TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 30 aprile 2016

Lou Dalfin, canzoni ai confini del mondo



Il ritorno del gruppo occitano, molto vicino ai movimenti No Tav. Brani su storie di insubordinazione e inni antimilitaristi. Parla il leader della band, Sergio Berardo.

Paolo Ferrari

Lou Dalfin, canzoni ai confini del mondo

La musica endemica è il titolo del dodicesimo album del gruppo occitano di passaporto italiano Lou Dalfin. Prodotto da Madaski degli Africa Unite e lanciato dal singolo Los Taxis de Barcelona, con video diretto dal cineasta torinese Davide Borsa, il disco contiene 14 inediti. Leader della band da 34 anni e da oltre 1.300 concerti è Sergio Berardo, che incontriamo a Caraglio, provincia di Cuneo, nel quartier generale dei cantori folk rock del Delfinato.

Avete definito in passato il vostro genere «ballo canzone»: vale anche per questo cd?
Sì, il nostro sforzo consiste sempre nell’abbinare la scrittura d’autore alla struttura coreutica della musica che in concerto detta i movimenti ai ballerini. Rispetto ai precedenti forse c’è un po’ più di canzone, come quando con L’Òste del Diau vincemmo la Targa Tenco nel 2004.

Passiamo dunque ai testi, partendo da «Glòria al Deseseten», una storia di insubordinazione a ordini scellerati. È un inno antimilitarista? 
L’importante non è che quei soldati non abbiano sparato, ma che non lo abbiano fatto sulla loro gente. Era il 1907, in Linguadoca era in corso una rivolta contro l’immissione di vino alterato chimicamente o di importazione algerina che metteva alla fame i coltivatori locali. La capeggiava un socialista, Ernest Ferroul, che chiudeva i comizi gridando «W la Nazione Occitana». Al momento della repressione, i ragazzi D’Oc del 17° Fanteria rifiutarono di fare fuoco sulla gente e si unirono alla protesta. Per farli rientrare in caserma vennero illusi con la chimera di un condono. In realtà furono inviati prima in Nord Africa e poi al fronte della Guerra Mondiale, dopo il 1918 su 400 ne erano rimasti vivi sette.



Altro anno cruciale nella storia delle tante repressioni perpetrate da Parigi contro gli Occitani e altro brano, «Tèrra 1209»…
Fu l’anno in cui l’Occidente ordì l’unica crociata contro sé stesso anziché rivolta al Medio Oriente. Il Papa e il Re di Francia attaccarono e distrussero gli Albigesi, tutti occitani e catalani, perché non potevano tollerare la loro civiltà illuminata. La società Catara fu un esperimento prerinascimentale formidabile: tolleranza, tradizione poetica dei trovatori, diritto per le donne di prendere la parola in pubblico. Gli Occitani si difesero come poterono da quell’invasione in arrivo da paesi distanti ed estranei, l’Île-de-France e Roma. Fu l’inizio della colonizzazione.

Ancora un testo, questa volta una storia di banditi piemontesi ghigliottinati a Marsiglia: che ruolo ha avuto il banditismo a cavallo tra Piemonte e Francia?
Il pezzo è La beata, che significa proprio la ghigliottina. La storia è vera, la gang imperversava a metà Ottocento e fu ghigliottinata nel 1868. Oggi si punta il dito contro nordafricani e zingari, considerati bacini di arruolamento per la bassa manovalanza criminale, ma allora quel ruolo nel Sud della Francia era spesso rivestito dai Piemontesi. Spesso erano ex soldati incapaci di reinserirsi nella società dopo le guerre. Erano dei poco di buono, ma rappresentavano a modo loro la natura posticcia dei confini tra Italia e Francia. Le nostre vallate sono un mondo unico, di qua e di là dallo spartiacque, per lingua, cultura, storia e musica.

Come funziona tutto questo immaginario al confronto con il pubblico extra occitano?
C’è un’attenzione sempre maggiore per la vera Europa, quella composta dalle comunità reali anziché dai grandi stati. Inoltre, in tanti anni di lavoro in giro per l’Italia e per il continente abbiamo seminato conoscenza anche in materia di ballo, non c’è concerto a Roma, in Toscana, a Milano e al Sud in cui qualche coppia non si metta a ballare la giga, la curenta, il rigodon. Gli altri provano a fare altrettanto, e chi non ci riesce salta come ai concerti punk. Siamo una band coinvolgente, è da sempre uno dei nostri punti di forza.

Nonché un gruppo molto vicino al movimento No Tav…
Sì, è una simbiosi naturale. Noi cantiamo la montagna violata dai grandi interessi, svuotata dei propri abitanti, emarginata dalla politica. Quando qualcuno, come il movimento contro il TAV, alza la voce, ci trova al suo fianco.

Il manifesto – 20 aprile 2016