TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 18 maggio 2016

Nelle vene dell'America



Ripubblicato il libro del poeta statunitense William Carlos Williams sulle radici anti-puritane della nazione: un elogio del multiculturalismo.

Andrea Colombo

Nelle vene dell’altra America dai gesuiti al sogno di Obama


Nelle vene dell’America scorre un sangue frutto di mille incroci. Per William Carlos Williams è questa variegata multiformità a rendere ricco il nuovo mondo. Lui, uno dei maggiori scrittori statunitensi del ’900, lo sapeva bene. Era infatti nato nel New Jersey nel 1883 da padre inglese e madre portoricana di origine in parte basca in parte ebraica, un melting pot in miniatura. Non a caso battezzò il suo capolavoro letterario del 1933, In the American Grain, Nelle vene dell’America. Un grande affresco del nuovo mondo, un poema epico in prosa, ora ripubblicato nella collana «Gli Adelphi» (pp. 312, €12).

Per mantenersi autonomo dalle cricche letterarie Williams preferì non abbandonare la sua professione di pediatra fra i bambini dei ghetti operai al di là del fiume Hudson. Eppure i suoi libri erano conosciuti in tutto il mondo. Dottore di giorno, scrittore di notte. Amico di Ezra Pound, James Joyce, Marcel Duchamp, non abbandonò mai i suoi piccoli malati. Pur viaggiando e risiedendo spesso in Europa, rimase tenacemente radicato in quell’America di cui conosceva pregi e difetti. Considerava infatti il vecchio continente un luogo sterile, appesantito da secoli di storia, incapace di nuovi slanci.



Anche nella sua scrittura cercava di far rivivere il gergo americano, la parlata di strada dei centri urbani statunitensi, rimarcando il distacco linguistico rispetto alla casa madre britannica. Un percorso inverso rispetto a quello di T.S. Eliot che, nato a St.Louis, volle farsi più inglese degli inglesi, abbracciò l’anglicanesimo e si dichiarò «monarchico e classicista».

Tenacemente repubblicano in senso democratico e progressista, Williams amava visceralmente quella nazione giovane e vivace, crogiolo di popoli e culture. Era convinto tuttavia che l’America dovesse liberarsi da un peccato originale che l’aveva appesantita sin dalle origini: il puritanesimo. I padri pellegrini, i fondatori delle prime colonie, erano animati da una religione fonte di accecante orgoglio e intransigente purezza. Una purezza, per Williams, tutt’altro che positiva: l’ottusità protestante non gli permetteva di vedere le meraviglie del mondo che incontravano. Per loro l’indiano non esisteva: o diventava puritano o andava spazzato via. E, similmente, la natura rigogliosa delle pianure, foreste e montagne incontaminate nascondeva solo pericoli e minacce: «Spaventati dagli indiani o dal soprannaturale, tremavano e commettevano orrende atrocità in nome del loro credo».

Williams descrive le «spietate fustigazioni, i ceppi e le catene, le multe, le prigionie, i digiuni forzati, le mani bruciate, le orecchie tagliate e le uccisioni». Gli americani wasp di oggi preferiscono dimenticare quelle terribili origini: «credono di non discendere da nulla. Non vogliono vedere che ciò che cresce su queste radici. Galleggiano, senza domande».



Ma c’è un’altra America, positiva, capace di immergersi nella natura e nella cultura dei popoli indigeni, di farsi indiana tra gli indiani. E’ l’epopea dei gesuiti francesi nel Quebec, ad esempio, agli inizi del ’700 quella a cui Williams, pur non essendo cattolico, guarda con ammirazione. Lo scrittore ripercorre la vita eroica e avventurosa di Padre Sebastian Rasles, un religioso che visse solo 34 anni prima di essere ucciso dagli inglesi. Un prete che imparò la lingua dei pellerossa, ne abbracciò usi e costumi. E’ questo per Williams il vero spirito americano: «Sarà come noi – creare, ibridare, incrociare i pollini, non invece sterilizzare, temere, seccare, marcire». Williams indica nel missionario cattolico l’esempio da seguire. «Tutto quello che sarà nuovo in America dovrà essere antipuritano. Verrà da un’altra radice. Verrà più dal cuore di Rasles».

Williams dopo la seconda guerra mondiale conoscerà il giusto coronamento dei suoi sforzi per creare una nuova cultura americana: nel 1949 gli verrà assegnata la cattedra di Poesia presso la Biblioteca del Congresso. Una carica prestigiosa, subito però revocata: la caccia alle streghe decretata dal maccartismo, un rinato puritanesimo anticomunista, colpì anche lui, che pure aveva sempre criticato il marxismo. Le sue opere che denunciavano i crimini dei primi coloni bianchi venivano considerate sovversive.

Morirà nel 1963, lo stesso anno dell’assassinio di J.F.Kennedy. Gli Stati Uniti stavano mutando il loro volto e andavano proprio nella direzione indicata da Williams, anche per l’apporto di molti cattolici progressisti, come le famiglie Kennedy e Cuomo. E ai nostri giorni il successo di Obama è figlio di quello spirito innovatore, post-ideologico, il nuovo mondo di mescolanze salutari e vivificanti cantate quasi un secolo fa da un medico americano dalle molte radici.


La Stampa – 3 maggio 2015