TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 28 giugno 2016

Giochi di alleanze tra Islam e Cristiani



Paul M. Cobb, nel suo "La conquista del Paradiso" traccia una panoramica delle Crociate e del mondo arabo tra l’XI e il XV secolo, rivelando come già allora il jihad fosse soprattutto una carta a disposizione della politica.

Vermondo Brugnatelli

Giochi di alleanze tra Islam e Cristiani


All’epoca del feroce Saladino, quando Riccardo Cuor di Leone ottenne il permesso per i cristiani di circolare liberamente a Gerusalemme, i due eserciti – stabilita la tregua – «fraternizzarono, forse durante un banchetto». Lo si apprende, insieme a molti altri fatti d’arme, scenari geopolitici e aneddoti interessanti, dalla vivida descrizione di Paul M. Cobb nel suo volume La conquista del Paradiso Una storia islamica delle Crociate (traduzione di Chiara Veltri, Einaudi, pp. 367, euro 32,00), che disegna un vasto panorama di storia del mondo arabo nel medioevo, prendendo in considerazione un buon mezzo millennio di storia, dall’XI° al XV° secolo.

Per Cobb, che non si limita a tracciare una semplice «storia delle crociate», è importante partire dal contesto generale del confronto-scontro in atto per molti secoli tra il mondo islamico e quello cristiano, fin dalla prima espansione araba nel VII° secolo. Dopo la fase iniziale che vide un ampliamento quasi travolgente dei territori della «Casa dell’Islam», le conquiste musulmane presero a rallentare, a segnare il passo, e fu proprio intorno al mille che cominciò, su più fronti, una lenta ma sensibile «riconquista» delle posizioni perdute da parte del mondo cristiano, sia nella penisola iberica (al-Andalus), sia in Sicila, sia, infine, nelle regioni prossime all’Anatolia che un tempo era stata bizantina. Le «crociate» vere e proprie, dal punto di vista del mondo islamico, non furono che una fase di questa offensiva generale su più fronti da parte dei sovrani cristiani.



È una storia molto dettagliata e basata su un saldo impianto di fonti di prima mano quella che l’autore tratteggia nei nove capitoli del suo lavoro, permettendo di apprendere un gran numero di informazioni sulle dinamiche interne al fronte musulmano che, lungi dal costituire un’entità compatta vedeva invece interagire numerosi attori, divisi per stirpe, lingua, fazione religiosa, alleanze politico-militari. Le conquiste e le perdite di territori, appaiono così inquadrate in una prospettiva ben più approfondita di quanto apparirebbe dalla sola elencazione delle battaglie e dei nomi dei guerrieri che vi parteciparono. Dal punto di vista etnico-linguistico, accanto agli arabi – ormai in netto declino, col tramonto del califfato iniziato ben prima del sacco di Baghdad del 1258 – compaiono sullo scacchiere popolazioni e dinastie turche di varia origine (selgiuchidi, turcomanni, kipcapi, ottomani), ma anche curdi, iranici, corasmi, georgiani, armeni, berberi, mongoli… Mentre dal punto di vista religioso si sovrapponeva il frazionamento tra sunnismo, sciismo, le diverse sette sciite, nonché i cristiani di varia obbedienza.

Lo sviluppo degli eventi era dettato principalmente da un gioco di alleanze che ben poco avevano a che vedere con una guerra di religione. Seguendo il filo della storia colpisce come fosse tutt’altro che raro il caso di alleanze tra cristiani e musulmani di una fazione contro i musulmani di un’altra. Così pure erano frequenti i cambi di fronte repentini, come quello del selgiuchide Ridwan di Aleppo che per qualche tempo fece invocare nelle moschee i nomi dei califfi fatimidi (sciiti), salvo poi tornare, dopo poche settimane, a invocare il nome del califfo abbaside (sunnita) e del suo sultano Barkiyaruq.

Chi oggi non si capacita di come la diplomazia e le pressioni internazionali non riescano a venire a capo del ginepraio siriano potrebbe trarre da questo libro alcune lezioni interessanti su come, nel complesso, da secoli a questa parte, questi territori siano al centro di contese tra un incredibile numero di attori, piccoli e medi potentati locali, non di rado mossi da forze esterne alla regione. Anche allora, infatti, sullo sfondo agivano, come ispiratrici o a volte con interventi diretti, potenze ai margini della frontiera: non solo i cristiani d’Europa, Bizantini o Franchi, ma anche, per esempio, la terribile setta sciita dei nizariti (i famosi «assassini»), che agivano in Siria e in Mesopotamia, ricevendo direttive dalla fortezza iranica di Alamut, o l’impero mongolo, entrato di prepotenza nella regione e fermato solo dai mamelucchi di Baybars.



Paul M. Cobb non si limita ai dati evenemenziali delle guerre e delle paci, ma indaga e espone con chiarezza anche i molti aspetti economici e commerciali che sottostavano alle politiche dei vari governanti, obbedienti soprattutto a queste logiche, facendo uso della giustificazione religiosa solo saltuariamente e perlopiù in chiave opportunistica, quando occorreva rinsaldare le proprie forze con alleanze altrimenti labili o problematiche; ma avendo sempre presente l’opportunità di mantenere per quanto possibile rapporti di buon vicinato con tutti, indipendentemente dalla fede religiosa dei governanti.

Già allora il jihad era più una carta a disposizione della politica che un reale impegno morale. Dei tre grandi condottieri passati alla storia per avere fermato e respinto i regni crociati, Nur ad-Din, Saladino e Baybars, il secondo è forse il più noto per aver legato la sua fama alla guerra ai cristiani, ma dalla ricostruzione di Cobb si ricava come la maggior parte del suo sforzo bellico sia stata profusa nel combattere rivali del campo islamico, e come il suo jihad contro i cristiani sia stato più che altro frutto di un tentativo di rifarsi un’immagine di buon governante musulmano dopo le spietate campagne fratricide con cui si era assicurato il potere.

Lo stile del racconto di Cobb invoglia il lettore a seguire con interesse le vicende che descrive, nonostante non sia sempre facile districarsi nella loro complessità. Appartiene a questo stile anche il ricorso a alcune allusioni che, pensate per un pubblico di cultura anglofona, possono risultare poco perspicue per il lettore italiano. Per esempio, parlando degli eventi del 1066 nel corso della conquista normanna della Sicilia, l’autore lascia cadere, di passaggio «mentre i familiari di Ruggero e Roberto in Normandia erano occupati ad invadere un altro regno insulare…»: per quanto scolpita nelle menti di qualunque scolaro del mondo anglosassone, la battaglia di Hastings che sanzionò la conquista normanna dell’Inghilterra a opera di Guglielmo il Conquistatore è una nozione decisamente meno presente a quelli del nostro paese.



Alla traduzione, nel complesso molto buona, nuocciono purtroppo un certo numero di scivoloni, malapropismi e rese poco felici del senso originale, che sono statisticamente quasi inevitabili in un lavoro di tale mole, ma quando compaiono, qua e là, possono rendere problematica la comprensione. Il lettore si domanderà, ad esempio per quale motivo gli Almoravidi, in arabo al-Murâbitûn, avrebbero dovuto chiamarsi «trattatevi con pazienza tra di voi», mentre il senso del termine, reso in inglese con «those who fight together», è «coloro che combattono strettamente uniti». Un merito notevole del libro, rivendicato con fierezza dall’autore, è l’ampio ricorso alle fonti arabe, spesso ignorate dagli storici occidentali o conosciute solo tramite traduzioni invecchiate e non sempre affidabili.

Da questo punto di vista, giova ricordare che il pubblico italiano gode di un enorme vantaggio avendo a disposizione, fin dagli anni cinquanta, eccellenti traduzioni di numerosi fonti islamiche sulle crociate da parte di un arabista della statura di Francesco Gabrieli. Il suo volume Storici arabi delle Crociate è un classico, tuttora reperibile grazie a continue ristampe, e la sua lettura arricchirebbe, con la vivacità delle descrizioni di prima mano degli autori arabi, molti dettagli del panorama tracciato con precisione accademica dall’autore statunitense.

«I lettori moderni potrebbero trarre altre lezioni da una storia islamica delle crociate»: questa affermazione racchiusa nell’ «epilogo» del libro non è una frase di circostanza. La sua lettura infatti, oltre a far conoscere le vicende passate di queste terre martoriate, permette di scoprire come le stesse vicende venivano vissute dagli appartenenti ai due campi rivali, e consente di meditare sulle sconcertanti analogie che molti fatti di allora presentano con la cronaca odierna, individuando alcune costanti tuttora presenti nella realtà geopolitica e nella mentalità generale. Molti schemi e preconcetti diffusi presso chi ignora questa storia si ridimensionerebbero o sparirebbero. Historia magistra vitae dicevano gli antichi. Forse non avevano tutti i torti.


Il manifesto – 19 giugno 2016