TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 6 aprile 2016

Il Talmud. Voce del popolo ebraico che dialoga con Dio



Il Talmud è il ribaltamento della rivelazione divina. Quella che, con tutti i limiti dell’essere umano, parte da terra per arrivare al cielo”.

Gavriel Levi

Il giusto rispetto per il Talmud


Il Talmud è, in sostanza, la bibbia orale degli ebrei. O meglio: il motore di questa bibbia orale. Stampato, copre una ventina di volumi. Ma la scrittura è un’apparenza, perché le pagine sono tutte parlate.

Come dato storico, il Talmud è, appunto, un testo orale (la mishnà) che, in un periodo di difficoltà, è stato salvato su una pagina scritta e che è stato subito restituito all’oralità, da un’esplosione mirata di tanti testi orali (la ghemarà).

Il Talmud è come il pentagramma che esiste soltanto per essere suonato. Non si può comprendere il Talmud senza partire da questo assunto e senza entrare nella memoria emotiva del discorso orale.
Il discorso talmudico è la somma di tanti dialoghi. Di due persone che, per affrontare il problema pratico di qualcosa da fare, parlano di un testo e lo confrontano con un altro testo e lo interpretano rispetto ad altri dialoghi ed altri testi.

Lo sfondo in cui questo dialogo complesso si muove è costituito da diverse dimensioni conflittuali: il conflitto tra situazioni concrete particolari e principi teorici più o meno generali; il conflitto tra norme religiose e norme etiche; o comunque anche tra diverse norme religiose o tra diverse norme etiche; il conflitto tra la logica umana (sevarah) e la trascrizione del messaggio divino (qabbalah); il conflitto tra le verità che ogni alunno-maestro porta con sé e che si risolve soltanto scoprendo la verità di un altro alunno-maestro.

La discussione talmudica è un grande gioco caleidoscopico. Ogni norma può essere confrontata e pensata rispetto a qualsiasi altra norma. Ogni fatto umano rispetto a qualsiasi altro fatto umano. Qualsiasi norma con qualsiasi fatto. I collegamenti sono stabiliti in base a regole linguistiche ed a regole logiche. Ma l’insieme dimostra una realtà potenziale infinita. Con un filo rosso che costruisce un percorso antropologico, ad intensità religiosa crescente.

Va considerato un altro punto caratteristico. La discussione talmudica è presentata come se tutti quelli che parlano stessero seduti intorno allo stesso tavolo. Ma la gran parte degli interlocutori che sembrano parlare a botta e risposta, non si sono mai neppure incontrati.

Per capirci con un esempio: un dialogo è aperto da un allievo-maestro vissuto nel 350, che pone una domanda rispetto a un altro allievo-maestro vissuto nell’anno 210 (in contraddizione con un’idea espressa nell’anno 180).

Il dibattito sembrerebbe senza sbocco, se non intervenisse una risposta formulata nell’anno 270 da un altro allievo-maestro su un argomento più o meno parallelo...

È evidente che il dialogo talmudico riassume diverse discussioni, cucite secondo un filo logico coerente ma in qualche modo surreale. Insomma: la redazione talmudica utilizza consapevolmente il contrasto che esiste tra la logica del discorso e la sua proiezione cronologica.

È giusto interrogarsi sul senso di questa straordinaria formula. Perché mantenere una sequenza formalmente fuori del tempo? Si poteva benissimo sviluppare, almeno nella scrittura un ragionamento coerente tanto per i passaggi logici quanto per la successione temporale. Perché portare ogni futuro studioso del Talmud in una specie di macchina del tempo, inventata apposta per lui?

La risposta è semplice e non banale. Gli allievi-maestri del Talmud hanno scelto di inventare un monte Sinai umano: se Dio ha parlato una volta sul Sinai e se vogliamo continuare questo dialogo, il Sinai lo dobbiamo costruire noi. Tutti assieme, in una realtà vista all’infinito e quindi fuori dal tempo.

In sintesi: il Talmud è il ribaltamento della rivelazione divina. Quella che, con tutti i limiti dell’essere umano, parte da terra per arrivare al cielo.

Un’ultima annotazione conclusiva: il Talmud è stato trasmesso dai maestri farisei in oltre 600 anni di confronto e durante diverse ondate di persecuzioni. Il Talmud è stato messo al rogo in diverse città d’Europa, nel Medioevo come alle soglie della modernità.

Il pregiudizio antigiudaico che ha portato ai roghi del Talmud esiste ancora. Oggi si esprime con l’uso dei termini farisei, rabbinico e talmudico come sinonimi di formalismo rituale, ipocrisia, aridità morale e peggio.

Forse è giunto il momento di alzare una voce forte e chiara per restituire al Talmud e ai farisei il giusto rispetto.



La Stampa – 5 aprile 2016