TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 23 luglio 2016

Andare (e mangiare) per Langa



Espressione di una realtà povera (almeno fino a pochi decenni fa), quella di Langa è una straordinaria cucina della sobrietà e dell'inventiva che ha saputo utilizzare al meglio ciò che si trovava a disposizione.

Carlo Petrini

Lavorare stanca ma a volte aiuta a mangiare meglio


Quando Pavese e Fenoglio scrivono delle Langhe a cavallo della Seconda guerra mondiale, raccontano un mondo contadino fatto di lavoro durissimo, in condizioni di mezzadria o direttamente sotto padrone, con piccole e grandi violenze quotidiane figlie di una società maschilista e classista, dove ciascuno deve stare al suo posto e ruscare per guadagnarsi il pane.

Il tema del lavoro è molto presente e spesso va a braccetto con quello del cibo, sia perché portare un pasto caldo in tavola è sovente la preoccupazione principale dei protagonisti, sia perché buona parte di questi, in quanto contadini, producono essi stessi cibo. Un cibo che scandisce le stagioni, regola i rapporti sociali e definisce lo svolgimento di riti e celebrazioni. Un cibo che, anche quando non direttamente al centro del palcoscenico, accompagna costantemente l'azione.

Nonostante la condizione precaria di una Langa contadina ancora ben lontana dal boom degli anni '70 – '80 (peraltro anche trainato in buona parte da vino, gastronomia e, in seguito, turismo a questi legato), su queste colline il mangiare ha sempre avuto un carattere di varietà e di complessità nella semplicità non sempre ritrovabile in altre zone di pianura e soprattutto in città, più penalizzate da condizioni ancora più dure.

    Fritto misto

Ecco allora che i piatti popolari, non uso qui la parola poveri perché a tutti gli effetti erano poveri solo coloro che li preparavano e mangiavano, hanno ancora oggi una forza enorme, sono presenti in maniera massiccia sulle tavole, sono quelli che ancora definiscono la festa, non possono mancare nelle celebrazioni e delineano un immaginario di appartenenza che anche i più giovani condividono, magari anche senza comprenderlo fino in fondo.

Una grande cucina della sobrietà, dell'ottimizzazione di risorse limitate e di valorizzazione del poco. Ma a ben pensarci questo è valido per tutte le cucine contadine del mondo. Perché chi lavora la terra pratica la sobrietà e la misura, conosce il suo ambiente, sa che le stagioni possono essere impietose, che bisogna trarre il massimo anche dai frutti spontanei, che non ci si può concedere sprechi o disattenzioni.

E allora forse nella cucina contadina di Langa possiamo trovare tutte le cucine contadine del mondo, che ci sanno ancora colpire non solo per quella creatività artigianale stratificata in secoli di lavoro e perfezionamento portato avanti da milioni di donne, ma anche e soprattutto perché ci richiamano a quel sistema di valori che le hanno rese possibili e che, a ben vedere, un po' ci manca.


La repubblica – 10 luglio 2016