TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 7 maggio 2016

Frankenstein. Così nacque il mostro creatura della scienza



Duecento anni fa Mary Wollstonecraft scrisse quello che più che una storia horror è il primo romanzo di fantascienza. Una riflessione sulle conseguenze di una ricerca scientifica sfuggita al controllo e in grado ormai di generare mostri.

Irene Bignardi

Frankenstein. Così nacque il mostro creatura della scienza


«Era una cupa notte di novembre», di quelle care a Snoopy, che avrebbe però precisato: «una notte buia e tempestosa». Così comincia uno dei libri più celebri della storia (e come spesso accade, dei meno letti). Così nacque un personaggio che divorò il suo creatore. Così apparve il mostro di Frankenstein. Nella realtà storica era giugno, un giugno buio e freddo come mai ce ne furono, l’anno “senza estate”, il 1816, quando, in aprile, esplose nella lontana Indonesia il vulcano Tambora, creando una nube tossica che schermò i raggi solari, produsse un periodo di freddo intenso in piena estate, portò a uno sconvolgimento dei venti e a una disseminazione di polveri tossiche su tutto il pianeta (vi ricorda niente?). Così tanto che l’estate non osò affacciarsi. Con gli inevitabili rifessi sulle paure e gli stati d’animo della gente, appena uscita dalle grandi battaglie e dalle grandi illusioni del periodo napoleonico, impaurita dalla scienza e dalla rivoluzione industriale in via di esplosione.

E non doveva essere allegro l’umore della elegante compagnia che si era rinchiusa in due belle ville confinanti sul lago di Ginevra, Villa Diodati e la Maison Chappuis, per fare una pausa nel perenne peregrinare tra Londra e Venezia, tra Ravenna e la Svizzera. Parliamo di un gruppetto di britannici molto internazionali, anticonformisti e viaggiatori. Tra cui, installati a Villa Diodati, Lord Byron, geniale, aristocratico, bellissimo, seduttore, e il suo medico personale, John William Polidori, bruttino, forse innamorato di Byron che si diverte a maltrattarlo e umiliarlo.

    Mary Wollstonecraft

Alla Maison Chappuis, al centro di una difficile geografia sentimentale, vive Percy Bysshe Shelley, con Mary Wollstonecraft (come la madre, grande prefemminista) Godwin (come il padre filosofo), diciannove anni, non ancora Mrs Shelley ma in perenne fuga con lui. E c’è Claire Clairmont, sorellastra di Mary, anche lei con ambizioni letterarie, e pazza di Byron, con cui già ha avuto una storia apparentemente chiusa e che al momento, ma forse ancora non lo sa, è incinta di Byron, e avrà di lì a poco una bambina di nome Allegra.

Il tempo è terribile, le tensioni anche, a mezzogiorno si legge alla luce delle candele, i libri scarseggiano, si leggono e rileggono le stesse storie di fantasmi. FinchéByron, nella famosa sera, non ha l’idea di chiedere al gruppetto di inventare, ciascuno di loro, un racconto sull’irrazionale, i mostri, le paure di un futuro che viaggia al galoppo. È l’incubo che, una di quelle notti a Villa Diodati, lascia Mary Godwin sotto un’onda di terrore, a far nascere il personaggio e il romanzo di cui stiamo raccontando: Frankenstein o il moderno Prometeo.

Ecco dunque il barone Dottor Victor Frankenstein, l’aristocratico infelice e tormentato, che, fiducioso nelle magnifiche sorti e progressive della scienza moderna, vuole creare una “creatura“incapace di dolore, intelligente, umana. Come si sa, combina un pasticcio. La Creatura, o il Mostro o il Demone (di nomi gliene sono stati dati tanti, ma soprattutto, per un eloquente errore, quello del suo creatore), non piace molto, è infelice e solitaria, e ricambia l’antipatia di cui lo fanno oggetto i cosiddetti umani facendone fuori un po’, tra cui la fidanzata di Frankenstein, Elisabeth, per poi inseguire il barone colpevole della sua nascita per mezzo mondo, fino al polo Nord, dove, in un abisso di molto umana infelicità, si dà fuoco per evitare che si creino altri infelici come lui.



Secondo Harold Bloom, che non esita a collocare Frankenstein tra i capolavori del suo Canone Occidentale, la giovane Mary mette insieme, nel costruire il suo personaggio, il meglio e il peggio di sua madre Mary Wollstonecraft, femminista radicale, di suo padre, il filosofo William Godwin, e di suo marito, il poeta e rivoluzionario Percy Bysshe Shelley. E inventa una “creatura” così perturbante e potente, nella sua lucida percezione della condizione disumana, da appropriarsi subito dell’identità del suo creatore, creando un gioco di riflessi tra il cosiddetto bene e il cosiddetto male che fa della dialettica tra la creatura e il creatore un modello drammaturgico capace di reggere per due secoli e fare della storia e dei suoi due personaggi l’invenzione letteraria forse più popolare di sempre.

Pubblicato anonimo da Mary Shelley, ma con una dedica al padre William Godwin (di cui, per verità, non propone i razionali principi ma l’irrazionalità della paura di fronte alla tecnologia e allascienza), Frankenstein o il moderno Prometeo è stato un immediato e duraturo successo, ha dato origine a generazioni di mostricini in tutte le salse, ha avuto, si calcola, almeno duecento versioni cinematografiche, e ha collocato il nome della sua autrice tra le grandi del secolo del romanzo.



E gli altri della comitiva? Byron, a Villa Diodati, ha prodotto La sepoltura, un racconto breve che poi inserirà in Mazeppa. Il poco fascinoso, scolorito Dottor John William Polidori, italiano, emigrato in Gran Bretagna, accompagnatore maltrattato e preso in giro da Byron lungo tutto il Grand Tour in Europa che li ha portati via Waterloo a Ginevra, forse, come tutti, innamorato del poeta, a sorpresa dà vita a un’altra terrificane creatura, un vampiro,cui arriderà una grande fortuna anni più tardi quando un altro curioso personaggio, Bram Stoker, scriverà, anche lui in forma episolare, ma più complessa, perché lo fa da tre punti di vista, il suo celeberrimo Dracula.E si proporrà come capostipite di un’altra categoria di mostri della fantasia, discendenti dal mostro della realtà Vlad Dracula l’impalatore.

Se Frankenstein nasce da una vacanza noiosa e cupa, i maligni dicono che Dracula sia nato, più terraterra, dall’incubo dovuto a una scorpacciata di granchi in insalata. L’incubo da granchi di Stoker – laurea in matematica al Trinity College di Oxford, burocrate dalla vita noiosa, autore, tanto per dire, del fondamentale testo I doveri degli impiegati nelle udienze per i reati minori in Irlanda, amico di un vampiro sentimentale qual era il grande attore John Irving – si tradusse dunque, nel 1897, in un romanzo bellisimo e imitatissimo (e poco letto) che trasferisce in una fantasia gotica dall’aria scientifica le paure maschili dell’età vittoriana: la sessualità, le malattie veneree, la solitudine dell’uomo comune, tutto o quasi, in altre parole, quello che ha a che fare con le donne.

Stoker ha plagiato il povero Polidori? Se è vero che lo stile è l’uomo, no. Abissali le differenze tra i due vampiri. Semplicemente, il personaggio nato un po’ goffo dalle tempestose notti di Ginevra ha trovato la sua vera voce in Bram Stoker. E un degno contraltare vampiristico alla Creatura di Mary Shelley, con cui, imbattuto e assurto a classico letteraio, spartirà per oltre un secolo l’immaginario della paura.


La Repubblica – 22 aprile 2016