TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 6 aprile 2016

Versi come onde. Ha 500 anni l'Orlando furioso



Il poema dell’Ariosto ha 500 anni. «Scoria dei sogni», «risplendente labirinto» lo definiva Borges, che come Galileo lo amò moltissimo.

Lina Bolzoni

Cinque secoli furiosi



Per Borges, che amava il poema dell’Ariosto come la Divina Commedia e le Mille e una notte, l’ Orlando Furioso era fatto di sogni: «Scoria dei sogni, \indistinto limo che il Nilo dei sogni lascia,\ con essi fu intessuta la matassa \di questo risplendente labirinto». È una lettura affascinante, e dunque vera. Bisogna dire tuttavia che mentre insegue i suoi sogni Ariosto non dimentica la realtà sporca e sanguinosa del suo tempo, quando le guerre d’Italia, con il potere devastante delle armi da fuoco, laceravano il vecchio mondo e comportavano per le popolazioni distruzioni, stupri, crudeltà di una inedita violenza.

È vero anche che Ariosto, il poeta innamorato perso nei suoi sogni, il cortigiano che contratta con i suoi signori i suoi spazi di libertà, è anche un autore del tutto consapevole di vivere nella galassia Gutenberg, nel mondo nuovo creato dal libro a stampa. È arrivato qui a Mantova, qualche giorno fa, Lodovico Ariosto, scrive il 5 maggio 1516 Ippolito Calandra a Federico Gonzaga e ha portato con sé una cassa di libri, «li quali lui a composto sopra a Orlando»; ha regalato alcune copie ai duchi e al cardinale, «li altri lui li vole fare vendere». Il Furioso mostra, anche sotto questo aspetto, tutta la sua modernità: è il primo grande classico moderno di cui l’autore cura sia la scrittura che la stampa e la diffusione, fino alla edizione ultima, del 1532, che lo vede stanco e insoddisfatto e lo condurrà quasi alla morte.

Divenuto rapidamente un best seller, il poema acquista fama europea: influenza non solo le grandi opere, a cominciare dal Don Chisciotte, ma anche le feste, i rituali delle corti, e nello stesso tempo, pastorelle analfabete lo imparano a memoria, e ne cantano le ottave, come ci testimonia Montaigne. E la regina Elisabetta I d’Inghilterra bandisce per un po’ dalla corte uno dei suoi favoriti, John Harington, perché ci mette troppo tempo a tradurre il poema.



Le immagini giocano quasi da subito un ruolo importante in questa vicenda: le edizioni cinquecentesche accompagnano il testo con illustrazioni sempre più raffinate; i suoi personaggi, i suoi luoghi incantati, travalicano la pagina, prendono vita nelle maioliche, nella pittura, nella musica, nel teatro, nei fumetti; attraverso i secoli, fino a oggi, il poema continua a sollecitare gli artisti, a rivivere in mille forme diverse. Possiamo farcene un’idea ripercorrendo i 20 saggi e le 500 illustrazioni di un libro pubblicato lo scorso anno dalla Treccani, L’ Orlando Furioso nello specchio delle immagini a cura di chi scrive.

A secoli di distanza abbiamo provato a riprendere una bellissima suggestione di Galileo Galilei, che amava il Furioso tanto da saperlo a memoria: «quando entro nel Furioso, veggo aprirsi una guardaroba, una tribuna, una galleria regia, ornata di cento statue antiche de’ più celebri scultori». In un certo senso abbiamo provato a prendere alla lettera Galileo, abbiamo cercato di ricreare quella bellissima galleria, che ormai si è arricchita attraverso i secoli, sperimentando i più diversi mezzi di espressione, fino all’ Web.

Ma torniamo a Ariosto, che arriva a Mantova all’inizio di maggio del 1516, con una cassa di libri. Erano le copie fresche di stampa del suo poema, «impresso in Ferrara per Maestro Giovanni Mazocco» il 22 aprile 1516. Sono passati esattamente cinque secoli da allora; il Ministero dei Beni Culturali ha creato un apposito comitato per le celebrazioni. Certo un classico vive di vita propria, ma nel mondo di oggi un centenario può offrire un’occasione preziosa per ridestare l’attenzione verso un testo che magari si è letto solo in parte e distrattamente, e anche per far scoprire a nuove generazioni, di diversa età, il piacere straordinario di una lettura che apre tutti i confini del mondo, ci fa volare con l’ippogrifo e ci fa riconoscere la forza vitale del desiderio e insieme i germi di follia che porta con sé.



Sono previsti convegni di studio in diverse università italiane e straniere, fra cui uno a Londra, alla British Academy, e altri negli Stati Uniti, in Canada, in Francia, in Germania. Un ruolo da protagonisti giocano i giovani ricercatori italiani che, non sempre per libera scelta, lavorano e insegnano all’estero: una ricaduta positiva della nostra diaspora intellettuale.

Momento qualificante del Centenario sarà la mostra che si terrà a Ferrara, nel Palazzo dei Diamanti, «Orlando Furioso. 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi», dal 24 settembre 2016 all’8 gennaio 2017, a cura di Guido Beltramini e Adolfo Tura. La mostra offrirà un panorama delle opere d’arte che possono avere ispirato l’immaginario ariostesco; l’arco cronologico sarà dunque quello precedente o contemporaneo alla scrittura del poema.

Sul versante della fortuna figurativa e teatrale del Furioso si collocherà invece la mostra prevista a Villa d’Este, curata da Marina Cogotti, Vincenzo Farinella, Monica Preti, che proporrà diversi esempi di come il poema abbia ispirato i pittori, fra Sei e Ottocento, e permetterà ai visitatori di rivivere, attraverso disegni e oggetti di scena, quella straordinaria rilettura moderna del poema che Luca Ronconi mise in scena prima nelle piazze e poi per la televisione.



Una mostra bibliografica avrà inoltre luogo presso la Biblioteca Comunale Ariostea, a Palazzo Paradiso. Accanto ai tesori ariosteschi che la biblioteca conserva, si presenterà al pubblico il Dono Segre Debenedetti, una preziosa raccolta libraria che ha accompagnato il lavoro dei due grandi studiosi cui dobbiamo l’edizione critica del poema. La mostra sarà inaugurata proprio il 22 aprile, e l’Ariosto sarà anche fisicamente presente, visto che nel 1801 la sua tomba è stata trasferita proprio a Palazzo Paradiso, allora sede dell’Università, dal generale napoleonico Miollis, che ha voluto togliere i resti del poeta dalla chiesa in cui era stato sepolto per trasportarli nel tempio della nuova religione, dove si coltivava il sapere.

Se Ferrara gioca un ruolo da protagonista nelle celebrazioni del suo poeta, altri luoghi sono attivamente coinvolti, a cominciare dalla Valtellina, dove da alcuni anni c’è una attenzione particolarmente vivace per la valorizzazione degli affreschi che testimoniano una precoce fortuna figurativa del poema. E soprattutto ci sono iniziative che coinvolgono le scuole, e letture integrali del poema, che faranno rivivere nelle strade e nelle piazze le sue meravigliose ottave, il cui ritmo Foscolo aveva paragonato alle onde che si rincorrono e si infrangono nell’Oceano.


Il Sole 24 Ore – 3 aprile 2016