TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 29 maggio 2016

Eugenio di Savoia. Il segreto del guerriero


















Con la divisa degli Asburgo, fu tra i generali che fermarono i turchi a Vienna nel 1683. Si dice che amasse gli uomini e fosse spietato in battaglia.

Alessandro Barbero

Eugenio di Savoia. Il segreto del guerriero


Il principe Eugenio di Savoia è uno dei più sfuggenti fra i grandi generali della storia. In 72 anni di vita non scrisse nulla che potesse svelare qualcosa del suo animo agli storici futuri, né diari né memorie né lettere private: solo una fitta corrispondenza d’ufficio, in parte autografa, in francese o in italiano, in parte dettata a segretari, in tedesco. Non si sapeva nemmeno di che nazionalità fosse, perché era sì un Savoia, ma d’un ramo cadetto ed era nato a Parigi; sua mamma era Olimpia Mancini, la più famosa delle mazarinettes, com’erano chiamate alla corte del Re Sole le scandalose nipotine del cardinale Mazzarino. Voltaire assicurò che era un francese, ma i suoi colleghi inglesi lo chiamavano «il vecchio principe italiano», e un avversario politico lo chiamò con disprezzo «un miserabile generale tedesco».

La fuga giovanile

È possibile che il silenzio in cui Eugenio avvolse la propria vita privata sia legato a gusti omosessuali che non aveva piacere di mettere in pubblico, sebbene la società di corte alla sua epoca non si scandalizzasse certo per così poco: i pettegolezzi vogliono che da ragazzino partecipasse a certe feste travestito da prostituta, ed è un fatto che quando, a vent’anni, scappò da Parigi insieme a un altro ragazzo per andare a combattere contro i turchi, lui e il suo compagno erano vestiti da donna. Nella maturità di Eugenio, con grande sollievo dei biografi moderni, circoleranno voci relative a presunte amanti femminili, una delle quali lo avrebbe distratto fino a farlo arrivare in ritardo sul campo di battaglia di Denain; ma Voltaire osservò perfidamente che «non si fa giustizia al principe Eugenio ritenendo che una donna avesse qualche parte nei suoi dispositivi di guerra».

Che nella sua personalità ci fosse addirittura una vena sadica era supposto da molti già allora, quando del sadismo non esisteva neppure il nome: il suo contemporaneo Jonathan Swift, l’autore dei Viaggi di Gulliver, osservò che nel fare la guerra Eugenio dimostrava «quella crudeltà della quale si accusano talora gli Italiani». Bontà sua: ma per gli inglesi di allora gli italiani erano ancora quelli di Shakespeare, rotti all’intrigo e amanti delle vendette.



Rifiutato da Luigi XIV

D’altra parte la guerra sul fronte balcanico era una guerra senza regole, dove ciascuno dei due avversari, cristiani e musulmani, attribuiva alla barbarie dell’altro le peggiori atrocità, e giustificava le proprie come sacrosanta ritorsione: al principe Eugenio spetta il dubbio onore d’essere stato uno dei primi generali a far saccheggiare e incendiare Sarajevo, come rappresaglia per l’uccisione di un suo ufficiale. Anni dopo, quando una viaggiatrice inglese visitò la sua biblioteca, uno dei presenti le assicurò che molti volumi in quarto sull’arte della guerra erano rilegati in pelle di giannizzero, ed Eugenio sorrise compiaciuto a questo scherzo, che la dama inglese giudicò «veramente elegante».

Oggi, grazie alla psicologia e alla psicanalisi, ci sembra di capire qualcosa di più dell’animo umano, e un filo sottile può collegare il ragazzino effeminato al massacratore di giannizzeri nelle guerre balcaniche. Al Re Sole, invece, parve che da un tipo così non potesse venir fuori un militare, e gli rifiutò un grado nel suo esercito. Fece male: Eugenio si arruolò nell’armata imperiale e servì gli Asburgo per tutta la vita. Ai suoi esordi fu tra i comandanti che fermarono i turchi a Vienna nel 1683. Il bilancio delle sue guerre è incomparabile: Eugenio diresse in vita sua dodici battaglie, e ne vinse dieci. Fra queste, almeno quattro, fra cui quella di Torino nel 1706, furono vittorie colossali, che comportarono l’annientamento dell’esercito nemico e decisero le sorti d’una guerra.



Tredici ferite

Era un’epoca in cui anche per i generali la guerra era fatica, pericolo e dolore fisico, non soltanto calcoli sulla carta geografica. In trentacinque anni di campagne, Eugenio fu ferito tredici volte: la prima ferita risale alla campagna d’Ungheria del 1684, quando era un colonnello di vent’anni, e la tredicesima alla battaglia di Belgrado del 1717, l’ultima della sua vita, quando di anni ne aveva ormai cinquantaquattro. Ma questo approccio statistico e l’uso di un termine tutto sommato rassicurante come «ferita» non deve farci sottovalutare l’impatto di quest’esperienza su un corpo che per tredici volte fu traumatizzato nel corso d’un’azione violenta, con palle di moschetto che si frantumavano contro l’osso, lunghe operazioni chirurgiche senza anestesia alla vana ricerca delle schegge, salassi ripetuti per evitare che la febbre ammazzasse il paziente, degenze di mesi con la piaga aperta nell’attesa che il corpo risputasse l’ultimo pezzetto di piombo. Il principe Eugenio ci passò tredici volte: era il suo mestiere, se l’era scelto, e ogni volta è come se dovesse di nuovo dimostrare al Re Sole (che fra l’altro era stato uno degli amanti di sua madre) che aveva fatto male a non dargli fiducia.



Tra due epoche

Come ogni generazione, anche la sua visse a cavallo fra due epoche, ed è sorprendente quanto di medievale ci fosse ancora nel mondo d’un giovane principe che si presentò all’imperatore Leopoldo chiedendo di poter entrare al suo servizio con un’elegante supplica in latino, ricevette in regalo dal duca di Lorena un paio di speroni d’oro alla conclusione della sua prima campagna, e si mantenne per diversi anni grazie alle rendite di due abbazie, fra cui la Sacra di San Michele, di cui era stato nominato abate commendatario dal papa.

Allo stesso mondo premoderno appartengono le relazioni cavalleresche mantenute con i generali nemici: all’assedio di Tolone, nella calura dell’estate provenzale, il comandante della guarnigione francese spediva ogni giorno ad Eugenio un carico di ghiaccio per rinfrescare le sue bevande; e durante le trattative per la pace di Rastadt Eugenio e il maresciallo Villars, negoziatori incaricati dalle due potenze nemiche, passavano le serate giocando a carte insieme; a soldi, beninteso, e con poste colossali. Erano davvero uomini diversi da noi: e forse è per questo che a distanza di tre secoli figure elusive come quella del principe Eugenio continuano ad affascinarci.


La Stampa – 15 aprile 2016