TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 29 giugno 2016

La missione di Gide non rinunciare mai al coraggio di vivere



L’adesione al marxismo. L’opposizione a Stalin L’omosessualità dichiarata. Nei monumentali “Diari” dello scrittore la disciplina di un intellettuale.


Valerio Magrelli

La missione di Gide non rinunciare mai al coraggio di vivere



Innanzitutto, onore alla Bompiani, un editore che, di questi tempi, osa pubblicare il “Diario” di André Gide in due tomi. Un’impresa del genere, inoltre, ha l’ardire di presentarsi armata di un imponente apparato critico. Curata da Piero Gelli (che firma la prefazione e i bei medaglioni sugli “Amici di Gide”), tradotta da Sergio Arecco, aperta da una Cronologia, l’opera segue l’edizione stabilita per la collana Pléiade da Éric Marty e Martine Sagaert (che introducono il primo e il secondo libro), recuperando molto materiale inedito e integrandolo con alcuni scritti autobiografici. Ciò premesso, come affrontare l’immenso Journal dello scrittore che vinse il Premio Nobel 1947?

Sulle oltre tremila pagine del testo ci restano giudizi impressionanti. Albert Camus: «Il segreto di Gide è di non aver mai perduto, in mezzo a tutti i suoi dubbi, la fierezza d’essere uomo»; Ernest Jünger: «Io credo che il Diario sarà indispensabile per tutti coloro che vorranno conoscere nelle sue sottigliezze la struttura della nostra epoca»; Alberto Moravia: «Forse il meglio del libro sta in quel continuo andar contro se stesso e contraddirsi dell’autore».

Il che dimostra come il Diario rappresenti l’opera “capitale” di colui che fu appunto definito il “contemporaneo capitale”, ossia l’autore più influente della prima metà del Novecento. Influente al punto che, quando lo intervistò nel 1928, Walter Benjamin lo paragonò a Wilde e Nietzsche: «Non c’è scrittore in cui energia produttiva ed energia critica siano state più strettamente legate che in lui». Strano ribaltamento, quello che vede Benjamin, considerato oggi fra i massimi pensatori del secolo scorso, accostarsi riverente a un romanziere quasi dimenticato. Infatti il punto è questo: perché mai, anche se nessuno oserebbe collocarlo all’altezza di un Proust o di un Céline, Gide resta imprescindibile?



Secondo Gianfranco Rubino, ciò è dipeso dalla pluralità di aspetti della sua personalità: narratore, saggista, diarista, autobiografo, perfino drammaturgo e infine mentore della Nouvelle Revue Française, il gruppo che svolse un ruolo chiave nella fisionomia nel Novecento. Insomma, a sancire il successo della produzione gidiana non è stato solo il valore estetico, ma anche la suggestione di un messaggio scandaloso, irriverente e liberatorio, teso verso «una decostruzione critica dei valori religiosi, etici, culturali, sociali comunemente ammessi e riveriti». Dunque, se negli anni del Nouveau roman lo scrittore venne ammirato come precursore del metaromanzo o dell’antiromanzo, a ben vedere il suo lascito oltrepassa la sfera estetica, per acquisire una dimensione morale e testimoniale. Possiamo allora intendere Gide come Pasolini?

Difficile arrivare a tanto. Come conciliare l’appartenenza a un’austera famiglia protestante, con il cattolicesimo dell’italiano? Come confrontare una vita di agi, all’estrema miseria vissuta a lungo dal regista di Accattone? Come avvicinare un’onorata vecchiaia, all’atroce omicidio di Ostia? In ogni caso, rimane il fatto che pochi intellettuali ebbero un’audacia paragonabile a quella dello scrittore francese. E bene fa Gelli a indicare in lui il primo letterato capace proclamare la propria omosessualità come non aveva osato fare neppure Wilde, denunciare gli orrori del colonialismo in Africa e infine a rivelare i danni del comunismo sovietico (proprio lui, che dei valori comunisti era diventato la bandiera).

Tra esitazioni e contraddizioni, Gide dipingeva se stesso come una di «quelle creature che non possono crescere senza metamorfosi successive». Logico quindi attirarsi accuse di superficialità o eclettismo. «Il suo è uno spirito distaccato», notava Jacques Rivière, «che non si ferma su alcun possesso. Dà la propria adesione come si dà un bacio; un attimo dopo è pronto a ritirarla». Niente di più vero, e insieme di profondamente ingiusto. Poiché se Gide cambiò idea su molte cose, fu sempre nella direzione meno comoda, e il Diario lo dimostra di continuo. Inutile provare a svalutare il suo ardimento, attribuendolo ai capricci di un ricco alto-borghese. Anche se in forme velate, le sue crociate umanitarie iniziano molto presto, nel 1897, con il messaggio di liberazione lanciato dai Nutrimenti Terrestri («Famiglie, vi odio!»), poi, nel 1914, con la critica del sistema giudiziario affidata ai Ricordi della Corte d’Assise. Arriviamo così al Viaggio in Congo del 1917.



Impossibile liquidare un’esperienza come quella da cui nacque un libro simile, sorta di autentico Bildungsroman. Per un autore di quell’epoca, cinquantenne, benestante e di successo, lasciare Parigi seguendo una spedizione di un anno in Africa equatoriale, non era cosa da poco, e infatti quel soggiorno lo condusse alla conquista di una nuova coscienza politica. Dal suo iniziale, ingenuo contatto con i misfatti del capitalismo, l’intellettuale mosse i primi passi verso la fede marxista. Come sottolineò Franco Fortini, il raffinato dilettante finì per imbattersi non soltanto nel compito di formulare una verità scabrosa, quanto in quello di trasmetterla a un gran numero di destinatari. A tutto ciò corrispose la trasformazione del diario di viaggio, che divenne documento pubblico: «Quale demone mi ha spinto in Africa? Ero tranquillo. Adesso invece so: devo parlare».

E più tardi, fu con lo stesso spirito, che rifiutò di fermarsi sulle proprie convinzioni, di ricevere gli infiniti omaggi dovuti alla sua nuova scelta di campo. Ormai era diventato un simbolo della sinistra. Nel giugno 1935 a Parigi, fu designato presidente d’onore del 1º Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura, davanti a 230 delegati, tra cui Aragon, Babel’, Brecht, Breton, Huxley, Malraux, Klaus e Heinrich Mann, Musil, Nizan, Pasternak, Salvemini e Tzara. Era questa la fama di Gide, quando, tornato dall’Urss, decise di rimettere tutto in questione, per criticare con forza il totalitarismo russo. Combattendo ogni tipo di ipocrisia, il romanziere, leggiamo nel Diario, non esitò ad affrontare la deprecazione pubblica in nome della propria verità.

Lo sterminato Journal parla di molte altre cose: amicizie e inimicizie, amori, letteratura e musica. Tuttavia, il filo conduttore rimane lo strenuo, indefesso processo di autoeducazione perseguito come una missione.

La Repubblica – 25 giugno 2016