TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 4 marzo 2016

Ippolito Nievo. Il destino di Venezia e la rivoluzione nazionale nella riflessione di un garibaldino

    Da "Senso" (1954)

Pubblicati gli scritti politici di Ippolito Nievo. Nella primavera del 1859 lo scrittore, che si è appena arruolato, denuncia in un pamphlet anonimo l’armistizio di Villafranca che sacrifica Venezia. Più interessante ancora lo scritto “Rivoluzione politica e rivoluzione nazionale” in cui si denuncia la mancanza di attenzione degli intellettuali per le classi popolari.

Mario Mancini

Nievo, il destino di Venezia nella riflessione di un garibaldino

«Neve ci fu fino alla cavicchia, (…) e preti di qua e piovani e cappellani di là che è una vera itterizia. Peraltro me ne difesi scrivacchiando come un dannato». Così Ippolito Nievo a Carlo Gobio, nel dicembre del 1856. E a Francesco Rosati, nel luglio del 1858: «Io scrivo disperatamente; scrivo a quattro mani per pagarmi del tempo rubatomi dalla malattia e da una lunga e insolentissima convalescenza. Più ancora scriverei se stessi perfettamente bene». Questo furore di lavoro si riversa – soprattutto nell’ultimo decennio di vita, Nievo muore il 3 marzo 1861, nel naufragio del vapore Ercole, a ventinove anni – oltre che nella grande epica delle Confessioni di un italiano, in poesie, in drammi, in novelle e romanzi, in collaborazioni giornalistiche. Due importanti testi politici, Venezia e la libertà d’Italia e Rivoluzione politica e rivoluzione nazionale, e una settantina di articoli giornalistici vengono ora proposti nella silloge Scritti politici e d’attualità, a cura di Attilio Motta (Marsilio, euro 38,00), che esce, ottimamente curata e commentata, nell’ambito dell’Edizione Nazionale delle Opere.

Nella primavera del 1859 Nievo, che si è appena arruolato tra i garibaldini, viene sorpreso dall’armistizio di Villafranca, che prevede la liberazione della Lombardia ma non dell’amato Veneto, e scrive di getto, pubblicandolo anonimo,Venezia e la libertà d’Italia, un grido di dolore per l’amaro destino che i giochi politici europei, e italiani, stanno riservando alla Repubblica di San Marco.

Nel pamphlet ripercorre tutta la gloriosa storia di Venezia, in un excursus che occupa cinque dei sette capitoli, riafferma i suoi legami con l’Italia, riconosce poi la crisi della società veneta, a partire dal Settecento, nel progressivo accentuarsi della distanza tra le esigenze della modernità e l’inadeguatezza dei governi. Loda però il tentativo di recupero delle sue virtù marinare e la ripresa dell’economia e dei commerci.



Respinge con forza la mediazione di un regno veneto guidato da un arciduca austriaco o da un «napoleonide» e ribadisce, accettando soffertamente l’ipotesi sabauda, l’opzione per «uno stato solo dell’Alta Italia». L’armistizio di Villafranca è un’assurdità storica e la sua cristallizzazione – questo il messaggio che Nievo indirizza, con tono volutamente minaccioso, all’opinione pubblica europea – indurrebbe la parte più movimentista del fronte risorgimentale a sentirsi libera di proseguire l’azione cospirativa. Le cose andranno diversamente: la pace di Zurigo, firmata da Austria e Francia il 10 novembre dello stesso anno, ricalcherà i preliminari di Villafranca, chiudendo la via a ogni altra soluzione diplomatica.

Rivoluzione politica e rivoluzione nazionale, scritto nell’autunno del 1859 e rimasto inedito, è il momento più alto della riflessione storica e teorica di Nievo e si colloca a pieno titolo nella migliore tradizione della trattatistica politica italiana. Ha per oggetto l’analisi delle ragioni della scarsa partecipazione delle masse popolari al processo risorgimentale e i possibili rimedi per contrastarla. In un passo giustamente celebre Nievo attacca la secolare tendenza elitaria degli intellettuali italiani «a cercare l’opinione pubblica solo nei libri e nelle opinioni della gente letterata» ignorando quella «molto più vera e potente» che «sonnecchia nel cuore del popolo».

L’abisso che separa i ceti colti dal «volgo campagnuolo» va fatto risalire, in altima analisi, alla scarsa attenzione che gli intellettuali hanno da sempre rivolto ai bisogni economici del popolo e ai privilegi di cui godono i proprietari terrieri: il ceto contadino ripaga «coll’indifferenza alla nostra chiamata la nostra stessa indifferenza alle sue piaghe secolari». Per il realismo con cui guarda alle miserie e alle fatiche dei contadini, Nievo supera gli stereotipi idilliaci di tanta letteratura rusticale, ma certo la rinnovata attenzione che dedica al problema della sua educazione non è del tutto esente da tratti paternalistici.

Un nodo politico centrale è il ruolo dei preti di campagna. I liberali, con il loro anticlericalismo preconcetto e generico, hanno compiuto un grave errore: «Dovevano appoggiarsi al clero delle campagne e tirarlo dalla loro per guerreggiare l’influenza vescovile e papalina. Così si accaparravano il voto di coloro che tengono in mano le coscienze del popolo rurale, e con esse la forza materiale, il braccio della nazione italiana». Hanno invece regalato i preti di campagna all’alto clero e alle gerarchie prelatizie, «che sfruttano a loro vantaggio la fede e le superstizioni».

Altro punto forte del saggio è la libertà con cui Nievo denuncia l’errore di diagnosi che ha spinto i liberali e le classi colte a investire su educazione e filantropia. La filantropia è solo «un’eloquenza assurda e sbagliata» quando, senza curarsi delle situazioni reali, predica astrattamente, a priori, la fraternità universale: «Fate degli uomini fisici e morali con una saggia economia, fatene degli esseri uguali a voi colle leggi, coi codici coi costumi, prima di far dei saccenti e dei fratelli colle chiacchiere». L’originalità e la passione di questo testo si riflette nello stile, che Motta analizza da vicino, mettendone bene in rilievo la volontà nobilitante e tragica a tutti i livelli della lingua, in particolare nelle scelte lessicali, e il ritmo a un tempo mosso e compatto, sostenuto da un più marcato apporto di quei tratti dialogici e dell’oralità che sono tipici di tanta prosa nieviana.



Molto diverso è lo stile degli scritti giornalistici, che affrontano con brio i più svariati argomenti: «La divagazione ciarliera, derubricata da ogni impropria nobiltà e assunta nella sua natura sostitutiva, può liberare l’indole panoramica e frammentariamente moralistica, sostenuta dalla sotterranea tensione con un discorso politico alluso ogni volta che si può». Così Motta. Nievo fa ricorso, come si usava, a una serie di firme: «Dulcamara» (il ciarlatano dell’Elisir d’amore di Donizetti), «Todero», «Arsenico», «Sssss» (probabilmente un paradossale e antifrastico invito al silenzio), «un Sabeo», e passa da un interesse per i fatti economici, per la speculazione finanziaria, per la modernizzazione dell’agricoltura, alla satira, di stampo pariniano, delle classi dirigenti dell’epoca, criticate per le abitudini fatue e inoperose, alle divagazioni, tra il filosofico e l’umoristico, sull’amore e le fasi della luna, a resoconti sulle feste di carnevale, a sapidi giudizi sugli spettacoli teatrali e sulle messe in scena di opere alla Scala o alla Fenice.

A volte la necessaria vacuità degli argomenti, per i limiti imposti dalla censura, e l’impazienza per la stasi politica, lo fa sentire «come un leone nella sua gabbia»: «Buffonate, amici; buffonate per empire il vuoto di questi anni senza colore». Ma sul senso di inanità prevale – e Motta illustra benissimo questo aspetto – la sfida, la volontà di combattere con le idee: «Dunque crepiamo, ma scriviamo; giacché non si può fare di meglio. La letteratura che non isfama un letterato, può nutrire una generazione e ingigantirne un’altra». È una sfida che prevede destrezza, formule sibilline e metafore ardite e brillanti, per dire quello che si vuole dire e per non finire in galera: «Idee e ciarle. Non faccio per dire, ma è proprio il mio tema. Io sono una specie d’alchimista che fa precipitare le idee allo stato di ciarle, e salire le ciarle allo stato di idee. Prudenza e destrezza, amici – Destrezza soprattutto, perché non vedano il giochetto di mano e non mi facciano smaltire al sicuro la mania dei bussolotti» .


Il manifesto -14 febbraio 2016