TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 25 maggio 2016

E se vincesse Trump?




L'andamento delle primarie in Usa, come l'esito delle presidenziali in Austria, ci confermano nell'idea di una generale crisi di rappresentanza nell'Occidente dove i partiti tradizionali sono in crisi e un elettorato, frantumato e privo di punti di riferimento credibili, pare disponibile ad ogni tipo di avventure. E così rispuntano i fantasmi degli anni Trenta, anche se alle camice brune si sostituiscono i colletti bianchi dei boss della finanza.


Vittorio Zucconi

Ora Hillary insegue Trump


È lo stesso vento, gonfio di paure e di collera, quello che soffia ormai dalle Alpi alle Montagne Rocciose e che sta rendendo pensabile l’impensabile e possibile l’impossibile: che Trump possa essere il prossimo Presidente degli Stati Uniti.

È un grido di rabbia contro l’esistente. Una ribellione che si qualifica non per ciò che vuole, ma per ciò che non vuole più.

Sotto la superficie dei sondaggi generali, che a a sei mesi dal voto di martedì 8 novembre restano, soprattutto ricordando la bizantina complessità del sistema elettorale americano, una curiosità, il dato impressionante è infatti l’ostilità che i due contendenti suscitano. Sei elettori su dieci hanno, di Hillary come di Donald, una opinione negativa, una proporzione uguale, mai registrata dagli istituti di ricerca da quando esistono i sondaggi.

Trump e Clinton sono i due voti della stessa medaglia, l’uno l’immagine allo specchio dell’altra, con i connotati rovesciati: Hillary è il volto dell’establishment, è la conferma dell’esistente. The Donald – lo affermano i suoi sostenitori – è il cambiamento. Qualunque sia il rischio che il cambiamento comporti.

Non è quindi la sua forza a gonfiargli le vele, è la debolezza dell’avversaria. Lei coagula attorno a sè tutto ciò che milioni di americani, e non soltanto poveri o ignoranti, detestano, accusando “il potere” di averli penalizzati, esclusi o esposti alla minaccia esistenziale dell’immigrazione e delle minoranze, quella minaccia che ha reso seria la candidatura di estremisti di destra in Europa. Lui è l’ “antipotere” e neppure il paradosso di un miliardario arricchitto dalla speculazione immobiliare e dall’elusione fiscale che inveisce contro la casta dissuade chi preferisce il salto nel buio al cammino faticoso lungo il vecchio sentiero.

Trump può vincere, perché da quel formidabile specialista di “marketing” che è ha fiutato istintivamente il vento di burrasca. Clinton può perdere perché veleggia contro quel vento e la novità del suo essere la prima donna nella storia americana con serie possibilità di vittoria è affievolita dal suo apparire non come la storia di domani, ma come la riedizione della storia di ieri.

In democrazia, il voto “contro” è perfettamente legittimo e valido quanto un voto “per” e quello che scandalizza un elettore, mobilita un altro. Trump sta facendo, alla democrazia americana, ciò che per anni ha fatto, con successo, all’economia: ha imparato a usarla contro se stessa e a trattare i cittadini come clienti ai quali vendere e come spettatori da sedurre. Clinton fa appello alla faticosa, noiosa razionalità del governare. Trump stimola l’eccitazione del cambiamento, la voglia di mandare messaggi e segnali. Per questo cresce. La tentazione di abbandonarsi al vento è forte.


La Repubblica – 23 maggio 2016