TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 3 maggio 2016

Profitti del potere. Stato ed economia nell'Europa moderna



A partire dal Cinquecento l'Europa si sviluppò a tassi altissimi e nello spazio di due secoli giunse a dominare l'intero pianeta. Secondo uno studio appena pubblicato il fattore fondamentale di questo processo fu l'azione dello Stato.

Valerio Castronovo

La forza economica degli Stati



Ai giorni nostri la Cina è divenuta la principale “officina” del mondo, come lo fu un tempo la Gran Bretagna; e l’India ha assunto, in seguito alla rivoluzione informatica, un ruolo d’avanguardia paragonabile a quello svolto dalla Germania durante la rivoluzione tecnico-scientifica avvenuta tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Si direbbe dunque che stiamo assistendo, nell’età della globalizzazione, a una sorta di ritorno a un lontano passato durante il quale aveva brillato di luce propria la stella di diverse zone del continente asiatico.

Ma quali sono stati, dunque, i fattori che hanno reso possibile il sorpasso dell’Asia da parte dell’Europa e un ribaltamento perciò dei precedenti rapporti di forza? Con questo interrogativo si è cimentata una vasta letteratura storiografica e ancor oggi il dibattito fra gli studiosi non si è esaurito, in quanto l’ha riaperto la cosiddetta “California School”, sostenendo che solo ai primi dell’800, l’Europa ha potuto acquisire una posizione preminente. E ciò in virtù di una combinazione “fortunata”, di un intreccio di fattori “casuali” e “contingenti”, come la vicinanza alle Americhe e la disponibilità di carbone delle contrade occidentali dell’Europa, e segnatamente della Gran Bretagna, protagonista della Rivoluzione industriale che avrebbe determinato infine una reale “discontinuità” di prospettive e quindi un tangibile divario economico fra l’Europa e l’Asia.



In realtà, gli europei costruirono man mano, a cominciare dal Cinquecento, le basi della propria supremazia, venuta poi a piena maturazione agli albori del XIX secolo. Non solo perché la loro economia, fin dal Cinque-Seicento, non era affatto “secondaria” e “provinciale” rispetto a quelle di alcune contrade dell’Estremo Oriente (come la Cina, l’India e il Giappone). Ma soprattutto perché seppero valorizzare tanto le risorse materiali di cui vennero in possesso con la conquista del Nuovo Mondo e lo sviluppo dei traffici su un’incipiente scala globale, quanto un complesso di valide cognizioni e applicazioni che si procurarono grazie all’adozione di nuovi metodi in campo scientifico e tecnologico.

Di qui la progressiva crescita non solo economica dell’Europa nel corso dell’età moderna, che, pur non univoca e rettilinea, la portò infine a prendere decisamente il sopravvento nei confronti dell’Asia.

Ad avviare e a rendere possibile quest’ascesa fu, per tanti aspetti, l’azione determinante dello Stato, in quanto essa espresse in pratica sia un’esplicita volontà politica, tradottasi in determinati incentivi e strumenti operativi, sia una cultura caratterizzata da tendenze innovative e competitive.



Come risulta da un’approfondita analisi di Silvia A. Conca Messina, se alcune città-stato (come Genova, Venezia e Amsterdam) avevano già dato prova di singolare intraprendenza nell’ampliamento dei mercati, successivamente gli Stati nazionali (grandi o piccoli che fossero) svolsero via via, ognuno per la propria parte, un ruolo decisivo nell’acquisizione e in un’efficiente allocazione delle risorse, nell’organizzazione della vita economica in funzione di alcuni obiettivi prioritari, nel rafforzamento delle potenzialità di crescita e di traiettorie espansioniste. E ciò in base a specifiche politiche finanziarie e fiscali, all’impiego di nuove armi da fuoco e tattiche belliche, all’allestimento di grosse flotte navali per l’espansione nei mari e la penetrazione in vari territori, nonché a misure volte al miglioramento del “capitale umano”.

Per contro, nel caso degli Stati e degli imperi asiatici, il ruolo dello Stato non fu altrettanto rilevante. Sia perché la vastità in genere dei loro territori consentiva ai governanti di raccogliere le entrate di milioni di contadini, senza particolari sforzi e dover quindi ricorrere all’acquisizione di fonti esterne di finanziamento e accumulazione (tant’è che la Cina, considerandosi autosufficiente, interruppe sin dal Quattrocento le spedizioni marittime d’un tempo e chiuse gran parte dei suoi cantieri). Sia perché mancava al continente asiatico quella carica di intraprendenza e dinamismo che contrassegnava l’Europa, in quanto essa consisteva in un sistema politico-articolato e pluralistico, composto di diversi Stati, ognuno dei quali con proprie ambizioni e, nel caso di quelli giunti infine a prevalere (come Francia e Gran Bretagna) animati da disegni egemonici e sospinti da un mercantilismo maggiormente aggressivo.

Peraltro, come sottolinea giustamente l’Autrice, non furono tanto il potere di coercizione e quello militare degli Stati più forti gli elementi chiave del loro successo: bensì la loro capacità di coniugare le prerogative di governi sempre più centralizzati (grazie a una burocrazia civile e militare proveniente per lo più dalla classe media), la cooperazione consensuale della nobiltà terriera e di alcune élites urbane, e (non da ultimo) un’organizzazione in grado di garantire l’ordine interno e la sicurezza nei confronti di nemici esterni.

Il Sole 24Ore – 17 aprile 2016



Silvia A. Conca Messina
Profitti del potere. Stato ed economia nell’Europa moderna
Laterza, 2016
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