TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 27 maggio 2016

La principessa che incantò Bakunin. Anarchici russi a Napoli



Spirito ribelle, la principessa russa Zoja Obolenskaja sostenne finanziariamente i progetti di Bakunin che l'aveva conosciuta a Napoli. Lorenza Foschini ne ricostruisce la vita in un libro di grande fascino.

Stefano Garzonio

Quel fascino indiscreto dell'anarchia

Nella turbinosa vita di Michail Bakunin il soggiorno tra gli anni 1865 e 1867 a Napoli, Ischia e Sorrento costituisce uno dei momenti della sua maggiore vitalità e impegno politico. Proprio a Napoli il padre dell’anarchismo incontrò una principessa russa, Zoja (Zoé) Obolenskaja, che sostenendolo economicamente, ma non solo, svolse un ruolo di primo piano nella sua vita e nella sua esperienza politica, legata in quegli anni al foglio e all’associazione Libertà e giustizia, oltre che alla stesura del programma della Fratellanza Internazionale. Figlia del principe Sergej Sumarokov e discendente, da parte di madre, della nobile famiglia veneziana con ascendenze moldave dei Panos Maruzzi, Zoja era sposa del principe Aleksej Obolenskij, combattente in Crimea e all’epoca governatore di Mosca.

Donna indipendente e culturalmente assai vivace, Obolenskaja, con il pretesto di curare una delle figlie, era approdata in Italia con tutta la prole e uno stuolo di servitori, ivi compreso il dottore di famiglia. La partenza dalla Russia era in realtà motivata dallo spirito ribelle della «principessa-nichilista», che provava un malcelato senso di avversità verso il marito, rappresentante dell’ala più reazionaria e bigotta del mondo politico russo. Presto, la ricchissima principessa, affascinata dalla personalità del celebre Bakunin, ne sposò gli ideali politici e rivoluzionari, divenendo la sua più generosa finanziatrice. Attorno alla principessa si raccolse così, specie nel periodo trascorso a Ischia, un gran numero di rivoluzionari, cospiratori, massoni, esuli e intellettuali russi, italiani e non solo, tutti attirati dalla fama del grande rivoluzionario e dalla singolare personalità della nobildonna.

Al legame tra Bakunin e Zoja Obolenskaja, alla triste separazione della principessa dai figli per l’intervento del marito sostenuto dallo zar Alessandro II, e in generale alla sua biografia, con numerose incursioni nella vita dello stesso Bakunin, è dedicato il libro di Lorenza Foschini Zoé. La principessa che incantò Bakunin. Passioni e anarchia all’ombra del Vesuvio (Mondadori, pp. 190, euro 20).



La ricostruzione appassionante è legata in primo luogo al ritrovamento e alla disamina dell’archivio degli Obolenskij e, più concretamente, della nipote della principessa, anche lei Zoé, che, emigrata dopo la rivoluzione, visse per un certo periodo a Roma, poi si trasferì negli Stati Uniti (l’archivio è conservato oggi a Harvard).

Il lavoro di Lorenza Foschini si fonda esclusivamente su fonti in lingue occidentali (ivi comprese le opere di Bakunin), ma è omogeneo e ben equilibrato nel suo taglio vivacemente narrativo. Intrecciando il racconto con flashback sulla biografia di Bakunin l’autrice ricostruisce a grandi linee la storia dei rapporti del rivoluzionario con altri idealisti europei – da Marx e Engels a Mazzini, Garibaldi e Herzen – affrontando i momenti cruciali dell’attività dell’anarchico russo in Svizzera al tempo dell’infatuazione per Necaev e delle vicende legate alla pubblicazione della rivista Narodnoe Delo.

Tra i personaggi minori, figurano i rivoluzionari Nikolaj Utin e Walerian Mroczkowski, rivoltoso e patriota polacco, che sarà compagno, e poi sposo, della principessa privata dei suoi averi dal marito. I riferimenti sono ricchi e convincenti, l’intreccio delle citazioni (da quelle del celebre scienziato Grigorij Vyrubov a quelle delle memorie inedite del principe Šeremet’ev) sempre ben dosato, e appassionata la descrizione dei luoghi, solo la scarsa conoscenza dei realia russi porta a alcune imprecisioni, per esempio il riferimento più volte ripetuto a Nicola II, mentre a essere in effetti implicato è Nicola I; inoltre, la denominazione della residenza degli Obolenskij a Cerikov (nella regione di Mogilev in Bielorussia) si chiama Gorki e nulla ha a che fare con il terminegor’kij (amaro, pseudonimo dello scrittore) che viene invece impiegato nel libro.

L’autrice sottolinea come la principessa Obolenskaja avesse ispirato molti scrittori, e tra questi Tolstoj, Henry James e Joseph Conrad. Che la principessa possa essere considerata uno dei modelli di Anna Karenina è possibile, anche se negli studi tolstojani le ipotesi interpretative sono altre e non prive di fondamento (figura anche il nome di Aleksandra Obolenskaja che svolse un ruolo importantissimo nell’organizzazione dell’educazione femminile al tempo delle riforme).

Il figlio Felix, che dal padre erediterà il cognome-soprannome Ostroga (termine che probabilmente rimanda al lessema ostrog, vale a dire fortezza, prigione), si sarebbe poi affermato come musicista e i suoi saggi su Wagner sarebbero stati al centro di un dibattito negli ambienti del simbolismo russo, risvegliando l’interesse di Vjaceslav Ivanov, il grande poeta e umanista vissuto e morto a Roma, la cui figlia Lidia, allieva di Respighi e affermata compositrice, prese nei primi anni lezioni di musica proprio da Felix Ostroga. La seconda moglie di Felix, Ol’ga Nikitina, fu amica di famiglia degli Ivanov e su di lei esistono moltissime notizie memorialistiche; ma queste non sono che alcuni accenni alle molte scoperte cui porta questo studio pionieristico di Lorenza Foschini.

Il Manifesto – 25 maggio 2016