TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 8 maggio 2016

Vite difficili nella Cina d'oggi. "Al di là delle montagne" di Jia Xhang-Ke



Davvero difficile capire chi si è e cosa si vuole davvero in un paese che cambia tanto rapidamente da distruggere ogni radice identitaria. Arriva nelle sale un film cinese che racconta una storia a tre sullo sfondo di una Cina in piena trasformazione. 

Paolo D'Agostini

Una ragazza, due corteggiatori pensando a “Jules et Jim”

Due ragazzi, una ragazza. Chissà se c’entra l’eterno modello truffautiano di "Jules et Jim". Chissà, perché siamo in Cina e come al solito non è proprio facile comprendere modelli e riferimenti. Malgrado il regista, Jia Zhangke (classe 1970, esponente della “sesta generazione” succeduta a quella di Zhang Yimou), non sia di certo uno sprovveduto quanto a conoscenza del cinema. Una ragazza – che è la ricorrente interprete dei film di Jia, Zhao Tao, oltre che sua moglie nella vita – e due ragazzi, con il loro legame e i loro ambigui e divisivi sentimenti, sullo sfondo delle colossali trasformazioni vissute dal grande paese; attraversate dal racconto, e anche questo è un elemento ricorrente nei film del regista Leone d’oro di Venezia (con Still Life nel 2006), con una carrellata di lungo respiro.



Qui l’arco temporale è di un quarto di secolo. Tutto inizia nel 1999, all’alba del nuovo millennio, e si protrae fino a proiettarsi in un futuro, il 2024, narrativamente risolto con uno spiazzante ibrido tra quotidiano realismo e metafisica distopia. Spiazza sempre lo stile di Jia, senza dubbio una delle maggiori personalità emerse nel cinema mondiale dell’ultimo quindicennio (a rivelarlo internazionalmente fu nel 2000 Platform) ma già attivo dagli anni Novanta nonostante il faticoso percorso che lo ha lentamente liberato dai condizionamenti censori e dall’esclusione dai finanziamenti di stato (perché, come i nostri De Sica e Zavattini, si soffermava troppo sui “panni sporchi”).

Apparentemente, e ricercatamente dimesso, insiste su vicende umane malinconiche, deprimenti, su condizioni ambientali – fa spesso riferimento ai suoi luoghi natali, la città di Fenyang nella regione settentrionale dello Shanxi, che significa “a ovest delle montagne” – di fatica, delusione, frustrazione, fallimento, sradicamento imposto da cambiamenti e innovazioni disposti dall’alto. Come la gigantesca diga che sconvolge milioni di vite in Still Life.



In "Al di là delle montagne" succede un’altra cosa. La ragazza, che ama cantare ed esibirsi (il film è aperto e chiuso dalla canzone Go West, con una di quelle costruzioni coreografiche un po’ incongrue e proprio per questo incisive ed emozionanti. Viene in mente più di una soluzione adottata dai film di Nanni Moretti), si trova nel mezzo di due corteggiamenti. Il ragazzo che probabilmente la ama di più e “meglio” appartiene al passato delle miniere di carbone, ma lei sceglie il secondo che invece scalpita per partecipare al banchetto della nuova ricchezza, si dà da fare non proprio in maniera pulita ma è energico e vitale, e dopo che il matrimonio sarà andato male sceglierà di trasferirsi in Australia con il figlio, sottratto alla madre, chiamato con ingenuo filoamericanismo Dollar.

L’attenzione, dopo aver lasciato sul terreno le vite sprecate dei protagonisti, si sposta e scivola via via su di lui e sul suo crescere senza radici – non conosce più la lingua madre, non ha più visto sua madre – in un contesto, appunto quello della promettente e asettica Australia, del tutto infelice. In più e di diverso rispetto ai precedenti, ma senza perdere coerenza, c’è qui un’accentuazione in senso melodrammatico.


La repubblica – 5 maggio 2016

Nessun commento:

Posta un commento