TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 21 luglio 2016

Carlen-marten e i segreti dell'universo



Un bel racconto di langa. Una storia da un mondo scomparso.

Guido Araldo

Carlen-marten”

“Carlen-marten” era un po’ settimino, un po’ poeta, un po’ filosofo e anche un po’ eretico. Quel soprannome bizzarro gli derivava dalla predilezione per le pere “marten-sec”: una qualità antica, ormai in disuso, ottima al forno con il vino, i chiodi di garofano e lo zucchero. Pere che maturano a San Martino, quando l’estate tenta un ultimo colpo di coda in mezzo all’autunno. A quelle pere “Carlen-marten” attribuiva proprietà terapeutiche. Chissà, forse era un discendente degli antichi aruspici e faceva discorsi strani alla Società Operaia. Diceva ad esempio che Lucifero, il pitosforo, non potesse essere un diavolo giacché aveva portato la luce agli uomini: il lumino della conoscenza.

E poi, con la storia della “luce”, “Carlen-marten” decollava e divagava su Pitagora, che aveva cercato per primo i segreti dell’universo nella logica dei numeri, impregnata di musica e d’armonia: un’armonia che si espande dal fiocco di neve danzante nella tramontana, magia del gelo, alla galassia roteante immensa nel cosmo infinito. Se andava bene, tirava fuori la moderna teoria quantistica “delle stringhe”.

Chissà cosa ci faceva sulle Langhe più alte, ed era un autodidatta che non guardava la televisione. Ripeteva scuotendo il capo calvo: “Meglio lasciar perdere i vaneggiamenti dei profeti, che hanno visto dio dopo aver preso un colpo di sole o un colpo in testa!” ed era palese a tutti a chi si riferisse.
In simili momenti “il capitano Valla” gli ricordava:

“Carlen-marten, se’t fusci viscù zinzent’ägni fâ, e-t’avrìu sbrisciatâ cun Bruno Giurdan o Miché Servét! (Se fossi vissuto cinquecento anni fa, ti avrebbero bruciacchiato con Giordano Bruno o con Michele Serveto), tanto per precisare che il suo destino sarebbe stato segnato sia presso i cattolici che presso i protestanti, tutti intolleranti. Per non parlare degli islamici…



Quando si giocava “au Diau” (al Diavolo) con le carte dei Tarocchi, “Carlen-marten” ripeteva che quelle carte erano “i semi dei magi caldei”. E asseriva con grande convinzione che non fossero adatti al gioco e, tanto meno, alla divinizzazione. A suo parere, già venivano utilizzati dai Romani a questo scopo, e allora citava il poeta latino Quinto Orazio Flacco, tutti stupendo, poiché parlava in latino meglio dei preti:

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios temptaris numeros: ut melius, quidquid erit, pati. (Non ti chiedere, non è lecito sapere, quale fine gli dei hanno stabilito per me e per te, Leuconoe, e non tentare i numeri babilonesi: è meglio sopportare qualunque cosa sarà!)

Secondo “Carlen-marten”, che aveva frequentato il Ginnasio in chissà quale seminario, i “babylonios numeros” erano i Tarocchi: gli Arcani Maggiori, noti anche come i Trionfi. In realtà, spiegava umile, i Tarocchi sono il libro più antico al mondo, fatto di sole immagini e, per questo motivo, da tutti intellegibile; anche se è ermetico e gnostico.

A suo parere a illustrarlo avevano provveduto i “magi sumeri”: gli stessi che avevano popolato il cielo di miti, con lo Zodiaco; la tradizione cristiana vuole siano venuti a rendere omaggio a Gesù Bambino con i doni della mirra, dell’incenso e dell’oro. Tre doni altamente simbolici: allegorie dell’opera al nero, la nigredo, dell’opera al bianco, l’albedo, e dell’opera al rosso, la rubedo. I tre passaggi alchemici alludenti alla metamorfosi interiore: dal piombo della bestialità alloro dell’anima apollinea.

A “Carlen-marten” sembrava di vederli, i magi, sulla sommità della torre di Babele nella città di Ur, capitale del paradiso terrestre citato nella Bibbia, in prossimità della foce di due grandi fiumi: il Tigri e l’Eufrate. Un paradiso che gli uomini, principalmente gli Arabi, hanno finito per trasformare l’inferno in terra.

Altre cose diceva nel crocchio che si formava attorno a lui, sulla panchina della Società Operaia: ad esempio che i “babylonios numeros” andassero “letti” al rovescio, dal 21, il mondo con la Maddalena, il tredicesimo apostolo, all’uno, il Bagatto. E poi il Folle, il Matto, che tale non è, ma finge di esserlo, per mistificare la sua conoscenza ai profani, alla gente qualunque destinata a restare bestia dalla nascita alla morte. L’uomo ha un nemico interiore contro il quale confrontarsi, non combattere: la sua bestialità. Per arrivare alla bestialità, il diavolo, la carta XV, l’uomo o la donna, lasciata la Maddalena, devono scendere agli inferi, come nei riti eleusini, e attraversare le tre porte del sole, della luna e delle stelle… Poi abbandonare la torre del Tempio di Gerusalemme che rovina, con i mercanti e i loro denari che precipitano.



Ed ecco finalmente il pellegrino esoterico di fronte alla sua bestialità. Da qui comincia il percorso vero e proprio, verso la purificazione. La prima virtù che s’incontra è la Temperanza, sintetizzabile nel motto latino “est modus in rebus”; ma, più ancora, la dantesca Matelda che mescola le acque dell’oblio e della rimembranza; di Lete ed Eunoè. Ed ecco la morte simbolica necessaria per attraversare tutto l’inferno del mondo e pervenire alla gnosi: l’uomo appeso a testa in giù sul mondo, il poeta Arnaut Daniel, l’ultimo penitente che Dante incontra nel suo viaggio attraverso l’Inferno e il Purgatorio. «Ieu sui Arnautz qu’amas l'aura e chatz la lebre ab lo bou e nadi contra suberna.» (Io sono Arnaut che ammassa l'aria e va a caccia della lepre col bue e nuota contro corrente). Ma anche l’appeso di François Villon nella sua “Ballade des pendus”

Ed ecco la seconda virtù: la fortitudo, la forza interiore; con la quale è possibile addentrarsi nel vortice dell’universo, lo zodiaco: zoe, vita, e diakos, ruota; con l’abbandono ineluttabile alla ruota dell’alterna fortuna dominata da Tyche bendata, il caso. E’ la ruota del “bonheur” e del “malheur” che oscilla continuamente in su e in giù e tutto macina, alla quale non è lecito sfuggire, alla quale occorre stare aggrappati come i cani della decima carta. Allora si diventa filosofi cinici come Diogene con il lanternino, che nell’agorà di Atene o forse di Corinto cercava l’uomo sotto il sole di mezzogiorno: un po’ eremita e un po’ misantropo.

Ed ecco la terza virtù: la giustizia, che significa soprattutto equilibrio interiore. Soltanto “l’uomo rispettoso della legge” è degno di salire sul simbolico “carro di Giano”: “il settimo numero”, che lo conduce alla bellezza e all’amore, “il sesto numero”, essenza dell’universo. Saper diventare amanti della Natura e della Vita, per arrivare a se stesso, il Bagatto. Ma restano ancora tre porte da attraversare, da superare: la religione, il conformismo sociale e la seduzione dei sensi, per approdare alla gnosi, la Papessa, e finalmente addivenire al nosci te ipsum, al già citato Bagatto; il re magio che sa finalmente leggere il libro misterioso dei “Babylonios numeros”, “per non viver come bruti, ma senguir virtute e conoscenza!”.



A questo punto “Carlen-marten”, giunto al suo terzo bicchiere di vino, si perdeva nei miti e vagheggiava Venere, stella vespertina, nota dai magi caldei con il nome di Merica: la stella del tramonto che aveva guidato la nave di Pinzon, non di Colombo, verso il sole che tramonta, verso il nuovo mondo.

E poi Aurora, nell’altra parte della notte, sempre mattiniera, che non aveva soltanto le dita rosate, ma anche le guance per la vergogna di una peccaminosa scappatella con il bell’Orione: il possente cacciatore. Per l’eternità in cielo finge d’inseguire la lepre mentre, in realtà, rincorrere sporcaccione le sette Pleiadi, vergini illibate, senza mai poterle raggiungere con i suoi due cani da caccia e lo scorpione che lo attende… E poi Maia! Soltanto la poesia degli Achei poteva identificare la stella più splendente in cielo, Sirio, con un’umile cagnolina fedele.