TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 9 maggio 2016

Renzo De Felice. Uno storico vero



Consideriamo da sempre De Felice uno dei grandi storici del Novecento e la sua biografia di Mussolini un vero e proprio monumento storiografico. Conoscendo gli ambienti da cui provenivano, le polemiche su di lui ci lasciarono freddi allora, ci paiono ridicole oggi.


Simona Colarizzi

La sfida al conformismo di Renzo De Felice




A vent’anni dalla scomparsa di Renzo De Felice, Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione «Ugo Spirito - Renzo De Felice», e un’équipe di ricercatori hanno concluso un lungo e prezioso lavoro di raccolta degli articoli scritti da De Felice e delle interviste da lui rilasciate sulla stampa quotidiana e sulle riviste nell’arco della sua intera vita di storico. I tre volumi in via di pubblicazione (Luni editrice), che sono introdotti da giornalisti (Stefano Folli, Pierluigi Battista e Pasquale Chessa), ci offrono la testimonianza dell’impegno civile di uno dei maggiori studiosi della storia contemporanea. Un impegno intrecciato indissolubilmente alla conoscenza, tanto più che per lui il fascismo, tema centrale dei suoi studi, «ci piaccia o non ci piaccia ha costituito il nodo della nostra storia nazionale in questo secolo» ( Il fascismo e gli intellettuali , «Il Giornale», 30 giugno 1974).

I volumi della biografia di Mussolini, le interpretazioni del fascismo e i tanti saggi dedicati agli anni e ai personaggi del regime, che hanno segnato una pietra miliare nella storiografia italiana, avevano suscitato a partire dalla fine dei Sessanta una tempesta tracimata ben al di là degli ambienti accademici. Contro De Felice si era riversata una valanga di insulti: da revisionista a giustificazionista, a restauratore di una ingannevole oggettività, fino a definirlo esponente della nuova destra perché aveva osato mettere in discussione la vulgata marxista dominante che leggeva il fascismo solo nel contesto della lotta di classe. Quel regime, espressione massima del sistema capitalista, non poteva aver suscitato consenso di massa, non era il risultato di quella crisi di identità che aveva scosso le popolazioni di tutta Europa dopo la Prima guerra mondiale, come sosteneva De Felice. Cercare nella documentazione degli archivi una più articolata interpretazione dei tanti volti della dittatura, della complessità del fenomeno fascista, significava legittimare un regime violento e autoritario che dei movimenti neofascisti degli anni Sessanta e Settanta era ancora il punto di riferimento.



Certo, il clima politico di quel periodo spiega in parte la virulenza degli attacchi che colpivano anche tutti i giovani ricercatori allevati alla scuola di De Felice. Proprio l’asprezza delle lotte politiche in corso, gli scontri tra giovani che al fascismo e all’antifascismo facevano riferimento, le stragi e il terrorismo portavano a evocare continuamente la presa fascista del potere nel 1922-1925, anche se De Felice insisteva al contrario sul concetto di un fascismo come fenomeno storico concluso, rifiutando l’accostamento tra i giovani contestatori del 1977 e gli squadristi ( I nuovi figli del caos , «Il Giornale», 13 aprile 1977). Analogie superficiali e strumentali che non aiutavano a capire le cause di fondo, cioè un contesto sociale, politico, economico e culturale ben diverso da quello del primo dopoguerra. Ma naturalmente, questa posizione alimentava solo la polemica dei suoi avversari.

Gli articoli e le interviste di De Felice sulla stampa, oggi ripubblicati tutti insieme, non sono una difesa dalle accuse che gli venivano rivolte; sono invece un atto di accusa. Un atto di accusa contro l’opportunismo degli intellettuali italiani. Intellettuali provinciali arroccati «in schemi interpretativi di tipo ideologico che portano a ridurre tutto a una sola causa, quella classista, e a ignorare praticamente i problemi e le realtà stesse che questi schemi non possono accettare» ( Hitler come Robespierre , «Il Giornale», 5 aprile 1975). Quegli intellettuali «partitizzati» che presentano gli avversari politici come mostri o marionette, che leggono la storia in bianco o in nero. De Felice sceglieva invece il grigio e lo rivendicava. Si collocava in quella terra di nessuno, tra quegli intellettuali «che per disposizione psicologica e morale, ma anche e di più per fedeltà alla loro ricerca originale, si trovano a non riconoscersi in tutto o in parte con i poteri politici dominanti, con le correnti pubblicizzate della cultura, e infine con i conformismi e le mode correnti».

Il che non significa che De Felice non avesse solidi valori democratici di riferimento; rivendicava però la libertà di critica, l’approccio problematico alla ricerca, lo spirito «eretico» come virtù: «Eretici nei confronti dei vari conformismi politici, in opposizione tra loro, ma infine sempre solidali nel fastidio che provano nei confronti di coloro che li mettono a cimento» (Intervista a Gianluigi Degli Esposti, «La Nazione», 22 febbraio 1976). Soprattutto lo angosciava il contagio del conformismo tra i giovani che sceglievano la strada della ricerca storica — e «ho molti giovani attorno», confidava nell’intervista a Degli Esposti. Tra questi giovani ero anch’io e la lezione di De Felice non l’ho mai dimenticata.


Il Corriere della sera/La Lettura – 8 maggio 2016