TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 8 marzo 2016

Rodchenko, l'artista che non piaceva a Stalin



Grande mostra a Lugano sul padre del costruttivismo russo. Dal furore rivoluzionario alle purghe staliniane.

Andrea Colombo

Rodchenko
Sperimentare. Dovere d’artista



Genio dai mille talenti, pittore, designer, fotografo, grafico, Rodchenko è stato l’artista che più di tutti ha incarnato il mito sovietico, salvo poi finire stritolato negli ingranaggi del regime stalinista. Ora una grande mostra a Lugano, con quasi 300 opere, incentrata principalmente sulla sua ricca attività fotografica, ne celebra la creatività e il coraggio sperimentale (“Aleksandr Rodchenko”, Lac, a cura di Olga Sviblova, fino all’8 maggio).

Attraverso gli scatti, i fotomontaggi, la grafica di riviste, libri e poster, l’esposizione ripercorre la tormentata vicenda di un artista che, nato povero nel 1891 a San Pietroburgo, raggiunge negli Anni 20 i vertici dell’élite culturale sovietica. Diventato famoso per aver rivoluzionato la fotografia attraverso prospettive e angolature vertiginose e insolite, inizialmente è attratto dal dinamismo futurista. 



L’amico Majakovskij

Nel 1914 incontra per la prima volta Majakovskij in una serata infuocata all’Assemblea dei nobili di Kazan. Inizia così un’amicizia che sconvolgerà i canoni della letteratura e della grafica d’avanguardia russe. Un legame immortalato nei ritratti fotografici esposti a Lugano, dove gli occhi del poeta sprigionano un’energia inquietante, presagio di una tragedia incombente. 

Rodchenko, ormai trasferitosi a Mosca, accoglie con entusiasmo la rivoluzione dell’ottobre del 1917 ed è convinto che bisogna fare tabula rasa del passato. Allo stesso tempo sogna di costruire un mondo nuovo e nel 1921 realizza le fantascientifiche Costruzioni spaziali in alluminio. In mostra si possono ammirare tre riproduzioni di queste opere andate perdute: grossi fiori metallici collocati in una sala dalle grandi vetrate, con vista sul lago. Il contrasto non può essere più netto: le visioni futuristiche delle sue sculture irrompono nella placida armonia del paesaggio cittadino svizzero. 



Sperimentare!

Nei primi Anni 20 Rodchenko conia lo slogan «il nostro dovere è sperimentare». Realizza diversi fotomontaggi per illustrare i libri di Majakovskij dove la poesia si sposa con una grafica aggressiva e sorprendente. Si dedica anche alla pubblicità: celebre il poster dove una ragazza sorridente amplifica, con un megafono composto in caratteri cirillici, il proclama «Leggete!». Nel 1924 illustra i funerali di Lenin con un fotomontaggio costruttivista dove la salma del leader è riprodotta più volte ed è sospesa fra linee rosse. Il messaggio è chiaro: la rivoluzione continua. «Non imbalsamate Lenin» è il suo grido d’allarme, puntualmente disatteso dal regime.

Ma in questo periodo c’è ancora sintonia fra autorità bolsceviche e artisti d’avanguardia: Rodchenko ottiene vari incarichi statali come insegnante di design e arte. Nel 1925 arriva la consacrazione internazionale: progetta il padiglione russo all’Esposizione internazionale di Parigi. Tornato in patria dai trionfi parigini, si rende però conto che quello che doveva essere il paradiso degli operai e degli artisti si sta trasformando in un inferno grigio e repressivo. 



Fine degli esperimenti

Negli Anni 30 avanza il realismo socialista e iniziano tempi duri per gli esponenti delle avanguardie. Rodchenko viene sollevato da ogni insegnamento. Relegato in un angolo, non stupisce se nel 1933 accoglie con entusiasmo l’incarico ufficiale di andare in Carelia per fotografare i lavori del canale sul Mar Baltico. L’artista scatta oltre duemila fotografie dei lavoratori-prigionieri del «canale Stalin». 

Alcuni di questi scatti sono in mostra a Lugano e fanno emergere tutta la drammaticità di questa colossale impresa schiavistica. L’artista s’illude ancora di poter sperimentare, pur nel recinto ristretto delle regole imposte dal regime. Ma si sbaglia. Le foto degli Anni 30 presenti nella retrospettiva, spesso smaccatamente propagandistiche, sono solo un pallido ricordo del Rodchenko futurista e costruttivista. Riprende a disegnare, quasi di nascosto. Fotografa clown tristi e bizzarri, tragici spettri di un mondo impaurito. Sono scatti dai contorni sfumati: è il suo tentativo, dall’esito paradossalmente antiretorico, di interpretare il realismo socialista.



La guerra

Scoppia la guerra, con la famiglia è evacuato nella gelida regione di Perm. Dopo il conflitto si trova ancora più emarginato. Tradito dai seguaci di un tempo, lavora a progetti che non verranno mai pubblicati. L’estrema umiliazione giunge nel 1951 quando il sindacato degli artisti lo depenna dalla lista degli iscritti. Alla persecuzione politica si aggiunge la salute malferma: soffre infatti di frequenti attacchi di ipertensione. Nel 1953 muore Stalin. Due anni dopo, ormai alla fine della sua parabola esistenziale, viene riammesso nel sindacato ed espone nella mostra fotografica della Casa dei giornalisti a Mosca. Ma la riabilitazione arriva troppo tardi. Dopo aver lavorato alla grafica del poema di Majakovskij Bene!, dedicato alle imprese della rivoluzione d’ottobre, si spegne, circondato dai pochi amici rimasti e dai familiari, in una notte di dicembre del 1956.


La Stampa – 4 marzo 2016