TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 26 maggio 2016

Quando il Re Sole governava con le regole dell’etichetta



L'etichetta fu uno degli strumenti con cui il Re Sole irregimentò un'aristocrazia anarcoide. Un libro racconta questa particolare arte di governo.

Benedetta Craveri

Quando il Re Sole governava con le regole dell’etichetta


Nell’autunno del Medioevo furono il cerimoniale papale della Chiesa di Roma e quello messo a punto nella loro splendida corte dai duchi di Borgogna a servire da modello alle due grandi monarchie che nel corso dei secoli successivi si sarebbero contese il primato sullo scacchiere politico europeo.

Mentre gli Asburgo si servirono dell’etichetta per potenziare un’immagine liturgica della regalità che non consentiva ai profani di oltrepassare la soglia degli appartamenti privati del monarca, i Valois si spinsero oltre. Francesco I volle infatti fare di ogni momento della sua giornata, dal risveglio al ritiro serale, lo spettacolo stesso della sovranità. Rinunciando ad avere una esistenza privata per vivere sotto gli occhi dei suoi cortigiani, il re francese chiedeva loro un uguale sacrificio, legandoli a sé con i lacci insolubili di un’etichetta che rendeva immediatamente visibili le gerarchie e le preminenze di cui egli si voleva l’arbitro.

Ma doveva trascorrere ancora un secolo perché Luigi XIV facesse di questa messa in scena fastosa la carta da visita dell’assolutismo regio e, a cominciare dai classici saggi di Norbert Elias, sono infatti innumerevoli gli studiosi che hanno passato al vaglio la politica teatrale di Re Sole. Ma se vogliamo avere un caleidoscopio di immagini parlanti di uno spettacolo rimasto unico negli annali della storia dell’Europa moderna affidiamoci a quelle che Daria Galateria ha scelto ora per noi ne L’etichetta alla corte di Versailles. Forte di una agguerrita conoscenza dei memorialisti seicenteschi, la nostra francesista dà loro la parola dopo averceli presentati nelle pagine iniziali del libro, ma è l’eloquenza visionaria del più grande di tutti, il “piccolo duca” di Saint-Simon, a fare qui la parte del leone.



Mosso dall’ossessione di difendere i privilegi di un titolo di fresca data, Saint Simon ha infatti istruito contro Luigi XIV e la sua corte un processo di migliaia e migliaia di pagine dove è il rispetto dell’etichetta a costituire il principale metro di giudizio. Ed è attingendo a questo archivio della memoria che Daria Galateria ha messo a punto, con sorridente perizia, un “Dizionario dei privilegi” composto da 160 brevi voci che ci introducono nel bel mezzo dello spettacolo barocco di Versailles.

La prima impressione davanti a rituali, prerogative, funzioni di cui non afferriamo più il senso è di spaesamento, ma man mano che ci addentriamo in questa casistica dalla terminologia per noi così esoterica, ci rendiamo conto che anche le mansioni più ridicole che essa contempla rispondono tutte a una stessa esigenza: mostrare la maggiore o minore distanza di chi le esercita dalla persona fisica del sovrano e dei suoi stretti congiunti. E chi ha visto il film su Maria Antonietta di Sofia Coppola non avrà dimenticato la scena in cui la giovane regina, già svestita e intirizzita dal freddo, aspetta pazientemente che si decida a quale delle dame presenti competa l’onore di passarle la camicia da notte.

Al momento di andare a letto, ci dice infatti Daria Galateria, alla voce “Camicia” questa «doveva essere porta al re, alla regina o ai figli di Francia dalla persona più altolocata presente, a meno che non fosse di rango uguale o superiore». Come dunque stupirci che proprio una principessa della casa d’Asburgo come Maria Antonietta, che aveva conosciuto bambina l’intimità di una vita familiare al riparo dagli sguardi della corte, abbia deciso di sottrarsi all’etichetta di Versailles? Ma, così facendo, l’Autrichienne dimenticava che nel paese in cui cingeva ora la corona, era proprio questo rituale a garantire a ciascuno il rispetto che gli era dovuto.

Come ricorda Daria Galateria, Luigi XIV aveva ammonito i suoi discendenti sull’importanza politica delle apparenze: «Si sbaglia di grosso chi pensa che si tratti di semplici questioni cerimoniali. I popoli su cui regniamo, non potendo penetrare il fondo delle cose, regolano il pensiero normalmente su quello che vedono sull’esterno, e per lo più misurano sulle precedenze e i ranghi il loro rispetto e l’obbedienza».

L’etichetta di Versailles altro non era per lui che arte di governo.

La Repubblica – 16 aprile 2016



Daria Galateria
L’etichetta alla corte di Versailles
Sellerio
euro 14