TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 21 giugno 2016

Melville-Hawthorne: l'incontro da cui nacque la letteratura americana



Una grande amicizia legò Melville e Hawthorne. L'autore di Moby Dick ebbe sempre un atteggiamento di grande ammirazione per la scrittura dell'amico da cui derivò non pochi stimoli. Il loro incontro rappresentò uno dei pilastri della nascente letteratura americana.


Pietro Citati

Melville stregato da Hawthorne


Chi conobbe Nathaniel Hawthorne, negli anni trascorsi negli Stati Uniti o nel corso dei suoi vagabondaggi in Inghilterra, in Francia e in Italia, credette di incontrare il più delicato e raffinato gentiluomo della Nuova Inghilterra: dove era nato, il 4 luglio 1804, da un’antica famiglia puritana.

Teneva moltissimo, talora persino troppo, alle «maniere irreprensibili»; e se qualcosa lo urtò in Herman Melville, suo grande amico, fu il fatto che fosse «un poco eterodosso in materia di biancheria intima». Come ogni gentiluomo, nascose la sua vita, i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue inclinazioni più intime dietro un muro di invincibile riserbo. Durante le conversazioni, stava sempre girato di fianco, volgendo il capo, senza mai guardare in viso l’interlocutore. Parlava poco, e a voce bassa, di viaggi, di avvenimenti quotidiani, di piccoli faits divers , «evitando di mantenere i propri sentimenti in superficie e a disposizione di tutti».

Se vogliamo compiere un passo avanti nella conoscenza di Hawthorne, dobbiamo leggere il Diario (a cura di Agostino Lombardo, Neri Pozza 1959) e Blithedale. Il romanzo di Valgioiosa , appena pubblicato da Castelvecchi. La grazia di Hawthorne era così squisita ed estenuata che sembrava nascere dal nulla, inseguire ciò che resta nell’aria dei sogni, e imitare i gesti di qualcuno che non è mai esistito. La sua patria non era qui, sulla terra. Viveva qui come se abitasse altrove: perché su questa terra, tra tante tenebre e tanti spettacoli spaventosi, vi è qualcosa che fa ricordare il cielo.



Come scrisse Henry James, pareva uno straniero. «In verità per molti il suo tratto più alto e commovente resta la sua estraneità, dovunque si trovasse. Egli sta fuori di tutto, è uno straniero in ogni luogo». Hawthorne si osservava come fosse un altro. Usciva dal proprio io per guardarsi; e questa scissione dell’io provocava in lui un’autoironia connaturata e profonda. Quest’uomo, che ci era parso così fermamente ancorato nel cielo, ci appare ora incerto di tutto: senza forza e senza sicurezza. Veniva assalito da un vertiginoso sentimento di irrealtà; e gli sembrava di essere un fantasma che corteggiava senza successo altri fantasmi. «Attraverso uno di questi momenti», egli scrisse, «in cui lo spettacolo della vita reale oscilla, stride, crolla, e pare sul punto di essere infranto e disperso».

Talvolta, la nostra impressione è più angosciosa. Con una specie di raccapriccio, Hawthorne avvertiva un senso di freddo in mezzo al calore, e una luce smorzata nella massima luminosità del sole. Capiva che un gelo mortale abitava la profondità del suo cuore: qualcosa, in lui, si era smarrito tra i deserti del polo; portava il ghiaccio nel sangue. Questo era il suo segreto definitivo: il segreto che lo teneva in disparte da tutti gli uomini e da tutte le cose; e lo induceva a chiedersi se il gelo fosse l’unica ragione della sua esistenza, oppure il più grave dei suoi peccati.

Quando Hawthorne pubblicò una raccolta di racconti, Muschi da un vecchio presbiterio , Herman Melville scrisse una lunga recensione sul «Literary World» del 17 e 24 agosto 1850, con il titolo Hawthorne e i suoi muschi . Melville cominciò parlando di sé stesso: «Una stanza tappezzata, in una bella antica fattoria, a un miglio di distanza da qualsiasi altra abitazione, immersa nel verde sino alle grondaie, circondata da monti, antichi boschi e laghetti indiani — questo è, senza dubbio, il luogo in cui scrivere di Hawthorne. Deve esserci una strana magia in quest’aria settentrionale, visto che amore e dovere sembrano invitarmi — insieme — a questo compito. Un uomo dalla personalità nobile e profonda si è impossessato di me in questa solitudine. In me echeggia la sua voce, una voce selvaggia, lontana, magica».



Melville sostenne che Hawthorne era uno scrittore doppio. Da un lato, c’era in lui una tenebra soprannaturale: essa si richiamava alla intuizione calvinista della Depravazione Innata e del Peccato Originale; forse nessuno scrittore aveva agitato questo terribile pensiero con più terrore di Hawthorne. D’altra parte, una dolcissima alba, sempre in movimento, avanzava attraverso di lui, navigando attorno al suo mondo.

Melville non aveva mai incontrato Hawthorne, e pensava che non lo avrebbe mai incontrato. Invece un incontro ci fu: molto presto, nello stesso agosto 1850; i due abitavano a poche miglia di distanza. Cenarono insieme nel settembre: parlando, come scrisse Hawthorne, del tempo e dell’eternità, di questo mondo e dell’altro mondo, di ogni argomento possibile ed impossibile, fino a notte alta.

Hawthorne regalò a Melville una raccolta in quattro volumi di testimonianze sui più spettacolari disastri di mare: tra le quali il resoconto del Naufragio della Baleniera Essex, affondata da una balena . Proprio in quel tempo Melville stava scrivendo Moby Dick , che uscì nell’ottobre-novembre 1851, con questa dedica all’amico: «In segno della mia ammirazione per il suo genio, questo libro è dedicato a Nathaniel Hawthorne».

Quando scoprirono di abitare così vicini, Melville e Hawthorne si incontrarono molto spesso: possiamo ricostruire questi incontri grazie alle bellissime lettere di Melville, mentre quelle di Hawthorne sono perdute. Nella prima lettera, del 29 gennaio 1851, Melville invitò Hawthorne a casa sua. «C’è un eccellente Xeres che vi aspetta, e anche un Porto molto robusto». Mentre bevevano, i due filosofavano e si raccontavano storie: discutevano del Cosmo con una bottiglia di acquavite e dei sigari. «Sono sempre incline a bere — commentava Melville —, quando scambiamo enormi discorsi ontologici». Il nome di Hawthorne significa «biancospino»: Melville giocava sul suo significato, aggiungendo che Hawthorne era un «nome grazioso», mentre Blithedale era un «libro trionfale».

Melville continuò a leggere i libri di Hawthorne con sempre nuovo entusiasmo. Parlando della Casa dai sette abbaini , disse che il libro era come una bella camera antica con ricche tende, dove sono ricamate scene di tragedia: con vecchie porcellane dai motivi rari: lunghi sofa, ammirevoli buffé; e cantine piene di vecchio vino. «Non c’è nulla che preferirei all’idea di consacrare uno studio elaborato e meticoloso all’esame e all’analisi del contenuto e dei significati di ciò che caratterizza tutti gli scritti di Hawthorne».



C’era, nei suoi libri, la ricca e rara essenza, lentamente distillata, di un cuore di alto gusto: un umore nobilissimo e profondo, eppure saporoso: una tenerezza illimitata per tutte le forme d’essere; un amore onnipresente. Forse, a Melville, i libri di Hawthorne non bastavano. Ciò che amava era soprattutto lui, lo squisito e inafferrabile gentiluomo della Nuova Inghilterra. Voleva identificarsi con lui: essere lui. «Mi sono sentito panteista — il vostro cuore batteva nelle mie costole, il mio nelle vostre, e l’uno e l’altro in quello di Dio».

Il rapporto tra i due si allargò, e finì per comprendere le famiglie. La moglie di Hawthorne, Sophia Peabody, che scriveva benissimo, fu affascinata da Melville. Il 4 settembre 1850, dopo aver pranzato con lui, inviò alla madre questo stupendo ritratto, che leggo nel bel libro di Barbara Linati, Frammenti di un sogno . Hawthorne, Melville e il romanzo americano (Feltrinelli, 1982). «Melville è un uomo dotato di una capacità di percezione straordinaria. Quello che mi sconvolge sono i suoi occhi. Non sono grandi e profondi: eppure sembra che a loro non sfugga nulla, fin nei minimi particolari, sebbene siano così piccoli. Quando parla, gesticola moltissimo, strabocca di energia, si perde anche lui in quello che sta raccontando — non ha nessuna grazia e compostezza — poi, di tanto in tanto, la sua eccitazione lascia il posto a una specie di curiosa espressione, straordinariamente calma… Uno sguardo spento, chiuso, ma che allo stesso tempo ti fa sentire che proprio in quel momento, egli ha un controllo totale, assoluto su ciò che gli sta davanti. Più che penetrare in chi gli sta di fronte, questo sguardo sembra ingoiarlo completamente dentro sé stesso».


Il Corriere della sera – 13 giugno 2016