TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 14 maggio 2016

I superstiti dell’apocalisse



Davvero disgraziato un Paese dove l'onestà (più proclamata che praticata) diventa l'unico valore politico.

Ezio Mauro

I superstiti dell’apocalisse

È possibile provare a ragionare sul sistema politico italiano e i suoi rapporti con la giustizia senza scadere nel derby quotidiano e miserabile tra Pd e Cinque Stelle sugli indagati, le sospensioni dagli incarichi e le dimissioni? Diciamo subito che quel derby il Pd lo ha perso platealmente, perché il numero di amministratori di quel partito coinvolti in inchieste giudiziarie dovrebbe da solo far capire all’intero gruppo dirigente che c’è nella principale forza della sinistra un problema di selezione delle cosiddette élite grande come una casa, secondo solo al problema della nuova permeabilità clamorosa di quel mondo alla corruzione.

I grillini, che pensavano di fischiare comodamente dagli spalti nella partita tra la politica e la magistratura, si trovano improvvisamente in campo mentre i fischi oggi sono per loro, impreparati e incapaci di gestire l’incoerenza patente tra i doveri pretesi dagli altri e le indulgenze domestiche. Ecco perché l’avviso di garanzia al sindaco di Parma Pizzarotti, dopo i casi di Livorno e di Quarto, offre l’occasione per una riflessione fuori da ogni polemica sul triangolo tra la legalità, la politica e l’antipolitica.

È un triangolo che dovrebbe avere una base comune, e condivisa: la legalità. In un sistema democratico trasparente nelle procedure e nei controlli, la legalità dovrebbe essere una condizione preliminare dell’agire politico, insieme con l’onestà dei suoi attori. In questo Paese si è trasformata invece in un vero e proprio programma politico da parte del movimento grillino, assorbendone ogni identità, proprio a causa delle forme di illegalità diffusa che le inchieste giudiziarie hanno portato alla luce nei partiti tradizionali insieme con la disonestà di molti amministratori pubblici, generosamente distribuiti in tutto lo schieramento partitico.

Questo fa sì che il triangolo entri in crisi: da un lato, la politica dei partiti si chiude sulla difensiva, maledice a bassa voce i magistrati ritenendoli intrusi abusivi, incredibilmente incapace di rispondere alla sfida del malcostume corruttivo con misure interne (forte pulizia, selezione rigorosa, guardia alta) e con provvedimenti di legge che raccolgano l’allarme sociale per la diffusione di pratiche illegali e stabiliscano subito contromisure efficaci. Dall’altro lato, l’antipolitica delega ai magistrati (che non devono e non vogliono esercitarlo) il compito di realizzare quel rinnovamento del sistema che è incapace di attuare in proprio. In più tende a identificarsi esclusivamente con la legalità considerandola un suo schema privato e non una pre-condizione di buon funzionamento dell’intero sistema, da rivendicare e pretendere per tutti. Il risultato è la spoliazione di ogni altro carattere “politico”, come se la legalità fosse un programma, un progetto, una politica, e non il metodo indispensabile di ogni buon amministratore.

Si potrebbe dire che la bandiera dell’onestà rappresenta comunque un passo avanti e una buona garanzia di base, nelle attuali condizioni del Paese. In realtà è una condizione indispensabile, ma non sufficiente, in quanto rischia di ridurre la politica ad una sola dimensione, di non chiederle altro, di accontentarsi di ciò che è già dovuto ai cittadini e alla comunità che si governa. La modernità, insieme con la costituzionalizzazione dell’intero universo politico-culturale nei Paesi occidentali aveva superato la concezione della politica come scontro tra Bene e Male, usandola anzi come strumento di neutralizzazione dei conflitti. Oggi si rischia una neutralizzazione della politica perché il sistema viene additato dai nuovi populismi come interamente colpevole, completamente colluso, totalmente complice e dunque definitivamente perduto. Non resta che aspettare l’ora “x” in cui “Dio sputerà sulla candela” e si spegnerà la luce su questa Seconda Repubblica, in attesa dell’avvento politico del Redentore.

Ovviamente è uno schema che getta a mare (insieme con le responsabilità dei corrotti e con l’incapacità dei partiti storici di reagire all’ondata di corruzione che li sommerge, dopo aver sradicato il sistema) anche le speranze nella democrazia, la fiducia nelle sue risorse, la capacità soprattutto di distinguere e di graduare i giudizi, che dovrebbe essere il compito di chi fa politica, oltre che di chi fa informazione. Siamo ormai al fascio di ogni erba, purché sia o sembri erba cattiva: e se un po’ di grano finisce in mezzo al loglio non importa, si fa buon peso. Lo prova il turbine mediatico di dichiarazioni che ha inseguito l’avviso di garanzia per un possibile abuso d’ufficio in una nomina al teatro al sindaco di Parma Pizzarotti, a cui si fa pagare tutto il conto del banchetto polemico imbastito per mesi su ogni apertura d’inchiesta e su ogni arresto, quasi senza distinzione. Seguono, da parte dei Cinque Stelle, dichiarazioni imbarazzate da vecchi sottosegretari democristiani, per prendere tempo nell’incapacità di garantire in proprio ciò che si pretende meccanicamente da ogni indagato degli altri partiti.

Tutto questo è inevitabile quando si scommette sulla crisi del sistema a fini di profitto politico: che succede quando la crisi coinvolge (sia pure in minima parte) chi la alimenta, soffiando sul peggior fuoco con quella che Croce chiamava la “feroce gioia” contro le istituzioni? Qual è il segno culturale che questo atteggiamento porta nelle istituzioni, e nel rapporto tra le istituzioni e i cittadini, già consumato dalla crisi di legalità che rischia ogni giorno di più di diventare crisi di legittimità?

Cioran definisce il reazionario come «un profittatore del terribile, il cui pensiero irrigidito per calcolo calunnia il tempo». Certamente questa scommessa sul peggio avviene in un luogo politico che non appartiene alla storia della sinistra anche se ne mima i linguaggi e i codici, raschiandone efficacemente l’elettorato. Non c’è infatti nessuna rappresentanza sociale di interessi, nessuna tutela di diritti, nessuna attenzione di classe ai più deboli, nessuna costruzione culturale in questa delega della politica al disvelamento del malaffare altrui, che annulla ogni soggettività e qualsiasi autonomia dell’antipolitica, ridotta appunto ad accontentarsi di essere “anti”.

Tutto si tiene in questo mondo chiuso della diversità che si mangia la politica: la cabala informatica spacciata come trasparenza, l’idolo blog venduto come partecipazione diffusa, il rifiuto degli “altri”, anche quando propongono una buona legge. Com’è evidente, in questo schema il problema democratico non è la radicalità delle accuse che vengono rivolte al sistema dei partiti, e ancor più ai corrotti, che in alcuni casi meriterebbero giudizi ancora più severi: il problema è il sentimento di “alterità”, che consente ai Cinque Stelle di vivere in un immaginario altrove dove non sono permesse contaminazioni, accordi, concorsi nelle decisioni utili al Paese e condivisioni di responsabilità, ma conta solo marcare la diversità sperando in questo modo di ereditare il sistema.

Ereditieri del collasso del sistema, più che soggetti attivi del cambiamento: è la riduzione della politica alla sola dimensione di denuncia, tribunizia, nel senso degli antichi Tribuni che parlavano a nome di tutto il popolo, apostrofando il potere. Mentre nella concezione liberale dello Stato moderno il fondamento morale pubblico non risiede nel sentimento etico soggettivo (naturalmente necessario) ma nel rispetto di regole e procedure stabilite per tutti nell’interesse di tutti. Distinguere (perché non è vero che “così fan tutti”), pretendere il rispetto della legge, lavorare perché il sistema politico salvi se stesso rientrando nel rispetto della legalità, invece di scommettere sul suo affondamento. Rispettare le istituzioni anche quando l’offerta politica è modesta e la disaffezione allo Stato è alta.

I Cinque Stelle dovrebbero capire che pagano oggi le loro contraddizioni proprio perché non hanno fatto questa scelta di responsabilità politica, che non comporta alcuna rinuncia alla radicalità della loro opposizione e della loro denuncia, ma la condivisione di un destino democratico del sistema, che dovrebbe interessare a tutti gli attori, di maggioranza e di opposizione. L’alternativa è continuare a vivere nel presunto “altrove” aspettando l’Apocalisse prossima ventura, per delegarle la cancellazione del sistema invece di usare la politica per cambiarlo. Solo che l’Apocalisse è il libro “di coloro che si pensano come superstiti” e come tale è il rifiuto della politica, la rinuncia al cambiamento, un gesto di superbia. E poi, cosa succede quando i superstiti sono coinvolti?


La Repubblica – 13 maggio 2016