TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 17 aprile 2016

Dove andare. Lungo le Yellowstone, dove Capo Giuseppe combattè contro le giacche azzurre



Viaggio nel Parco di Yellowstone, luogo dell'ultima resistenza dei nativi americani contro le giacche azzurre.

Gianni Riotta

L’ultima trincea pellerossa diventata icona della memoria



Nell’estate del 1877 la tribù di indiani dei Nasi Forati, con il suo capo Joseph, era su tutte le prime pagine dei giornali, considerata con l’ammirazione e la paura che l’America riserva ai nemici che non sa battere. In disperata cerca di territori in cui vivere in pace, Joseph, montando a cavallo notte e giorno, aveva portato i suoi, guerrieri, donne, bambini e anziani, dall’Oregon oltre le Montagne Rocciose, fino alle pianure. Il colonnello Gibbon aveva attaccato gli indiani al fiume Big Hole, in Montana, ma Giuseppe era un guerrigliero straordinario, lasciava i non combattenti indietro, mandava avanti i giovani a indurre alla carica gli americani, poi piombava loro addosso e si ritirava imbattuto, proseguendo la sua Anabasi.

Toccò allora al generale Howard, detto «il Cristiano», per la sua fede religiosa, mutilato della Guerra Civile, proseguire l’inseguimento. Il 20 agosto al Camas Creek nuovo combattimento e allora Joseph aveva condotto i suoi in una manovra incredibile. Lasciando di stucco i cavalleggeri, entrò nel Parco di Yellowstone, guadando torrenti e valicando canyon, giusto dove oggi sorge l’ingresso del Parco dei cartoni animati dell’orso Yoghi e del suo saggio amichetto Bubu.

    Big Hole River

La guerra

Il parco, odierna meta paciosa di turisti, d’estate ad ammirare Old Faithful, il geyser che getta vapore e acqua bollente a cronometro (messo a rischio dai cretini che lo tempestavano di lattine, usanza ormai proibita), d’inverno per scorribande in slitte meccaniche, un po’ vietate un po’ sopportate, divenne un Vietnam in anteprima, ancora studiato all’accademia militare di West Point. Giuseppe intuì che l’esercito Usa, cui si era unito ora il generale Sherman, eroe della guerra contro il Sud, avrebbe bloccato le uscite tradizionali dal Parco, e quindi condusse i suoi in un lento cerchio, fingendo di puntare a Sud, poi risalendo in fretta al Nord, via l’impossibile sentiero sulle montagne Absaroka (3000 metri d’altezza) e il Dead Indian Gulch, tra pascoli di alci e bisonti e branchi di lupi.

Nel parco villeggiavano tre dozzine dei turisti, pionieri delle orde che seguiranno, e presto l’astuto capo «Specchio», leader militare dei Nasi Forati, si trovò a decidere quando prenderli in ostaggio, quando ignorarli, quando usarli come schermo. Nei raid morirono un paio di civili.

L’esito della guerra dei Nasi Forati finisce con l’accerchiamento, al confine sognato del Canada, e un nobile discorso di resa del Giuseppe, ma da allora, almeno per i turisti meno distratti, è chiaro che ogni parco d’America non è solo libro di storia naturale, ma anche di storia umana. Gli scolari americani di una o due generazioni fa, imparavano due versi infantili, adesso censurati perfino da Trump: «Where we go to school each day, Indian children used to play», sulla nostra strada per andare a scuola, un tempo, giocavano i bimbi indiani.

    Capo Giuseppe

La memoria

Nel parco degli Adirondacks i turisti cercano dunque l’ombra dell’ultimo dei Mohicani, dal parco Denali, in Alaska, sono emerse tracce di cacciatori vecchie di 12.000 anni. Un parco è per gli americani, eredi dei Pellegrini arrivati nel XVII secolo, o Hmong sbarcati da pochi anni, simbolo di come era il Paese quando i bisonti ne coprivano le praterie, i salmoni sfamavano le tribù e Manhattan era isola ricca di ostriche e tabacco, attraversata da un solo sentiero sghembo, traccia originale della Broadway dei teatri. I capi tribù venivano seppelliti in direzione delle correnti che portavano il pesce, in simbolo di gratitudine.

Negli Anni 50 e 60 il parco diventò surgelatore della memoria, e in automobile con la benzina a 5 centesimi, la famiglia «incontrava» la natura, scacciati i lupi e gli indiani, spenti, alla prima scintilla, gli incendi. Lo studioso Bill McKibben ammonì nel suo saggio La fine della natura (Bompiani) che questi giardini finti, quinta da Hollywood per turisti, non erano più «naturali» e l’uomo non doveva esserne il regista. Tra mille polemiche gli incendi dell’estate 1988 a Yellowstone non vennero spenti per la prima volta, il fuoco non doloso tornò a essere parte della natura e, malgrado le proteste degli allevatori, il lupo e altri predatori vennero reintrodotti nei parchi.

L’America post 2000 si affolla sulle coste, Atlantico e Pacifico, e nelle Grandi Pianure, immense aree non coltivate né abitate, generano un nuovo, grande e solitario parco svuotato dall’Homo detto Sapiens. Nei parchi della California e del Colorado tribù di giovani si esercitano in alpinismo estremo, senza protezione, e in lanci nel vuoto con corde elastiche, sfidando la morte, a volte perdendo. I loro padri erano certi di dominare la Natura, confinandola in un parco. Loro, malgrado lo smartphone nello zainetto non ne sono più sicuri e si interrogano, acrobati digitali in un parco trasformato in terra di nessuno tra Natura e Storia.


La Stampa – 12 aprile 2016