TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 7 aprile 2016

Massimo d’Azeglio, il patriota riluttante



A 150 anni dalla morte del pittore, romanziere e primo ministro del Regno di Sardegna In tempi di retorica unitaria commentò: “Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”.


Alessandro Barbero

Massimo d’Azeglio, il patriota riluttante



Centocinquant’anni fa moriva Massimo d’Azeglio, primo ministro del regno di Sardegna dal maggio 1849 all’ottobre 1852. Lui e il suo rivale e successore Camillo Cavour avevano moltissime cose in comune. Tutt’e due appartenevano alla più antica nobiltà piemontese: ovvero a famiglie che dopo aver fatto i soldi con i traffici e l’usura negli industriosi comuni del Piemonte medievale, i Taparelli a Savigliano, i Benso a Chieri, avevano giudiziosamente investito nell’acquisto di feudi, contee e marchesati, ed erano entrati al momento buono al servizio dei Savoia. Eredi di illustri e ricchissime famiglie, erano però entrambi secondogeniti: e il figlio cadetto d’una famiglia nobile, nel Piemonte della Restaurazione, non aveva un destino così invidiabile.



Soltanto Cavaliere

I privilegi della nobiltà si ereditavano comunque; ma il patrimonio di famiglia andava tutto in fedecommesso al primogenito. Perfino quand’era primo ministro e l’uomo più potente d’Italia, Camillo abitava nel palazzo di proprietà del fratello maggiore, il marchese Gustavo; e solo grazie al fatto che la famiglia possedeva anche un titolo comitale poteva farsi chiamare, a titolo di cortesia, sor cont. Meno fortunato da questo punto di vista, Massimo è stato per tutta la vita soltanto «il cavalier d’Azeglio»: il marchese era suo fratello Roberto. Non è forse un caso se i due cadetti, nati in un ambiente reazionario e clericale, divennero entrambi ribelli e liberi pensatori, e rifiutarono la carriera militare a cui le famiglie li destinavano per costruirsi un altro destino.

Qui, però, le analogie finiscono, perché è difficile immaginare due scelte di vita più diverse. Mentre Camillo si dedicava con zelo ad arricchirsi, non senza perdere in borsa somme colossali che poi convinceva il padre a ripagare minacciando altrimenti di spararsi, Massimo scoprì che la sua vera vocazione era la pittura e se ne andò a Roma a dipingere, mantenendosi con la vendita dei suoi quadri. È vero che l’arte era un pallino di famiglia, e anche suo fratello il marchese Roberto si occupò di pittura per tutta la vita: ma lo faceva da studioso di storia dell’arte, tanto che divenne nel 1832 il primo direttore della Galleria Sabauda, allora ospitata a Palazzo Madama. Massimo, invece, faceva la bohème a Roma e nei Castelli; però lavorava sodo, e la famiglia dev’essersi detta che era meglio così, giacché prima, ufficialetto adolescente a Torino, il ragazzo ne aveva fatte di tutti i colori.



Genero di Manzoni

Alla carriera politica, in quegli anni, d’Azeglio non pensava affatto; all’Italia sì, però, come tutti i giovanotti d’allora. I suoi quadri raffiguravano gli eroi che sanno morire per la patria, e quando gli venne voglia di provare a fare anche dei romanzi, trovò i soggetti nelle pagine più patriottiche della storia d’Italia, come La disfida di Barletta. Siccome era un giovane modesto e ansioso di imparare, andò a chiedere consiglio ad Alessandro Manzoni, e per troppa fretta sposò anche sua figlia Giulia, che aveva dieci anni meno di lui. Giulia, poi, morì dopo appena tre anni, durante i quali Massimo l’aveva resa profondamente infelice, e il suocero romanziere gli fece causa per una faccenda di eredità; ma nel frattempo il romanzo era uscito, con straordinario successo, portando D’Azeglio alla ribalta nazionale. Passò ancora qualche anno prima che gli venisse voglia di buttarsi in politica, ma quando lo fece bruciò le tappe, anche perché dopo i lunghi e sonnolenti anni della Restaurazione i tempi della storia erano improvvisamente diventati frenetici: entrato nel giro dei cospiratori mazziniani nel 1845, quattro anni dopo Massimo era primo ministro.

Paradossalmente fu lui a far entrare nel governo Camillo Cavour, che dopo aver realizzato l’obiettivo di diventare l’uomo più ricco del regno si era proposto, modestamente, di diventare presidente del Consiglio, ma alle prime elezioni del Parlamento Subalpino era stato trombato. D’Azeglio prese in mano la barra del governo in un momento drammatico, all’indomani della catastrofe di Novara e dell’abdicazione di Carlo Alberto, e la tenne ben ferma al centro, dichiarandosi «risoluto a picchiare egualmente sui rossi come sui neri»: in linea con questa prospettiva rigidamente liberale, fece sparare sugli insorti repubblicani di Genova, ma rifiutò i suggerimenti di ritornare al passato abolendo lo Statuto, e promosse le leggi Siccardi nonostante la violentissima opposizione della Chiesa.



L’«empio rivale» Cavour

Offrire al giovane Cavour il ministero delle Finanze dovette sembrargli una buona idea: «È un autentico gallo da combattimento, specialità che ci mancava», si compiacque. Ma il re Vittorio conosceva meglio i suoi polli e commentò: «Ma come, non veggono lor signori che quell’uomo lì li manderà tutti colle gambe all’aria?» (ma il re parlava in piemontese e disse di peggio). Puntualmente, già un anno dopo Cavour macchinava per buttar giù D’Azeglio e prendere il suo posto, e Massimo nelle sue lettere lo chiamava ironicamente «l’empio rivale».

Quando Camillo, come da copione, gli sfilò la maggioranza, D’Azeglio si dimise e rimase a guardare, dando ancora una mano quando ce n’era bisogno, ma con crescente disincanto. Mentre il Paese appena unificato si ubriacava di retorica, commentò che «pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani», senza sapere che la frase, opportunamente modificata per renderla meno pessimistica, sarebbe diventata famosa; vedendo come andavano le cose col brigantaggio nel Mezzogiorno, osservò che non era troppo chiaro se i napoletani «ci vogliono o no», e concluse amaramente che, avendo unificato la Penisola, i piemontesi avevano guadagnato «la ricompensa d’esser venuti in tasca a tutti gli Italiani». Morì nel 1866, a 68 anni, senza fare in tempo a vedere il trasporto della capitale a Roma, che aveva avversato tenacemente, sostenendo che tutti quanti si facevano di Roma un’idea puramente retorica; il che avrebbe dovuto far riflettere, visto che lui era l’unico che la conosceva bene.


La Stampa – 4 aprile 2016