1929, Rosa è stata l’ultima amatissima padrona di casa. La chiamavano la viuda alegre, la vedova allegra, per via di un marito torero, Josè Falcon, morto dopo appena 8 mesi di matrimonio nel lontano 1974 alla Monumental, la storica plaza di Barcellona, quando un toro di oltre 500 chilogrammi chiamato Cuchareto lo aveva scaraventato in aria all’improvviso, senza possibilità di salvezza.

Anche il padre di Rosa era stato un torero. Si chiamava German e per un breve periodo, all’età di 18 anni, era stato spedito da Franco come tanti altri giovani a costruire campi di concentramento nazista in Francia, nella stagione del Governo di Vichy. Poi un impresario dei toreri che si chiamava Balanà e aveva, come gran parte del «mundillo», buone entrature nel regime franchista, era riuscito a convincere le autorità che il ragazzo sarebbe stato un promettente torero e che dunque bisognava liberarlo dai lavori forzati e rispedirlo a casa al più presto.

Naturalmente non era così bravo, ma si dice che German avanzasse tra i tavoli dell’osteria con la stessa eleganza con la quale avrebbe potuto eseguire una faena. Non a caso lo chiamavano El Exquisito. Storie di altri tempi, di una Barcellona che non esiste quasi più.



Paesaggio della memoria

«Negli ultimi tempi Montalban non era contento di come la città stesse cambiando, soprattutto gli faceva male la perdita del paesaggio della memoria», ricorda Hado Lyria, amica intima di Manolo e traduttrice di tutti i suoi innumerevoli scritti. «Raval era il quartiere degli operai e dei represaliados, era un reticolo di strade con archi, vicoli e negozi, ma con la scusa di mandare via poveri e puttane hanno praticamente distrutto tutto. Una tragedia dolorosa che lui ha anche raccontato in un piccolo libro, Il labirinto Greco, dove la ricerca di un giovane immigrato ellenico, bello come può esserlo solamente una statua, avrebbe portato Pepe Carvalho in un tour nei quartieri devastati dalla speculazione edilizia, che aveva avuto tra le altre cose il demerito di tramutare in cantiere ogni angolo di memoria residua.

Dei lavori eseguiti per i Giochi Olimpici del ’92 che avevano contribuito a ridisegnare la città Montalban aveva apprezzato l’apertura verso il mare, che dava finalmente respiro a una città soffocata, e i nuovi collegamenti che facilitavano gli accessi alle colline alle sue spalle. Ma era convinto che si fosse definitivamente perso quell’immaginario barcellonese di «città peccatrice, portuale, oscuramente minacciosa», letterariamente codificato prima con l’arrivo degli scrittori francesi, come Pieyre de Mandiargues e soprattutto Jean Genet, che nel Diario di un ladro, autoritratto sui suoi singolari vagabondaggi europei nell’Europa degli anni Trenta, racconta la vita della sordida Raval dell’epoca, e poi con gli scritti della cosiddetta retroguardia repubblicana, a cominciare naturalmente dall’Orwell di Omaggio alla Catalogna.



Ricette molto sperimentali

Il tema della memoria d’altronde ha attraversato gran parte di tutta la sua produzione, anche di quella che lo scrittore catalano chiamava «la memoria del paladar», che secondo lui nella Spagna diventata democratica godeva di maggior salute della memoria storica. Non a caso Montalban con le storie del suo investigatore, che nelle notti insonni era in grado di inventarsi ai fornelli ricette talmente sperimentali da risultare temibili per la sua stessa salute, era stato uno dei primissimi a sdoganare la gastronomia fino a farne un oggetto letterario, una deplorevole debolezza borghese secondo la «gauche divine» di allora, quando gli uomini consultavano lo strizzacervelli anche per consultarsi sul colore del foulard e le donne correvano a Perpignan, nella Francia catalana appena al di la del confine, per vedere il viso (e non solo) di Marlon Brando in Ultimo Tango a Parigi.

«Oggi a sinistra sembrano tutti gourmet ma allora in certi ambienti non si parlava di gastronomia. Manolo mi aveva raccontato che in Germania il suo primo editore aveva eliminato, nella traduzione, quasi tutte le parti legate al cibo, proprio perché considerate poco interessanti e non letterarie», ricorda Haydo Lyria. Naturalmente uno volta scoperto l’inganno aveva immediatamente cambiato casa editrice. «Il sesso e la gastronomia, ripeteva Montalban, sono le cose più serie che esistono».

E ora che la città non è più quel «paradiso populista» ma si è un po’ imborghesita sotto la bandiera dell’autocompiaciuto postmodernismo catalano, per usare le parole di Robert Hughes, critico d’arte e autore di una monumentale biografia sulla città, nei momenti di malinconia ci si può sempre rifugiare nei pensieri di Pepe Carvalho. «Finché ci saranno puttane giovani — era uno dei suoi motti — ci sarà arte contemporanea».

Il manifesto – 3 febbraio 2016