TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 31 marzo 2016

Pavese e Nietzsche



Pubblicata una traduzione della Volontà di potenza di Nietzsche a cui lo scrittore lavorò tra il ’44 e il ’45: conferma l’interesse per il filosofo che gli ispirò lo sfondo mitico dei Dialoghi con Leucò.


Lorenzo Mondo

Pavese, verrà il Superuomo e avrà i tuoi occhi



L’editore Aragno ha messo a segno un buon colpo, pubblicando un insospettabile inedito di Cesare Pavese: la traduzione di due libri della nietzscheiana Volontà di potenza (compresa nel volume Amor fati, Pavese all’ombra di Nietzsche, a cura di Francesca Belviso, introduzione di Angelo d’Orsi, pp. XXI-278, € 25).

A chi non abbia una stretta familiarità con Pavese, può riuscire strano, eccentrico, che egli si cimenti con la lingua tedesca e, in secondo luogo, con quel pensatore. In verità, fin dagli anni giovanili si era esercitato a tradurre, da autodidatta, vari poeti tedeschi. Rammento che nella sua biblioteca conservava tra l’altro un Faust delle Universale Sonzogno fittamente annotato. Ma è soltanto nel 1940 che Cesare si mette a studiare con impegno la lingua di Goethe, e di Nietzsche. Anche a proposito di quest’ultimo sono testimoniate letture precoci, che però soltanto negli anni di guerra diventano determinanti. Allora legge e annota, in particolare, La nascita della tragedia, che avrà per lui una grande importanza sul piano creativo, ispirando lo sfondo mitico dei Dialoghi con Leucò. Cos’era accaduto perché l’accreditato studioso e traduttore della letteratura angloamericana mutasse il suo campo d’interesse?

    Giaime Pintor

La germanofilia di Pintor

È decisivo a questo proposito l’incontro e il sodalizio che egli ebbe con Giaime Pintor. Quello che diventerà un’icona dell’antifascismo, non soltanto conosceva e praticava a fondo la lingua tedesca, ma professava una grande ammirazione per la Germania e la sua cultura, senza escludere quella collusa con il Terzo Reich: i filosofi che incarnano la «crisi della modernità» e i compagni di generazione, fatti oggetto di una spavalda, indifferenziata solidarietà.

Tutto questo viene contrapposto alla esausta cultura idealistica e storicistica. Lo dimostra l’elenco degli autori proposti per la traduzione alla casa editrice Einaudi di cui Giaime è autorevole consulente. Autori, tra i quali primeggia Nietzsche, caldeggiati da Pavese. Nasce su ispirazione di Pintor la sua germanofilia, che durerà anche dopo la «conversione» e la morte dell’amico agli albori della Resistenza.

I segnali di un rinnovato interesse per il «filosofo-poeta» (così Pavese) si potevano già cogliere, vistosamente, nel «taccuino segreto» del 1942-1943, pubblicato proprio su questo giornale nel 1990. Dove Pavese ravvisa, nella decisione di studiare il tedesco, il segno di un destino, «l’impulso del subcosciente a entrare in una nuova realtà»: chiudendo quella notazione con un illuminante «Amor fati». Più avanti, irride agli affannosi tentativi del governo Badoglio di uscire dalla stretta della guerra: «La pace! la pace! come se quando il mondo è tutto in guerra si potesse vivere in pace. Meglio insistere come uomini sulla propria strada. Ma - dicono - noi non l’abbiamo voluta. Ach! quando mai si vuole il destino? Ci vuole l’amor fati di Nietzsche. La guerra è destino come l’amore».

Pavese sta scrivendo tra le colline di Serralunga, dove si è rifugiato dopo l’8 Settembre, dibattendosi tra sensi di colpa e oscuri rancori nei confronti di amici che combattono nella Resistenza, fidando nella disciplina tedesca e nel fascismo purificato da Salò per risollevare le sorti del conflitto. È la storia già nota del breve, e inconfessato, smarrimento di Pavese nella catastrofe nazionale. E non bisogna, a rigore, attribuire la responsabilità delle sue confuse notazioni a Nietzsche. Che, d’altronde, lo stesso Pintor aveva sottoposto a un processo di denazificazione.



Anni di «transigenza»

Comunque è proprio in quel torno di tempo, tra il ’44 e il ’45, che Cesare si applica alla traduzione della Volontà di potenza. Resa, come riferisce Francesca Belviso, «con una prosa sobria, quasi scarna», si presenta di agevole lettura, ma prende significato dai saggi che l’accompagnano. La curatrice, prima di arrivare a Pavese, ripercorre la ricezione critica di Nietzsche in Italia, in origine più estetica che filosofica, a partire dall’antesignano D’Annunzio.

Angelo d’Orsi, forte di una collaudata frequentazione del momento storico, indaga su quella che egli ama definire «transigenza» culturale, anche da parte di sicuri antifascisti, nei confronti del mondo tedesco. A proposito di Pavese, l’impolitico per definizione, si sorprende che abbia tradotto un’opera di Nietzsche «tra le più esposte sul piano ideologico». E sembrano davvero ininfluenti, a fare chiarezza, le reprimende di Augusto Monti, l’antico maestro, che imputava a Pavese atteggiamenti superomistici. Contano di più le affinità di poetica segnalate dalla Belviso. Anche se risulta forse eccessivo accomunare La volontà di potenza alla Nascita della tragedia come anelli fondamentali nella definizione di una poetica «che non è mimesi né ricerca di una “sensualità verbale”, bensì puro ritmo, musica, ovvero sensazione pura che vuol essere simbolo».

«Battitore libero»

Resta, su questa impresa pavesiana, un denso velo di ambiguità, accentuato dal fatto che egli abbia lasciato interrotta e non rifinita la sua traduzione. Mi piace concludere allora con Angelo d’Orsi, che non ama il Pavese narratore, ma gli rende l’onore delle armi come «battitore libero», come inquieto, inesausto ricercatore. Proprio le sue debolezze, la stessa deprecata riluttanza all’impegno politico, consentono «di guardare ai temi, alle forme, alle rappresentazioni di Pavese, compresa quella del “suo” Nietzsche, in modo nuovo, meno vincolato a schemi; e, in definitiva, più creativo».


La Stampa – 29 marzo 2016