TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 17 maggio 2016

Magan. L’Atlantide sepolta dal deserto



Emerge dal deserto una civiltà misteriosa che fiorì dal Paleolitico al periodo preislamico ai margini della Penisola arabica, sul ciglio dell’Oman. Una mostra a Madrid celebra i fasti di una capitale, Mleiha, che rese fertile la sabbia rossa e fu attratta dal mondo greco e romano.


Elisabetta Rosaspina

Magan, risorge l’Atlantide sepolta dal deserto



Sembrava quasi che fosse una favola, un nome — Magan — evocato dai caratteri cuneiformi dei Sumeri nel 2300 avanti Cristo. Forse un mito, come Atlantide. Ma, anziché a ovest, oltre lo Stretto di Gibilterra e le Colonne d’Ercole, occorreva cercare riscontri a est, nel vicino Oriente, da qualche parte della Penisola arabica, nello Yemen o magari nell’Egitto meridionale, per alcuni esperti addirittura in Iran o in Pakistan.

Pareva introvabile, il leggendario paese di Magan, citato dai testi mesopotamici per il suo inesauribile tesoro di rame e diorite e per i suoi invidiabili bastimenti; poi praticamente dimenticato, sommerso da un mare di sabbia rosa. Fino alla fine dello scorso millennio.

Dopo poco più di due decadi di scavi, gli archeologi sembrano convinti di averlo localizzato e di essere anche riusciti a ricostruire e documentare vita, morte e miracoli di quella civiltà millenaria, dal Paleolitico al periodo pre-islamico, nel VII secolo.

Per la prima volta un corposo campionario di prove del ritrovamento, e delle conseguenti rivelazioni, è riunito ed esposto in Europa, al Museo Archeologico nazionale di Madrid (fino al 29 maggio): 240 pezzi, in parte originali e in parte riprodotti, al 90% mai presentati prima, raccontano il passato remoto e inesplorato dello sperone nord-orientale della penisola dell’Oman, nella regione che oggi coincide più o meno con il territorio di Sharjah, uno dei sette Emirati Arabi Uniti. Il più impegnato nel mantenere attivi i suoi giacimenti archeologici.



È una storia che ha cambiato le convinzioni sulla rotta seguita dall’Homo sapiens, quando decise di emigrare dall’Africa. È anche la storia di un popolo intraprendente ma tuttora pieno di misteri; della vita quotidiana di al-Madam, un villaggio nell’Età del ferro; della precoce ingegneria idraulica con la quale furono realizzate le prime irrigazioni nel deserto; di fabbri, muratori, artigiani e raffinati mercanti; e di una favolosa capitale, Mleiha, crocevia di carovane e di merci pregiate, meno nota ma non meno affascinante di Petra, in Giordania.

La mostra En los confines de Oriente Próximo. El hallazgo moderno del país de Magán (Ai confini del Medio Oriente. Il ritrovamento moderno del paese di Magan) è il frutto di vent’anni di scavi di diverse missioni internazionali tra le quali una congiunta franco-spagnola, in un’area riarsa e apparentemente incompatibile con la vita umana. Il deserto infatti ha finito poi per riprendersi il suo spazio e la sua supremazia. Ma ci fu un tempo in cui la terra di Magan era abitabile e abitata, fertile e coltivata, quasi 3 mila anni fa, come hanno scoperto proprio i ricercatori dell’Università Autonoma di Madrid.



Sono stati i sondaggi spagnoli e le perlustrazioni aeree in cerca di qualche anomalia nella morfologia del terreno a permettere di individuare e di riportare alla luce una complessa conduttura falaj , il più antico sistema completo di architettura idraulica della penisola dell’Oman, datato tra il 900 e l’850 avanti Cristo grazie alle tracce fossili di molluschi. Due piani di gallerie ancora integre attestano la tenacia degli architetti del tempo che, per resistere a una prima ondata di siccità, scavarono un secondo canale sotto il primo, allo scopo di continuare ad attingere l’acqua dall’impoverita falda freatica. Finché un nuovo, feroce assalto climatico non li costrinse probabilmente ad abbandonare la partita e il luogo.

«Il pezzo più importante della mostra — ammette con “la Lettura” Carmen del Cerro Linares, direttrice degli scavi dal 2014 e docente di Storia Antica all’Università Autonoma di Madrid — però lo hanno trovato archeologi tedeschi. Questo frammento di un’ascia di silicio è rivoluzionario per gli studiosi. Ha circa 125 mila anni e cambia i libri di preistoria, perché dimostra che l’Homo sapiens, partito dall’Africa orientale, più o meno dall’attuale Etiopia, non si diresse soltanto verso nord, varcando il Sinai, come si pensava, ma anche verso est. Come? Attraversando il Mar Rosso che, nella parte inferiore, separa l’Africa dalla Penisola araba per pochi chilometri, all’epoca, asciutti. Era possibile, e quest’ascia ne è la prova».

L’aspetto del reperto non è, a dire il vero, all’altezza del suo straordinario valore scientifico, ma la mostra accontenta anche gli esteti, qualche teca più in là: un piccolo pettine di avorio del 2300 avanti Cristo, trovato in una tomba collettiva di 300 defunti, a Tell Abraq, un sito verso la costa del Golfo, aggiunge informazioni sui riti funebri e conferma ipotesi di intensi scambi con l’India e l’Asia centrale, da dove provenivano l’avorio e la cornalina che impreziosiscono le collane e gli ornamenti funebri estratti in questi anni.



«Gli incensieri, molto simili a quelli che si usano ancora, appaiono già nell’Età del ferro — aggiunge Carmen del Cerro Linares — e testimoniano l’esistenza di un commercio con lo Yemen, dove abbondano gli alberi da cui viene ricavato l’incenso. Quando i cammelli, molto più veloci, sostituirono gli asini, cominciarono a viaggiare carovane cariche di incenso e di alabastro. Più o meno sulla stessa rotta, attirati dalle ricchezze dell’Arabia Felix, si sarebbero avventurati più tardi anche i Romani». I cui souvenir, vetri, piccole anfore e una deliziosa Afrodite, confermano quanto fosse sedotto il popolo di Magan dalla cultura greca e da quella romana.

«Ci siamo resi conto che Mleiha doveva essere stata certamente una grande capitale. Tanto è vero che aveva il diritto di battere moneta», riflette la direttrice spagnola degli scavi. La zecca locale si ispirava a quella romana e coniava la sua valuta sul modello dell’aureo di Tiberio, con altrettanta perizia e profusione di oro e argento.



Le necropoli riemerse dal loro lungo sonno sotto le dune non hanno emozionato gli archeologi soltanto per quel pettinino brunito che ancora carezzava i resti del teschio della proprietaria: «Sono state rinvenute alcune stele funerarie — riferisce Carmen del Cerro Linares — ma per la prima volta, in quest’area, una che era incisa in due lingue: l’arabo meridionale e l’aramaico. L’iscrizione risale al secolo tra il 250 e il 150 avanti Cristo ed è offerta da un sacerdote al figlio morto». Non un sacerdote qualunque, perché l’autore della dedica si definisce «il sacerdote del re di Oman»: «Questo ci ha permesso di stabilire che esisteva un re e di determinare la più antica citazione dell’Oman, precedente di ben tre secoli a quella riconosciuta a Plinio il Vecchio, nel 40 dopo Cristo».

L’ultima sala della mostra non contiene oggetti millenari ma la replica dell’impronta di un piede: «Ce n’erano centinaia stampate nella pietra, mani e piedi soprattutto infantili, su una superficie di circa 900 metri quadri, la fabbrica dove pensiamo si lavorassero i mattoni per le abitazioni. Mattoni molto resistenti, composti di roccia triturata. Non si era mai trovato nulla di simile in Medio Oriente. Crediamo che lì i bambini giocassero e non impastassero la terra». Meglio. Indizi di sfruttamento minorile guasterebbero la magia di Magan.


Il Corriere della sera – 15 maggio 2016