TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 17 giugno 2016

Italiani brava gente spietati nei Balcani



Ricostruita la vera storia dell’occupazione fascista in Montenegro dal 1941 al 1943. Una storia di internamenti e rappresaglie a danno dei civili.

Simonetta Fiori

Italiani brava gente spietati nei Balcani


I cattivi sono sempre gli altri. Così ce la siamo raccontata per svariati decenni a proposito dell’occupazione italiana nel Montenegro. Due anni di assedio, repressione e rappresaglie contro i civili tra l’estate del 1941 e il settembre del 1943. Pagine della storia italiana a lungo rimosse, scivolate sotto i più facili pregiudizi contro i Balcani “terra di violenza”, perché altrimenti come giustificare i crimini commessi dai civilissimi popoli occidentali? A rompere un protratto silenzio, nel corso degli anni, sono state le ricerche tra gli altri di Enzo Collotti e di Davide Rodogno.

E ora un documentato saggio di Federico Goddi disegna il tassello mancante, che s’è poi rivelato il cardine dell’intero progetto fascista nei Balcani. Perché proprio in quel piccolo lembo di terra incastonato tra Serbia, Albania e Croazia il regime mise a punto agguerrite strategie repressive che anticipano d’un anno la famigerata circolare 3 C, comunemente considerata l’atto di inizio della politica della terra bruciata.

Grazie a uno sterminato materiale inedito, rinvenuto negli archivi di tre paesi diversi – Italia, Serbia e Montenegro – Goddi ricostruisce un articolato sistema di campi di concentramento in cui gli occupanti chiusero i civili montenegrini solo sospettati o comunque “indesiderabili perché filo serbi o comunisti”. Una politica d’internamento mirata soprattutto ai parenti prossimi dei ribelli, anche donne e bambini ritenuti colpevoli solo per ragioni di sangue, puniti con la fame e con la sete.

«I civili arrestati costituivano una riserva umana per le rappresaglie », racconta Goddi. A un attentato partigiano, le forze armate rispondevano con l’immediata fucilazione dei civili internati. La recrudescenza della violenza fu dovuta anche alla particolare natura della guerriglia partigiana, temibile per velocità e strategia, «attacchi brevi ma violenti, combinati sincronicamente, così da chiudere in una tenaglia psicologica un nemico in preda al panico».

La reazione non si fece attendere. Già nell’agosto del 1941 i provvedimenti militari ordinano rastrellamenti di civili, case incendiate e fucilazioni in caso di mancata collaborazione. Nella repressione si distinsero in particolare due formazioni militari, la Pusteria e la Venezia, i cui generali s’erano formati nelle imprese coloniali d’Africa. Una tragedia umana che lascia ferite profonde nei nostri soldati: dopo l’8 settembre diverse migliaia tra loro sarebbero confluiti nelle file della resistenza jugoslava.

Il lavoro di Goddi è interessante anche perché per la prima volta offre un’analisi sociale dell’ambizioso progetto di Mussolini. L’unico capace di registrarne l’improponibile disegno fu l’emissario della Banca d’Italia le cui note preannunciano la disfatta.

La Repubblica – 12 giugno 2016

Federico Goddi
Fronte Montenegro
LEG
Euro 26