TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 21 maggio 2016

Pietro Citati: L’uomo, la caccia, il mito



A proposito dell'ultimo libro di Roberto Calasso

Pietro Citati

L’uomo, la caccia, il mito


Il personaggio principale del Cacciatore Celeste, l’ultimo libro di Roberto Calasso (Adelphi), è l’uomo della metamorfosi, il quale ospita in se stesso, allo stato latente, tutte le possibili trasformazioni dell’uomo e dell’universo. Egli pensa che la letteratura dei tempi moderni (sebbene essi siano i più metamorfici della storia) abbia perduto il dono profondo della metamorfosi: questo dono si è rifugiato nei sogni. Con tutta la propria convinzione e la propria tenacia, con il suo istinto di dominio, vuole farlo rivivere nei propri libri, che hanno qualcosa dei suoi grandi sogni.

Calasso ha un modello, Ovidio: «questo provinciale di buona famiglia che venne a Roma in cerca di fortuna» gli piace moltissimo; egli guarda avidamente il suo capolavoro, le Metamorfosi , cercando non di imitarlo, ma di riprodurlo. Sia per lui sia per Ovidio tutto è materiale per la letteratura; e la mitologia si presenta come un repertorio di varianti, «“una riserva sempre disponibile di immagini, movenze e combinazioni».

Per narrare la metamorfosi nel ventunesimo secolo, Calasso possiede moltissime qualità. In primo luogo, una straordinaria cultura, che non finisce di meravigliarci: egli è a casa in quasi tutte le epoche, in quasi tutti i libri, in quasi tutti i miti. In secondo luogo, un acutissimo occhio analogico, che gli fa scoprire qualsiasi affinità nell’universo dei libri e della storia. Infine la capacità di raccontare i miti: anzi di riraccontarli, come Ovidio nel suo grande libro; l’unico modo per comprenderli e farli propri. Se a volte qualcosa manca nelle fonti, egli colma questa lacuna con una invenzione: la quale non è mai arbitraria, ma è la continuazione delle scoperte dei Greci.



Una qualità Calasso non possiede: la fluidità; gli manca, perché non vuole possederla. Egli ha l’assoluta coscienza di essere un moderno ; e pensa che uno scrittore non può abbandonarsi all’onda del racconto che non finisce mai, come Ovidio. Per lui, come per Nietzsche, il racconto è morto. La verità non si rivela nella continuità: alla continuità dobbiamo voltare risolutamente le spalle; e cogliere delle schegge luminose, che accecano gli occhi e feriscono le mani.

L’aveva detto Platone: «All’uomo la verità è accessibile soltanto per minuscoli frammenti». Calasso coglie questi «minuscoli frammenti»: spezza la continuità; ne fa scaturire barlumi, lampi ardenti e pericolosi. Ovidio possedeva sovranamente l’arte della transizione: essa gli permetteva di incastrare le migliaia di tessere del suo immenso mosaico. Calasso ignora la transizione: tra ogni lampo o irruzione della verità sta un bianco misterioso; il significato di questi bianchi può comprenderlo soltanto chi fa rinascere nella mente tutto Il Cacciatore Celeste .

Il libro di Calasso comincia con le origini, o le origini delle origini; e finisce, o finge di concludersi, con le Enneadi di Plotino e i Misteri di Eleusi , sebbene ogni pagina getti analogie verso tutti i tempi e tutte le direzioni, specie verso la cultura vedica. Alle origini, l’invisibile era visibile. Allora esistevano gli animali e la caccia. Il Cacciatore Celeste è gremito di animali: iene, leoni, leopardi, avvoltoi, che lasciano il loro profumo nelle pagine del libro. Gli animali potevano essere animali, ma anche uomini, dèi, dèmoni, antenati: non c’erano distinzioni nette tra queste figure. Non esisteva un corpo umano che inseguiva un corpo animale: ma un essere che inseguiva un altro essere.



Per i primi cacciatori, l’animale era un altro essere, né animale né uomo, cacciato da esseri né animali né uomini. Cacciare era una cosa complicata. Occorreva in primo luogo imitare gli animali: danzare il passo della pernice, dell’orso, del leopardo, della gru, dello zibellino. Così artificio essenziale risultava la maschera, la quale permetteva di separarsi dalla continuità animale. I lupi che si aggiravano per le foreste erano i primi uomini, che si sentivano così irreparabilmente uomini da camuffarsi da lupi. Il cacciatore si preparava alla spedizione come per un ballo: il corpo doveva essere puro e profumato: a ogni animale da cacciare corrispondeva un diverso profumo; mentre un divieto impediva i rapporti sessuali prima della caccia.

Un giorno — un giorno che durò venticinquemila anni — gli uomini del Paleolitico Superiore cominciarono a disegnare. Non c’era problema di scelta: gli animali erano l’unico oggetto possibile; la potenza in movimento, che colpiva e si doveva colpire. L’animale e colui che lo disegnava appartenevano alla stessa continuità formale. Per essere efficace, la linea doveva essere giusta . Se non era giusta, la potenza non appariva. Così coloro che vissero durante il Maddaleniano sapevano disegnare con stupefacente sicurezza, di rado raggiunta nei millenni. Ingres li avrebbe ammirati.

La parte più bella del libro di Calasso è la prima, dedicata ad Artemis. La dea correva come un maschio, finché sapeva di poter essere vista: ma entrava nell’acqua come una donna, perché allora nessuno poteva vederla, tranne le sue ancelle e compagne di caccia. Suscitava, negli uomini, un desiderio erotico acutissimo — proprio lei che negava il sesso e aborriva il contatto. Mentre negava il sesso, Artemis lo esaltava. Con lei apparve la purezza: era hagne , «pura»; soltanto Persefone, in Omero, ebbe il diritto di portare questo appellativo. Artemis è la dea più prossima a Calasso: sia come dea della caccia — questo libro colpisce e uccide come le frecce del cacciatore —: sia come dea della separazione — in fondo allo spirito di Calasso, c’è un acutissimo desiderio di distanza e di separazione.



La penultima parte del libro è dedicata a Plotino, il quale aveva seguito la spedizione dell’imperatore Gordiano in Persia, per «acquisire una conoscenza diretta» della religione e della filosofia iranica e indiana. Scrivendo le Enneadi , sette secoli dopo Platone, Plotino non pretendeva di portare qualche novità speculativa. Platone aveva detto tutto: tutto il possibile: ciò che diceva era vero; lui doveva soltanto commentarlo ed esplicitarlo, specialmente per ciò che riguardava l’ineffabile — il Bene e l’Uno.

Così Plotino cominciò «la fuga del solo verso il solo»; e giunse alla scoperta di una non-conoscenza che stava immensamente al di sopra della conoscenza: Quello , l’ Uno ; anche se di quell’Uno nulla possiamo dire, «perché non è essere, non è sostanza, non è vita». «Ciò che è causa di tutte le cose — egli aggiungeva — non è alcuna di esse. Non dovrebbe essere chiamato neppure bene perché lo produce, ma è il bene al di sopra di tutti i beni». Come nelle Upanishad , il pensiero saliva al di sopra di se stesso, e si aboliva. Questo culmine tenebroso-luminoso noi lo conosciamo soltanto nella contemplazione: la meta a cui il libro di Calasso tende senza dirlo, in un supremo tentativo di abolire se stesso.


Il Corriere della sera – 18 maggio 2016