TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 30 aprile 2016

"Lo Stato contro Fritz Bauer". Un film da vedere


Un film tedesco ricostruisce una pagina sconosciuta della caccia ai criminali di guerra nazisti. Da vedere.


Un magistrato patriota tra gli ex nazisti «Così ho riscoperto Fritz Bauer»

Intervista di Stefano Montefiori


Se l’organizzatore della soluzione finale Adolf Eichmann un giorno di maggio 1960 ha dovuto interrompere la sua vita serena in Argentina, turbata solo dallo scrupolo di «non avere finito il lavoro», come diceva, lo si deve in buona parte alla determinazione del procuratore tedesco Fritz Bauer. Un personaggio dimenticato dalla Storia, che lo scrittore e giornalista francese Olivier Guez ha raccontato anni fa nel saggio L’impossibile ritorno, storia degli ebrei in Germania dopo il 1945 (Flammarion) e ora, da co-sceneggiatore, nel film Lo Stato contro Fritz Bauer.

Bauer era un ebreo tedesco, un patriota socialdemocratico, costretto a rifugiarsi in Danimarca all’avvento del nazismo. Alla fine della guerra tornò a Francoforte e da magistrato si mise in testa di ridare onore al suo Paese cercando di processare i responsabili dell’Olocausto. Nella Germania degli anni Cinquanta i più teneri lo trattavano da scocciatore invasato; i servizi segreti tedeschi, ancora pieni di ex nazisti, cercavano di fermarlo.

Come ha riscoperto il personaggio di Fritz Bauer?
«Facendo le ricerche per il libro sul ritorno degli ebrei tedeschi in Germania. Avrei dovuto imbattermi in lui immediatamente invece non è stato così. Questo mi stupì molto, all’epoca. Il libro è uscito in Francia nel 2007, e dopo la sua traduzione in Germania nel 2011 il regista Lars Kraume mi ha contattato per pensare insieme a una sceneggiatura. Anche lui non conosceva Fritz Bauer. Tutti sanno che Eichmann è stato catturato in Argentina dal Mossad, poi processato e impiccato a Gerusalemme nel 1961, ma non che gli israeliani sono stati messi sulle sue tracce da Bauer».

Come si spiega questo oblio?
«La Germania ha un rapporto con il passato più complicato di quanto noi vogliamo credere. Solo l’attore protagonista del film, Burghart Klaußner, che è nato nel 1949, si ricordava di Fritz Bauer e della sua morte nel 1968, per lui era qualcuno di importante, è stato uno dei pochi tedeschi che hanno cercato di ri-appropriarsi del loro passato. Abbiamo in testa un’immagine falsa di una Germania che si è messa subito al lavoro per farsi l’esame di coscienza. Ma questo succede solo alla fine degli anni Settanta e agli inizi degli Ottanta, quando la generazione della guerra — i quadri nazisti erano piuttosto giovani — va finalmente in pensione».

Fritz Bauer è un ebreo tedesco che aiuta Israele, ma i suoi rapporti con gli israeliani non sono facili.
«È un aspetto molto interessante, che discende dalla storia dell’ebraismo europeo. Una delle scene più forti, alla quale abbiamo lavorato a lungo, è l’incontro di Bauer con il capo del Mossad a Gerusalemme. Gli ebrei tedeschi e quelli dell’Europa orientale si detestavano. I primi si sentivano emancipati e colti, parlavano tedesco e disprezzavano quel dialetto germanico che è lo yiddish; i secondi a loro volta non amavano gli ebrei tedeschi, che a loro parere avevano abbandonato la tradizione e il patrimonio ebraico per fingere di essere tedeschi. Fino al nazismo e alla guerra gli ebrei tedeschi erano in posizione di forza, si sentivano più moderni e civilizzati. Ma nel dopoguerra in Israele ci sono gli ebrei partiti anni prima verso la Palestina dall’Europa dell’Est: bielorussi, polacchi, ucraini. È la grande rivalsa nei confronti degli ebrei dell’Ovest, che in Israele arriveranno dopo».

Il capo del Mossad si rifiuta di parlare tedesco con Bauer.
«Vuole umiliarlo anche se sa benissimo il tedesco, gli si rivolge in yiddish e Bauer gli risponde innervosito a sua volta “io non capisco l’yiddish”. Per gli israeliani negli anni Cinquanta era impossibile vivere in Germania, il capo del Mossad dice “io mi occupo degli ebrei vivi, non degli ebrei morti”, per loro Fritz Bauer è un’anomalia storica. Non c’è alcuna complicità».

Fritz Bauer cerca con tutte le forze di fare estradare Eichmann in Germania, vuole processarlo a Francoforte come momento chiave di una palingenesi nazionale.
«Ma non è un diplomatico e non coglie la realpolitik del dopoguerra. Israele ha bisogno della Germania Ovest perché gli servono armi e tecnologia, la Germania ha bisogno di Israele per reinserirsi nel consesso delle nazioni, che è il grande obiettivo del cancelliere Adenauer. E il miglior modo di mostrare al mondo che la Germania è cambiata è fare la pace con gli israeliani. Poi, processare Eichmann a Francoforte porterebbe probabilmente alla scoperta di quanti quadri nazisti ancora detengono i posti più importanti dello Stato, e questo farebbe vacillare il governo Adenauer: un’eventualità che, in piena guerra fredda, gli americani non possono permettersi».

Alla fine comunque Eichmann viene catturato e processato. Altri continueranno a sfuggire.
«Sto lavorando a un libro su Josef Mengele. Che nel 1956, all’ambasciata tedesca di Buenos Aires, recupera tranquillamente un passaporto a suo nome. Il sentimento di impunità era assoluto».


Il Corriere della sera – 30 aprile 2016