TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 29 aprile 2016

Camminare verso l'utopia



Un articolo interessante, anche se segnato da una punta di moralismo. Perchè il camminare, unito alla disponibilità all'incontro, rappresenta una gioia (e un valore) in sé. 

Pasquale Coccia

Camminare verso l'utopia

Negli anni delle superiori, al suono della campanella che segnava la fine delle lezioni alle 13.30, guadagnavamo l’uscita a passi lunghi, il nostro stomaco stretto nella morsa dei crampi non consentiva la dilazione dei tempi, perciò tagliavamo il percorso lungo le scale del castello svevo-normanno. In fondo a quelle scale il nostro vociare si faceva d’improvviso silenzio, perché davanti al cancello a della basilica di San Michele, abbarbicata sulla cima di una montagna a 850 metri di altezza, ultima sosta dei crociati prima di imbarcarsi a Brindisi per raggiungere la Terrasanta, sostava in piedi una donna in preghiera.

Arrivava ogni giorno a piedi da San Giovanni Rotondo, qualsiasi fossero le condizioni meteo, percorrendo circa 50 chilometri tra andata e ritorno. Era una donna magra, con il viso scavato, i capelli raccolti, un fascio sottile di muscoli, vestita di marrone, ci dicevano che a infliggerle la penitenza fosse stato Padre Pio. L’immagine di quella donna ci è venuta in mente leggendo il libro del filosofo e teologo Andrea Bellavite,Piccoli passi alla ricerca della verità (Edicilo, 8.50), che raccoglie le considerazioni di un appassionato viandante.



Ad accendere le sue riflessioni l’incontro a Gorizia, in una sera di pioggia battente, con un uomo sulla cinquantina che si ripara sotto la pensilina di un portone. Alla richiesta se avesse bisogno di aiuto, l’uomo estrasse dallo zaino un foglio protetto da una copertina di plastica, firmato dal vescovo di Tarbes presso Lourdes, sul quale era scritto che quell’uomo di nome Francois era diretto a piedi a Gerusalemme, non poteva parlare con nessuno, possedeva solo un cambio di vestiario e un biglietto di ritorno Telaviv- Parigi da utilizzare entro un anno. Francois è un pellegrino del XX secolo, ma senza quel biglietto aereo potrebbe essere del Medioevo, con lo zaino in spalla e chissà quali fardelli dentro, viene accompagnato al vicino ostello della gioventù, gli viene offerta la cena, il pernottamento e un bicchiere di merlot.

Bellavite ci ricorda che ci sono vari tipi di cammini e camminatori meno impegnati di Francois. Nell’era del turismo globale c’è chi sceglie di rinunciare alla camera singola con bagno per qualche mese e percorrere la via Francigena, o chi si propone di percorrere a piedi trenta chilometri al giorno da Saint Jean pied de Port fino a Santiago di Compostela, altri partono dal San Bernardo o dal Monginevro e camminano fino a Roma: “Questa tipologia di marciatori, occorre dirlo, identifica una categoria di privilegiati. Sono infatti persone che se lo possono permettere, in quanto godono di buona salute, hanno sufficiente tempo libero a disposizione e inoltre contano su una disponibilità finanziaria in grado di consentire una dignitosa esperienza”.



Ricorda Bellavite che una attenta operazione di marketing ha avviato migliaia di giovani lungo le vie del nord della Spagna per raggiungere Santiago di Compostela e che alla fine del percorso si ottiene “La Compostela” l’attestato di partecipazione dove è scritto che si è camminato per motivi religiosi, in realtà molti hanno fatto quell’esperienza spinti da altri interessi.

Grazie alle migliaia di giovani, fino a 250 mila negli ultimi anni, molti paesini destinati all’abbandono hanno ritrovato anima e benessere lungo il cammino per Compostela, ma come nota Bellavite “ovunque si respira una strana atmosfera di fraternità fin troppo distante dalla vita quotidiana degli abitanti dei piccoli e grandi centri attraversati i quali, se non fanno parte del numero di coloro che comunque ci guadagnano qualcosa, osservano con un misto di irrisione e di invidia questi temporanei nullafacenti alla conquista di un’esperienza da raccontare”.

Inevitabile correre all’impressione destata dalle colonne di rifugiati dalla guerra in Siria, migliaia di rifugiati che in fila a piedi percorrono centinaia di chilometri per raggiungere l’Europa del benessere e dell’abbondanza, cammino percorso in gruppo e in silenzio, con una dignità che dovrebbe imbarazzarci, anche se ognuno ha una sua meta.



Ci ricorda l’autore che il cammino percorso in solitudine fa dell’isolamento il programma principale, ma il cammino può essere percorso in gruppo, anche se richiede uno spirito di adattamento e di tolleranza al quale non siamo abituati. In alcuni casi il cammino consente di trovare l’anima gemella, come racconta il francese Etienne Liebig nell’irriverente libro Come sedurre la cattolica sul cammino di Compostela. L’obiettivo del cammino non è raggiungere una meta, come tanti ritengono, ma provare il piacere di camminare.

Chi è, dunque, il camminatore? “Una persona che fa della propria vita, nel suo insieme o in brevi periodi, un simbolo dell’esistenza. Sperimenta la condizione particolare di chi lascia alle proprie spalle la certezza di un rifugio, per proiettarsi in modo più o meno evidente, in un’avventura che comporta anche il rischio e comunque la necessità di adattarsi alle varie circostanze”.

Il 2016 è l’anno nazionale del Cammino, da vivere da soli o in compagnia, per brevi tratti o per chilometri, in città o in montagna, lungo i percorsi medievali o della greenway. Perché camminare? Nel libro Parole in cammino ce lo spiega Edoardo Galeano: “Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini non lo raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”.


Il manifesto – 16 aprile 2016