TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 23 giugno 2016

I giorni d’angoscia di Thomas Mann



Un romanzo ricostruisce l'esilio svizzero di Thomas Mann.


Giorgio Montefoschi

Condannare il nazismo vale l’esilio. I giorni d’angoscia di Thomas Mann



È il 1936. Thomas Mann — il protagonista de La decisione , il romanzo molto documentato e assolutamente verosimile di Britta Böhler (Guanda), che ha avuto enorme successo in Germania, come presto si potrà comprendere, e ovunque — se ne sta seduto nel suo studio della casa sul lago di Zurigo nella quale abita insieme alla moglie Katja e ai suoi due ultimi figli da quando, in seguito all’ascesa al potere di Hitler, ha deciso di abbandonare Monaco e la Germania, e vivere in Svizzera.

Fuori, la caligine che lo ha oppresso per tutto il giorno, vero e proprio specchio della sua anima confusa, è finalmente scomparsa e, nel buio notturno, si intravedono le stelle. Il vincitore del premio Nobel, lo scrittore tedesco più omaggiato e conosciuto nel mondo, che ha da poco ricevuto una telefonata del suo editore americano, Alfred Knopf che per la interposta persona della moglie ha chiesto sue notizie e soprattutto notizie del terzo volume, in gestazione, delle Storie di Giuseppe che in America aspettano con trepidazione e lanceranno sul prestigioso magazine «Time», beve a piccoli sorsi il suo liquore preferito, il Benédictine, fuma il sigaro che Katja gli ha comprato in città, dopo essere stata dalla sarta e a trovare un’amica ammalata, e intanto cerca di dipanare il groviglio che gli ingombra la mente.



Nel cassetto della scrivania ha la copia della lettera con la quale, richiesto pressantemente dalla figlia Erika e dal figlio Klaus, e da parecchi altri intellettuali e scrittori, ha preso una posizione netta e inequivocabile contro il nazismo, e ha consegnato alla redazione del quotidiano «Neue Zürcher Zeitung», chiedendo subito dopo di aspettare ancora un poco, un giorno, un altro giorno ancora, per metterla in pagina. Sono così passati tre giorni di autentico tormento.

Da un lato, l’assillo del dovere morale: la necessità assoluta — anche per uno scrittore — della condanna di quel «mascalzone» che brucia i libri, farnetica, illude il popolo tedesco con la sua diabolica parlantina, eccita una rivalsa pericolosa, un desiderio di dominio folle destinato alla catastrofe. Dall’altro lato, il terrore di un addio definitivo alla Germania; il vuoto dell’emigrante; il dolore dello scrittore tedesco separato per sempre dalla linfa vitale rappresentata dai lettori con i quali condivide la lingua.

Sulla nave olandese che per la prima volta lo ha portato negli Stati Uniti (con quegli avvertimenti continui, man mano che si procedeva in avanti, di mettere le lancette dell’orologio un’ora indietro) e poi a Princeton dove ha incontrato e parlato con quello sbadato, quel tipo strano di Einstein, Thomas Mann ha parecchio riflettuto sul tempo.

E, con se stesso, ha convenuto che non sono necessarie grandi teorie scientifiche per scoprire che la durata del tempo è relativa e dipende soprattutto dalla intensità della vita, dalla quantità di cose che si fanno. Gli anni, i mesi, i giorni nei quali non accade nulla e tutto è regolare e ripetitivo, scorrono con la velocità di un lampo; quelli densi sembrano lunghissimi. Come è vero. In questi tre giorni sembra sia trascorsa una vita.

   
Molto hanno contribuito la memoria, il pensiero del futuro, l’angoscia del presente. E davvero, le tre giornate apparentemente normali, segnate dalle abitudini inflessibili (la colazione, con il pane e burro e l’uovo solo la domenica, le lettere, la passeggiata col cane, le trasmissioni alla radio, il tè all’hotel Baur au Lac) hanno racchiuso una immensità di tempo: la casa di Monaco con i bei mobili, i tappeti e i libri; le feste di Natale con la preparazione dell’albero, le porte che si schiudevano, le candele accese e gli «oh!» emozionati dei bambini, e il profumo dell’abete la mattina seguente; il tram sul quale per la prima volta ha visto Katja e ha deciso che sarebbe stata la donna della sua vita; il sanatorio che sarebbe diventato il sanatorio della Montagna magica ; la neve e le slitte coi sonagli; Venezia; le spiagge del Baltico; i trasalimenti per quei ragazzi biondi, nudi, affidati alle pagine di un diario segreto che per delle misteriose ragioni non è stato mai distrutto e se mai dovesse essere scoperto rovinerebbe la sua reputazione davanti al mondo; le conferenze in Europa e in America; i dissidi con il fratello Heinrich; i figli. A sessant’anni appena compiuti, possibile che una vita così ricca non abbia altro di fronte a sé questa decisione da prendere, e poi lo spettro del nulla?

Che bel romanzo, appassionato, ha scritto al suo esordio Britta Böhler. Si comincia e non si smette fino alle ultime righe: alla decisione, appunto, che naturalmente al lettore non riveleremo. È un romanzo agile, intenso, nel quale la figura di un personaggio molto famoso, sul quale sono state scritte migliaia e migliaia di pagine (lui stesso non alieno dall’autobiografarsi), è ricostruita mirabilmente. Agli scrittori, per come si conclude, piacerà in particolar modo.


Il Corriere della sera – 22 giugno 2016