TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 9 maggio 2016

Napoli sotterranea, segreta e bellissima


Oltre alla città che tutti conosciamo, esiste una Napoli sotterranea di stupefacente bellezza. Ora questa città segreta è visitabile. Inaugurato l’itinerario che dalle cavità di Palazzo Serra di Cassano porta nel viadotto costruito dalle truppe borboniche nel 1853.

Flaviano de Luca

Scendiamo in galleria, grembo antico


Per immergersi nelle viscere di Napoli bisogna scendere alcune centinaia di gradini, in un scala stretta e ripida. Siamo in un posto centrale, storico e sorprendente, il magnifico palazzo Serra di Cassano situato sulla collina di Pizzofalcone, culla del talento e dello spirito cittadino, oggi sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, costruito dalla nobile famiglia partenopea, con un portone su via Egiziaca rimasto chiuso per due secoli in segno di lutto per la morte di Gennaro Serra di Cassano, uno dei giovani patrioti idealisti, uccisi dai reazionari sanfedisti all’epoca della Repubblica Napoletana, nel 1799. Da lì parte il nuovo (ma risale al XVI secolo, per i vari livelli di tufo scavati) percorso sotterraneo chiamato «La via della memoria», inaugurato nei mesi scorsi, dopo un lavoro durato un paio d’anni dell’Associazione Borbonica Sotterranea, un gruppo di appassionati con speleologi, ingegneri, biologi che ha scavato e ripulito l’itinerario da macerie e detriti depositati nel tempo. Una Napoli di sotto umida e affascinante, dagli spazi enormi e dai passaggi angusti. Un museo sospeso nel tempo, sotto il monte Echia, la montagna dove i greci fecero sorgere i primi insediamenti dei coloni. Un luogo di suprema bellezza e fascino.



Il viadotto sotterraneo oggi chiamato Galleria Borbonica venne ideato nell’Ottocento per volontà di Ferdinando II di Borbone. Erano gli anni delle rivolte liberali, i famosi moti del 1848, e i regnanti temevano per la corona e anche per la loro incolumità. Fu deciso, allora, di collegare «in maniera rapida e discreta» il Palazzo Reale con uno sbocco sul mare nei pressi di Piazza della Vittoria, alla Riviera di Chiaia, dove si trovavano anche le caserme delle milizie, in modo da poter disporre e muovere i soldati in maniera occulta. Tuttavia la grande e alta via sotterranea di collegamento, su progetto dell’architetto Errico Alvino, non fu realizzata completamente per i numerosi problemi dovuti alla morfologia dei luoghi, anche per l’incontro con le ramificazioni seicentesche dell’acquedotto della Bolla.

La Galleria Borbonica, infatti, nel suo percorso incrocia le mastodontiche Cave Carafa (XVI sec.), il bacino di tufo da cui si estraeva materiale per le costruzioni di Napoli ma anche le cisterne di età romana e i cunicoli dell’acquedotto seicentesco del Carmignano che serviva la città ed in particolare la zona di Pizzofalcone. I lavori andarono avanti realizzati totalmente a mano con picconi, martelli e cunei, e con l’ausilio di illuminazione fornita da torce. Così la strada correva sotto piazza Carolina nel cortile che si trova alle spalle del colonnato di Piazza del Plebiscito, con una lunghezza di 431 metri. Lo scavo non arrivò, quindi, mai a Palazzo Reale rimanendo, fino alla seconda guerra mondiale, anche senza uscita. Alla morte del sovrano, nel 1859, i lavori rimasero incompiuti.

Nella Seconda Guerra Mondiale la galleria (ed alcune cisterne limitrofe) venne riscoperta e riutilizzata come rifugio antiaereo, da migliaia di napoletani. Qui si rifugiava la popolazione quando suonava l’allarme dei bombardamenti e si verificò l’occasione di dover restare al chiuso per alcuni giorni. Così lo spazio venne attrezzato con impianto elettrico, brande per dormire, fornelli per cucinare e latrine. Per consentire un accesso sicuro alle persone, vennero realizzate diverse aperture; in particolare, fu fatta una scala a chiocciola, proprio nel punto in cui erano terminati i lavori dell’architetto Alvino, che consentiva l’accesso alla Galleria da Piazza Carolina. Al contempo, su gran parte delle pareti e delle volte degli ambienti, fu stesa della calce bianca con il duplice intento di evitare la disgregazione del tufo e di migliorare la luminosità degli spazi. Al termine del conflitto, lo spazio venne di nuovo abbandonato e trasformato in deposito giudiziario dove trovarono riparo auto rubate o sequestrate, in parte ancora attualmente visibili. E ci sono anche numerose vestigia di quell’epoca, in particolare le scritte di quelli che vi passarono gran tempo, come «26 aprile 1943 – allarme delle 13.20».



Nell’agosto 2013, Gianluca Minin ed Enzo de Luzio iniziarono a scavare all’interno di una cisterna del ‘600, adiacente alla Galleria Borbonica, cercando il passaggio verso il ricovero bellico del Palazzo Serra di Cassano, utilizzato per diverso tempo anche dall’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dopo diversi mesi, il passaggio emerse dai detriti consentendo di entrare in una serie di ambienti di epoche diverse, su più livelli collegati da bellissime scale. Tutto risultava in gran parte riempito da detriti derivanti dai resti degli edifici bombardati nella parte alta di Monte di Dio e versati subito, al tempo della guerra, nei pozzi; i componenti dell’associazione Borbonica Sotterranea, con l’aiuto di decine di volontari, hanno rimosso tutti i materiali consentendo il recupero di una porzione rilevante del sottosuolo della città. 

Gli ambienti superiori costituiscono le cave da cui fu estratto il tufo per la realizzazione del primo insediamento cinquecentesco dell’edificio e per quello che diventerà nel 1718 il nuovo palazzo della famiglia Serra di Cassano, su disegno dell’architetto Ferdinando Sanfelice. Durante il periodo bellico, si ampliò la scala già esistente di collegamento tra il palazzo con i suoi ambienti sotterranei, che furono opportunamente allargati e modificati. All’interno del ricovero, esiste un ambiente riservato alla Milizia Fascista dove c’era il telefono che consentiva ai militari di coordinare le loro funzioni operative anche durante i bombardamenti.



La scala è costituita da 115 gradini che, partendo dal basso, terminano sotto il pavimento dello spazio polivalente Interno A14 , gestito dalla presidente Vincenza Donzelli, un’artista che lavora riutilizzando i frammenti delle piastrelle decorate, recuperate negli scavi, e polverizzate per riprodurre paesaggi napoletani. Proprio qui, la soglia di pochi centimetri è stata demolita dal basso nel momento dell’inaugurazione del percorso, ripristinando il passaggio chiuso dopo la guerra.



Così, una volta scesi i gradini in un cunicolo stretto con corrimano, si arriva in un grande ambiente con grotte, muri di contenimento, altre scale discendenti con una volta alta fino a dodici metri e si passa negli altri ambienti, due in particolare, di fascino davvero insolito e sublime. Un’antica cisterna del seicentesco acquedotto di Napoli, con l’apparenza di una piscina dall’acqua azzurroverde con faretti e una ringhiera di sicurezza e una grande ed estesa fungaia, uno spazio molto ampio e molto alto, con una notevole umidità, dove sono state messe delle coltivazioni di funghi cornucopia bianchi dal profumo intenso, una raccolta assai generosa con l’intento di avviarne anche una prossima commercializzazione.

E l’altra grande galleria allagata, dove è possibile andare in giro con una zattera (che trasporta fino a quattordici persone) in un corso d’acqua, a quaranta metri di profondità, causato dai lavori per la metropolitana leggera, la linea tranviaria rapida, prevista per i mondiali di calcio del 1990. I lavori vennero sospesi e il lungo tunnel abbandonato si è col tempo e con le piogge riempito d’acqua. L’esperienza in zattera, in completo silenzio, è davvero unica e straordinaria. Si effettua solo durante il weekend e su prenotazione.



Oggi la Galleria Borbonica ha due ingressi, uno nei pressi di piazza Plebiscito in vico del Grottone 4 e un altro in via Domenico Morelli, al quale si accede attraverso il parcheggio. Sono i due punti finali del percorso sotterraneo, visitabile soltanto prendendo parte a una visita guidata. La Galleria offre un “Percorso Standard”, che consente di passeggiare all’interno della Galleria, nei settori del ricovero bellico e nelle cisterne dell’acquedotto. Il “Percorso Avventura” consente di ammirare pregevoli cisterne del ‘500 e del ‘600 e di navigare su una zattera all’interno di una galleria della metropolitana abbandonata ed invasa dall’acqua. Il “Percorso Speleo” consente di addentrarsi, dotati di tute, caschi e luci, nei cunicoli e nelle cisterne dell’acquedotto alla ricerca di simboli realizzati nel tufo e di volare con una teleferica all’interno di un’enorme cisterna seicentesca. E poi, l’ultimo arrivato, la “Via delle Memorie”, un viaggio incredibile nelle cave del Palazzo Serra di Cassano.



Ci sono numerosi autoveicoli e motoveicoli, liberati dai cumuli di detriti alti 8 metri, da una Fiat 508 Barilla a una preziosa Alfa Romeo 2500 SS cabriolet Pinin Farina, un camioncino per le consegne alimentari ed ancora un autenticocimitero di Vespe e Lambrette sequestrate dall’autorità giudiziaria. Sono state rinvenute parecchie statue di epoche diverse tra le quali l’intero monumento funebre del capitano Aurelio Padovani, pluridecorato capitano dei bersaglieri nel primo conflitto mondiale e fondatore del partito fascista napoletano. Il monumento fu posto nel 1934 nella piazza Santa Maria degli Angeli in Pizzofalcone ma fu poi prontamente smantellato e occultato alla caduta del regime. Oggi una serie di ragazzi, preparati e competenti, fanno da guida agli anfratti più reconditi della città, accompagnando turisti e visitatori in questo magnifico itinerario nel ventre della Napoli meno conosciuta.


Il manifesto – 9 aprile 2016