TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 26 giugno 2016

Da Bakunin a Davide Lazzaretti. Utopia e socialismo



Da Bakunin a Davide Lazzaretti. La preistoria del socialismo italiano.


Nicola Del Corno

L’utopia di una società religiosa e comunista


«Forse da nessuna parte la rivoluzione sociale è così vicina come in Italia», scrive Michail Bakunin nel 1873 in Stato e anarchia . L’anarchico russo ha conosciuto il nostro Paese per avervi soggiornato tre anni, dal 1864 al 1867, ha compreso la distanza fra Paese legale e Paese reale creata dal processo risorgimentale moderato, e individuato l’esistenza di una larga fetta della popolazione, spesso politicamente inconsapevole, ma pronta alla ribellione nei confronti di uno status quo che la relega a livelli drammatici di indigenza.

Nella stessa opera Bakunin considera ai fini rivoluzionari «importante l’esistenza, in Italia, di un vasto proletariato dotato di un’intelligenza straordinaria, pur se in parte privo d’istruzione», composto da 2-3 milioni di operai, ma soprattutto da 20 milioni di contadini. Inoltre, è presente nel Paese una predisposizione alla cosiddetta «propaganda col fatto»: una tradizione d’impronta mazziniana, sostanziata dal sacrificio di Pisacane, suscitatrice di iniziative ribellistiche per tener viva nel popolo l’opzione rivoluzionaria tramite il riproporsi di tentativi.

I ragionamenti di Marx su sviluppo industriale e democratico possono allora poco in Italia di fronte all’apostolato anarchico che prefigura, spesso con una retorica messianica, come prossima una palingenesi sociale. A Città di Castello, a metà degli anni Settanta, un giornale rivoluzionario è significativamente intitolato il «Patatrac!», a dimostrazione, anche onomatopeica, di una prossima rumorosa rottura della società.



Bakunin non esagera nel descrivere un popolo pronto alla sommossa; nel 1865 e ’66 scoppiano scioperi e tumulti nelle campagne in Puglia e Sardegna; l’«imposta sulla miseria» — così come viene battezzata la famigerata tassa sul macinato — scatena violente proteste da parte dei contadini, classe italiana rivoluzionaria per eccellenza secondo Bakunin; da Nord a Sud si assistono a prese d’assalto dei municipi e distruzioni dei contatori che misurano l’importo del tributo sulla base dei giri della macina. Il governo italiano reagisce con la repressione in tutto il territorio, e particolarmente lo stato d’assedio nelle province di Reggio Emilia e Parma, lasciandosi dietro una scia di sangue con almeno 250 morti e migliaia fra feriti e arrestati.

I tentativi rivoluzionari si susseguono negli anni seguenti; nell’agosto del ’74 una schiera di circa 200 uomini armati cerca di raggiungere Bologna — dove nel frattempo è arrivato clandestinamente Bakunin — con l’intenzione di renderla principio di un moto nazionale, ma l’iniziativa fallisce sul nascere causa delazione.

Nel ’77 una trentina di anarchici guidati da Cafiero, Malatesta e il garibaldino Ceccarelli tenta inutilmente di far sollevare i contadini nel Matese, distribuendo armi, bruciando archivi comunali, dichiarando decaduta la monarchia. Il triennio fra il 1882 e il 1885 è caratterizzato nel Nord Italia da una serie di scioperi e agitazioni, che investono buona parte della pianura padana con il Mantovano e il Polesine come epicentri, e passati alla storia con il nome di «La boje!»: al grido rabbioso di «La boje! De boto le va fora!» (Bolle! E subito esce fuori!) i braccianti si rifiutano di lavorare per meno di 2,50 lire al giorno.



Quasi un decennio dopo, agli inizi degli anni Novanta, in concomitanza con l’istituzionalizzazione della prassi socialista tramite la creazione di un partito, in Sicilia scoppiano scioperi e dimostrazioni organizzati dalla federazione dei Fasci dei lavoratori. Anche in questo caso la protesta si esaurisce solo dopo l’intervento governativo con lo stanziamento di trentamila militari, lo stato d’assedio e i tribunali militari.

In questa temperie di continue sommosse sociali, scioperi, attentati s’inserisce negli anni Settanta l’utopia di David Lazzaretti di una società cristiana e comunista dove non si pagano le tasse, suscitando l’interesse di Andrea Costa che riconosce come importante il suo idealismo nella famosa lettera Ai miei amici di Romagna con la quale nell’agosto del 1879 prende le distanze dalla mera tattica insurrezionale.


Il Corriere della sera/La Lettura – 26 giugno 2016