TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 28 giugno 2016

Agamennone e i miti greci



Ancora un libro sul mito, questa volta nell'ambito dell'opera omerica.

Eva Cantarella

Agamennone e i miti greci, fascino eterno



È grande e vario il mondo nel quale ci fa entrare Io, Agamennone , l’ultimo libro di Giulio Guidorizzi (Einaudi, pagine 208, e 14) . È un mondo ampio come quello di Omero, ma raccontato nello spazio del romanzo, genere che per eccellenza rappresenta la modernità: un mondo collocabile millenni or sono, al quale si sono ispirate innumerevoli riscritture che hanno dato al passato nuova vitalità e al presente la forza di una memoria che sta alla base della nostra civiltà.

Basta ricordare nomi come Shakespeare, Kleist, Giraudoux, Christa Wolf, basta ripensare alle letture di Simone Weil e di J.P. Vernant, agli studi di antropologia e di linguistica, ai ritrovamenti archeologici per rendersi conto di quante sono le letture di Omero che fanno da sfondo al personaggio delineato da Guidorizzi di Agamennone, eroe di una società difficile e complessa, in cui ciascuno lottava non solo contro gli altri, ma anche e forse in primo luogo contro se stesso al fine di «essere sempre il primo e il migliore», secondo l’insegnamento dato dal centauro Chirone al giovane Achille e da allora in poi dai precettori a tutti i giovani greci.

Era una cultura, quella eroica, in cui alla lotta contro gli altri e contro se stesso si aggiungeva quella di tutti contro la forza inesorabile che i greci chiamavano moira , il destino al quale non si sfuggiva e che attendeva di essere compiuto. Era un mondo in cui tutti sapevano che quello che sarebbe restato di loro dopo la morte sarebbe stato solo il ricordo affidato alle parole dei poeti, presenti e futuri. Per questo «avere fama gloriosa» equivaleva a esistere ed essere ricordati dai posteri era l’unica forma di immortalità.

A raccontarci tutto questo, nel libro di Guidorizzi, è lo stesso Agamennone, al medesimo tempo narratore e protagonista dei nove capitoli (oltre a un prologo e un epilogo) nel quali il libro è diviso.



Ed è un Agamennone per molti versi inedito: da un canto il sovrano arrogante che sottrae ad Achille la schiava Briseide, scatenandone la celebre «ira funesta»; d’altro canto un uomo pieno di umanità e di solitudine, ultimo discendente di una stirpe a dir poco truculenta, le cui atroci vicende sono descritte nel primo capitolo, dedicato alla storia degli antenati di Agamennone. A partire dal secondo capitolo, il tempo è quello della guerra di Troia, raccontata attraverso la trattazione di aspetti fondamentali della civiltà omerica, a partire dalla timè , l’onore, per passare a Eros e ai poteri di Afrodite, alla funzione economica e sociale dei doni, agli inganni ai quali i due eserciti ricorrono nel corso dell’inesorabile Polemos , la guerra che insanguina per dieci anni il suolo dell’Anatolia.

E poi, ancora, un capitolo sull’anima e sul destino ( Psyché e la Moira ), zone oscure solo parzialmente illuminate da dèi che non sciolgono mai (uno dei tanti meriti del libro) il loro mistero: «Come posso descrivere l’amore di un dio?» — dice Cassandra, che non riesce a descrivere l’amore di Apollo — «Non l’ho mai visto, ma è come se improvvisamente la terra incominciasse a tremare, sento un’ondata di calore e di luce che monta e poi sono scossa da un’energia che mi percorre tutta, e forse allora lo vedo ma non posso ricordarmene». Infine, il ritorno in patria ( nostos ) di Agamennone ucciso dalla moglie Clitennestra con la complicità del suo amante Egisto (seguendo, in questo caso, il racconto di Eschilo nell’ Orestea ).

Intorno a tutto questo ruota la riscrittura omerica di Guidorizzi, in un libro veramente affascinante, che è contemporaneamente romanzo e saggio, secondo la prospettiva contemporanea di non porre più nette cesure tra questi generi, per raccontare e insieme interpretare un mondo che, con i suoi miti, continua a comunicare e a vivere con noi.


Il Corriere della sera – 28 giugno 2016