TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 10 aprile 2016

Peggy Guggenheim. Ritratto di signora tra amori e capolavori



A Firenze una mostra racconta la collezione di Peggy Guggenheim. Tra gli Stati Uniti e Venezia, una vita unica fatta di mecenatismo e passioni importanti come il secondo marito Max Ernst e John Cage.

Paolo Russo

Mrs. Guggenheim. Ritratto di signora tra amori e capolavori

Scandalosa Peggy, han scritto e detto in troppi. Per via dei tanti amanti e amori, dal giovane Beckett al secondo marito Max Ernst all'ascetico John Cage. «Ma con lui – precisò – una sola notte». Ben più di troppi per l'America puritana, e, imperdonabile, detti e scritti. Da lei, che col cuore quasi sempre soffrì, per prima. Come illustra nell'avvincente autobiografia Out of This Century.

Oltraggiosa lo fu, certo, ma per l'eretico istinto di visionaria mecenate e donna sempre sincera, diretta. Come un gancio al mento. Intuito e gusto unici, brillante, caparbia, mondana, fu egocentrica quanto generosa. In un'America già scioccata dall'audace collezionismo parigino degli Stein e dei Clark come dall'Armory Show del ‘13, Peggy stracciò la camicia di forza della sua upper class per il Village, quella modernità e ben altri tutori, Duchamp e sir Herbert Read su tutti. Allieva devota, da loro imparò a stanare la messe di maestri che volle vicino, nutrì e, mai dimenticata rabdomante, fece volare nel mondo.

"Impollinatrice" la chiama lo storico dell'arte John Richardson. Una vita larger than life, la sua. Anche nei tremendi, non detti dolori: la morte del giovane padre Benjamin che, in smoking, sceglie di inabissarsi col Titanic; quella del vero grande amore, John Holmes; quella di parto dell'adorata sorella-madre Benita; il rapporto impossibile coi figli Sindbad e la suicida Pegeen. 



Così e molto oltre la racconta Peggy Guggenheim: Art Addict, il bel film di Lisa Immordino Vreeland, che insegue Peggy in profondità, affidando alla sua voce timida, recuperata dalla preziosa intervista, data per persa, con la biografa Jacqueline Weld ( Peggy: The Wayward Guggenheim), la propria struttura. Facondo nel ritmato montaggio di rarità e inediti: filmati, foto, inviti e interviste d'epoca fino a quelle con Abramovic, De Niro, i cui genitori-pittori debuttarono da Peggy, e Larry Gagosian. Uscito in molte città e presto in altre (wantedcinema.eu) il film si trova a Palazzo Strozzi e, dal 31, nei negozi.

Non una dea però sensualissima, la precoce ribelle del ramo "povero" di una delle famiglie più ricche del pianeta – ebrei svizzeri, da fine ‘800 tycoon della metallurgia Usa – ha fatto fin da giovane una cosa molto rara: usato istinto e soldi, non sempre così tanti come si dice, per estrarre dai "suoi" artisti – uno per tanti, Pollock – prodigi che quasi non sapevano di possedere. E offrirli alla gente comune: un sogno vero di democrazia del bello e del nuovo.

«La ricordo – dice Philip Rylands, direttore di Guggenheim Venezia, che giovane studioso la conobbe nel ‘73 – come un'affettuosa amica, modesta, raffinata, sorpresa del suo successo, spontanea, una fucina di occasioni. Chiese a Pollock un murale per casa sua, nacque un'opera capitale del ‘900 americano. Disse a Motherwell di provare il collage, restò il suo medium tutta la vita. Invitò Frederich Kiesler a progettare la galleria di New York, e lui fece il suo capolavoro».



Instancabile, di gallerie ne creò due, cruciali: la Jeune a Londra, ‘38, Art of This Century a New York, ‘42. Salvò dai nazisti opere che il Louvre non valutò degne, rilanciò la Biennale dopo il ‘45. Portò a spasso per due continenti, anche in guerra, i suoi ancora nomadici gioielli (la sede veneziana era da venire), esibendoli appena e ove possibile in più d'una città; così, invitata dal grandissimo Ragghianti, inaugurò, ‘49, la Strozzina di Firenze.

Finché inventò, nel palazzo della "sua" Venezia che fu dei dogi Venier e della marchesa Casati Stampa, un museo del ‘900 con sole pietre miliari, perciò fra i più visitati al mondo. Malgrado l'italica burocrazia, che la forzerà a donare la raccolta alla fondazione-museo del più serio e serioso zio Solomon (chiamò "il garage" l'edificio di Lloyd Wright...), quei tesori sono rimasti in laguna. La sua ultima grande vittoria.


La Repubblica – 26 marzo 2016