TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 18 giugno 2016

E i russi dissero: guardatevi da Togliatti



Nel 1963 Claudio Pavone visita l'URSS per lavoro. Nel suo diario il futuro grande storico della Resistenza descrive l’atmosfera di quel Paese nell’ultima fase del disgelo kruscioviano e di come gli interlocutori sovietici si mostrassero spesso più critici verso il regime di quanto non fossero gli esponenti del Pci.

Marcello Flores

E i russi dissero: guardatevi da Togliatti


Nel 1963, un anno prima che Krusciov venisse costretto ad abbandonare il potere in Unione Sovietica, il nostro maggiore storico della Resistenza Claudio Pavone, all’epoca funzionario dell’Archivio di Stato, trascorre un mese in Urss per scambiare informazioni su documenti italiani presenti negli archivi russi. Proviene da Karlovy Vary, in Cecoslovacchia, dove vi è stato un convegno di storia della Resistenza cui hanno partecipato numerosi studiosi italiani.

Il diario tenuto nel corso di quel mese, dettagliato e scritto in modo semplice ma ricco di informazioni, viene ora pubblicato nella sua interezza con il titolo Aria di Russia (Laterza), a darci un’immagine viva e autentica dell’ultima fase del periodo kruscioviano (non si capisce perché l’editore, nella controcopertina di presentazione, parli di un mondo «non più staliniano, ma non ancora attraversato dal disgelo di Krusciov», dal momento che quel disgelo stava invece proprio per terminare).

I resoconti di viaggio nell’Urss sono stati una fonte ricchissima (a volte quasi unica) non solo per conoscere meglio le vicende di quel Paese, ma come termometro dei rapporti tra mondo occidentale e mondo sovietico, tra Ovest ed Est, come specchio delle speranze riposte nel comunismo o delle delusioni da esso causate, come barometro del rapporto tra il comunismo europeo e quello di Mosca o del confronto tra sistemi politici e sociali contrapposti che si aprono, però, l’un l’altro proprio negli anni successivi alla morte di Stalin.



Uno degli ultimi contributi allo studio dell’immagine occidentale dell’Urss — ma con la notevole aggiunta del ruolo attivo svolto dalle istituzioni sovietiche per favorire e plasmare la percezione e il giudizio dei visitatori — è stato quello di Michael David-Fox: capace di delineare il meccanismo di «diplomazia culturale» iniziato negli anni Venti e rafforzato e istituzionalizzato nell’epoca di Stalin, che permise di fare interagire la dimensione interna e internazionale del sistema sovietico. Dedicato soprattutto al periodo staliniano, il libro getta qualche illuminante occhiata anche negli anni Cinquanta, quando la costruzione delle società sovietiche di amicizia e rapporti culturali con i Paesi stranieri crea le premesse per rapporti stabili, anche di tipo accademico, quali quelli di cui profitterà Pavone per il suo viaggio.

Qualche anno prima era uscito un libro di Ludmila Stern, cresciuta in Urss negli anni Sessanta e Settanta, che intendeva capire come mai i suoi nonni — che avevano attraversato le peripezie dello stalinismo, compresi prigione e persecuzioni, ed erano potuti uscire dall’Urss solamente nel 1982 — avessero voluto da giovani andare nel Paese dei soviet e si fossero perfino convinti a spiare per il Cremlino, restandone presto totalmente delusi e colpiti. Allo studio dei grandi intellettuali europei affascinati dal comunismo sovietico, Stern aggiungeva l’analisi degli strumenti messi in atto dal regime di Mosca per sedurre gli scrittori occidentali, per manipolarli, per convincerli a un atteggiamento che tralasciasse dubbi e critiche che pure molti di loro non riuscivano a nascondersi.

Per quanto riguarda l’epoca della guerra fredda sono mancati studi e analisi dei «viaggiatori» che hanno lasciato il loro racconto della Russia poststaliniana, anche se vi sono stati studi formidabili — purtroppo non tradotti in italiano — che hanno esaminato gli aspetti più diversi di quella «guerra fredda culturale» che, iniziata già negli ultimi anni del dittatore georgiano, si protrasse negli anni di Krusciov e terminò di fatto con la grande svolta internazionale (sul piano della cultura) della fine degli anni Sessanta.

Esempi di grande capacità analitica e di giudizio, ma anche di racconto affascinante, sono i due libri che a distanza di qualche anno scrisse David Caute, che aveva iniziato la sua carriera di studioso proprio occupandosi dei fellow-travellers (i «compagni di strada») che spesso avevano trovato nei loro viaggi in Urss conferma o delusione delle proprie attese. I due libri di Caute sulla guerra fredda culturale hanno al centro — il secondo in modo esplicito — la letteratura, che costituì uno degli strumenti più potenti perché il confronto Ovest-Est, il giudizio sul comunismo e sul capitalismo, la propaganda culturale potessero giungere a un grande pubblico cercando di influenzarlo, tanto al di qua che al di là della cortina di ferro. Con il risultato di un condizionamento reciproco molto più ricco e produttivo, favorito da quella parziale apertura che il disgelo kruscioviano aveva permesso alla cultura sovietica.



Proprio la mancanza di una documentazione ampia e articolata di memorie e testimonianze di viaggio in Urss negli anni del disgelo rende il diario di Pavone una fonte di particolare interesse, perché scritto a caldo sul momento e non frutto di una rielaborazione successiva. L’autore annota con frequenza la «luce tersa» e il contrappunto di «nuvole bianche e lontane», forse influenzato dalla lettura del Dottor Živago , uscito qualche anno prima e oggetto di aspre polemiche, in cui Boris Pasternak offre immagini splendide di paesaggi russi degne della tradizione tolstoiana: quel Pasternak di cui discute con il giovane archivista russo Papavian, la sua guida quotidiana, che pure non ha potuto leggerlo perché proibito, ma di cui nutre grande stima, e che parla con finezza di Pratolini e Piovene, Moravia e Pasolini.

Gran parte del racconto di Pavone è una bella narrazione «da turista»; come è dettagliato il susseguirsi di incontri professionali, la visita agli archivi e il lavoro di collaborazione per il quale era stato invitato. La parte più interessante, anche oggi, resta il riassunto delle discussioni avute con gli storici e archivisti russi, il timore di offenderli con giudizi troppo negativi sull’Urss e la scoperta che in molti di loro l’atteggiamento critico è più avanzato e consapevole di quello di tanti intellettuali legati al Partito comunista italiano.

Le conversazioni con gli amici russi riguardano Stalin e il suo ruolo storico, la limitatezza delle critiche di Krusciov, le reazioni del movimento operaio europeo, le posizioni dei comunisti cinesi: «Sento allora il bisogno — ricorda Pavone — di parlare delle ambiguità del Pci e della sua doppia anima»; mentre in un’altra occasione è Fridman, un traduttore dall’italiano, a dire: «Sfogatevi a parlare finché non arriva al potere il compagno Togliatti», rimarcando scandalizzato che il capo del comunismo italiano ha affermato in un recente discorso «che la libertà di stampa esiste in Italia solo sulla carta».


Il Corriere della sera/La Lettura – 12 giugno 2016