TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 8 aprile 2016

“La Tempesta”, istruzioni per l’uso dell’opera di Shakespeare e dei segreti che nasconde



In un saggio appena uscito, Nadia Fusini offre una rilettura della commedia del grande drammaturgo che si incrocia con l’autobiografia e la storia dell’Inghilterra elisabettiana.


Leonetta Bentivoglio

La Tempesta”, istruzioni per l’uso dell’opera di Shakespeare e dei segreti che nasconde


Ci sono opere d’arte che ci scovano, ci intrappolano, ci restituiscono la nostra immagine sfondandone la superficie, la interrogano fino a decifrare la coscienza di noi stessi. Certi capolavori si moltiplicano dentro di noi tracciando una riconoscibilità che prescinde da tutto: tradizione, lingua, esperienze, caratteristiche psicologiche e ambientali. Questo rappresenta La Tempesta per Nadia Fusini, scrittrice e studiosa che ha dedicato a Shakespeare una parte essenziale delle proprie indagini.

Avviene ora che tramite il suo nuovo libro, Vivere nella tempesta, appena uscito per Einaudi (pagg. 202, euro 18,50), La Tempesta di Shakespeare possa assumere la medesima funzione per ogni suo lettore. Guidandolo in un mondo in grado di smuovere (tempestosamente) le ragioni dell’essere, in senso intimo e oggettivo.



Da questa commedia tardiva di Shakespeare affiora una poesia “ultima” dell’esistenza che può proiettarci nel cuore della vita intera. Fusini lo sa, e ha attraversato sempre con devozione e accanimento tale consapevolezza, che però qui, in Vivere nella tempesta, tocca col massimo della profondità e del coinvolgimento personale (è già autrice di importanti lavori su Shakespeare).

Perché parlando di Prospero, Miranda e Caliban, della loro isola spiritata e salvifica, del gruppo di naufraghi che vi trova rifugio e iniziazione, questo libro parla anche di lei, dei suoi trascorsi autobiografici, dell’isola che mitizzò durante l’infanzia, del suo forte legame con il padre.

Al contempo parla di politica, psicoanalisi, storia sociale dell’Inghilterra elisabettiana, imprese di navigatori seicenteschi e accadimenti odierni. Parla di esuli che sbarcano sulle nostre coste in cerca di salvezza e della cieca voglia di potenza che domina tante menti. Parla del cosmo sterminato e trasversale equivalente alla cultura umana, dove il viaggio è ritornante e prismatico per reiterazioni, conferme e rimandi, capaci di riflettere un sentire e un sapere che ci riguarda tutti, in ogni epoca e geografia del pianeta. È l’idea della condivisibilità dell’arte l’aspetto più emozionante di questo vorticoso saggio, che si trasforma anche in romanzo e in diario, dove La Tempesta diventa specchio di tutte le nostre tempeste.



Come una conchiglia erogatrice di sonorità stratificate, il play shakespeariano può regalarci percorsi analogici e metaforici a volte nati dai fatti storici. Vedi l’episodio di una nave, la “Sea-Venture”, che nel 1609 è inghiottita dalle onde al largo delle Bermuda e data per dispersa; si scoprirà in seguito che l’equipaggio è sopravvissuto grazie all’approdo in terre strane e ignote. Nell’estro del drammaturgo s’agitano sollecitazioni attinte dalla concretezza di un’era colma di esplorazioni del Nuovo Mondo e di febbri colonialistiche. Ma le chiavi per introdursi nella Tempesta trasfigurano la cronaca segnalando agganci etici, filosofici e letterari.

L’isola è il luogo altro, dove tutti si salvano e l’immaginazione trionfa. È il test che mette alla prova le qualità morali dei naufraghi, il confronto col dolore e la perdita, la possibilità di accesso al “paese reale” di Simone Weil. È un campo da cui traspare l’affinità tra Shakespeare e Montaigne nel gusto del paradosso, nell’ironia, nel relativismo provocatorio e tollerante. Capiamo a un tratto che l’isola è anche quella dell’Eneide, e che il naufrago Ferdinand, di cui s’innamora Miranda, è un nuovo Odisseo o un novello Enea.


Caliban è il diverso, lo schiavo, il selvaggio da domare, l’irrazionale da reprimere. Figlio della strega Sycorax, dà un volto alla paura diffusa a Londra all’alba del capitalismo, simboleggiando il proletariato aggressivo e generando fantasie di mostri e streghe. Tutt’altro è la sua bramata “quasi-sorella” Miranda, limpida, passionale, vicina alla natura. Col suo slancio di compassione e perenne meraviglia, Miranda incarna un ennesimo tema della Tempesta, quello che vede come azione sovrana dell’uomo la pietà. Il padre di Miranda è Prospero, esule e mago come John Dee e Giordano Bruno, mentre Antonio è il fratello- caino che gli ha tolto il regno.

D’altronde sembra che chiunque stia sull’isola aspiri a comandare, ed è il potere un ulteriore cardine dell’opera. Ma la strada della libertà avanza verso la rinuncia realizzata da Prospero, che si sottrae al possesso del governo e dona l’adorata figlia al nuovo sposo. Perché La Tempesta è soprattutto rinascita dopo il naufragio.


La Repubblica - 6 aprile 2016