TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 6 luglio 2016

Cesare Pavese Luigi Tenco. Last blues



Poesia e Musica. Uno spettacolo e una riflessione su due grandi protagonisti della cultura italiana.

Pasquale Briscolini

Last blues. Ovvero, più in generale, un tentativo per avvicinarci alla poesia


Nella percezione più banale o più remota (cioè quella che resta dai più lontani ricordi di scuola) la poesia è caratterizzata di solito da due elementi:

  • la rima fra le parole terminali di alcune righe;
  • la presenza di “parole strane”, il cui significato non si capisce subito.
Da bambini, il primo di questi due elementi non dà fastidio, anzi. Non a caso le fiabe più facili che si propongono ai più piccoli sono “le filastrocche”, caratterizzate proprio dalle rime che conferiscono alla lettura una certa “musicalità”. In qualche caso, qui la lettura diventa una vera e propria “cantilena” che i bambini ascoltano con simpatia e memorizzano facilmente.

Ma delle “parole strane” si fa proprio fatica a capire la necessità. Anche perché il passo successivo che il maestro o la maestra proponeva ai bambini e poi richiedeva loro era “la prosa”, e cioè la traduzione della poesia in parole “normali”, messe in modo tale da fornire un significato “normale”. Almeno “una volta”, cioè “un po’ di tempo fa”, a scuola succedeva questo a proposito della poesia.

Allora la domanda sorgeva spontanea nella mente dei bambini (almeno di quelli che qualche domanda cominciavano a porsela da se’, oltre a quelle che in modo quasi rituale arrivavano dal maestro o dalla maestra): “ma perché il poeta ha un modo di dire le cose così strano, da richiedere una traduzione per far capire quello che vuol dire? E se vuol dire quello che poi si capisce dopo la “traduzione in prosa”, non poteva dirlo lui stesso in modo normale? Ma non sarà mica un sadico, uno a cui piace far soffrire la gente?”

Poi il tempo passa, i bambini diventano grandi ma il dubbio resta, anche perché non si hanno poi molte occasioni per poter chiarire, o meglio, per porre la domanda giusta: ma la poesia, cosa è davvero? Anzi, succede più spesso che il dubbio lo dimentichi anche chi l’aveva avuto, perché nella realtà di tutti i giorni di poesia non si parla più, e la riprova sta anche nell’estrema difficoltà che incontra, di questi tempi, chi tenta di pubblicare un libro di poesie.

Questa situazione consolidata innesca quello che si usa chiamare un “circolo vizioso”, che è quella situazione negativa che si stabilisce fra due condizioni per cui una è causa dell’altra e viceversa: in questo caso, il non aver capito cos’è la poesia (di fatto il non capirla) porta a non leggerla; d’altro canto, il non leggerla allontana sempre di più la possibilità di capirla, e quindi di capire “cosa è”.

Naturalmente, qui si parla in modo generico e con  esclusione delle “eccellenze”, cioè di coloro – e ce ne sono, ovviamente – che hanno consuetudine con le poesie (per un proprio talento innato nel capirne il linguaggio o per la fortuna di aver trovato un contesto che ha facilitato loro il compito), però sarebbe bello che questa consuetudine potesse estendersi a tante persone, a tutti coloro che forse la vorrebbero se solo ne intuissero la bellezza.

Per avvicinarci alla poesia, proviamo a servirci di Pavese che – si badi bene –  non ci aiuta direttamente dandoci magari consigli per la lettura o per l’ascolto, ma ci descrive  con grande profondità il suo rapporto con il “fare poesia”. Ci descrive in modo minuzioso il suo processo di produzione poetica, e anche la sua evoluzione all’interno di questo processo.



Ci riferiamo al saggio Il mestiere di poeta, che egli scrive nel 1934 sui tre anni di scrittura di Lavorare stanca. E’ sorprendente pensare che ha solo ventisei anni, e non solo ha già prodotto Lavorare stanca, ma è in grado di sviluppare una tale analisi del suo “processo di produzione poetica”, collegandolo con le sue altre attività e riflessioni. Quindi parliamo di quel livello di “capacità”, non solo nel linguaggio (poetico), ma anche nel meta-linguaggio che serve appunto per parlare e ragionare sul linguaggio.

Intanto egli, che dopo tre anni di lavoro considera ormai chiusa l’esperienza di Lavorare stanca, sostiene e dimostra che non si tratta di un “poemetto” ma che in essa si deve intendere “ogni poesia, un racconto”. In altre parole:


“Come due poemi non formano un unico racconto (si fermano tutt'al più a legami di parentela tra i rispettivi personaggi o consimili ripieghi), così due o più poesie non formano un racconto o costruzione, se non a patto di riuscire ciascuna per sé non finita. Dovrebbe bastare alla nostra ambizione, e basta in questa raccolta alla mia, che nel suo giro breve ciascuna poesia riesca una costruzione a sé stante.

Inizia poi a descrivere il suo processo di creazione, che ha preso spunto da un suo bisogno interiore “prima confuso poi via via più lucido”:

“Il mio gusto voleva confusamente un'espressione essenziale di fatti essenziali” mentre “andava intanto prendendo in me consistenza una mia idea di poesia‒racconto”.

Dopo molti tentativi alla ricerca di questo suo linguaggio specifico, finalmente riesce a trovare soddisfazione: “La prima realizzazione notevole di queste velleità è appunto la prima poesia della raccolta: I mari del Sud”. E spiega anche in che modo e con quali apporti sia passato “da un lirismo tra di sfogo e di scavo” “al pacato e chiaro racconto de I mari del Sud”. Il riferimento è “agli studi e alle traduzioni dal nord-americano”, ai contatti con il dialetto e con la composizione di ballate e canzoni per il soddisfacimento di un pubblico, sul quale aspetto aggiunge: “ragione pratica, questa di un pubblico, che mi pare da supporsi quasi concime alla radice di ogni vigorosa vegetazione artistica”.

Più avanti, particolarmente bella è la considerazione sul come “ravvivare” continuamente una lingua: “considerare ogni specie di lingua letteraria come un corpo cristallizzato e morto, in cui soltanto a colpi di trasposizioni e d'innesti dall’uso parlato, tecnico e dialettale si può nuovamente far correre il sangue e vivere la vita”.

    Alex Raso, Cesare Pavese

Insomma, in un modo o nell’altro, Pavese riesce con la prima poesia della raccolta, I mari del sud, a raggiungere un risultato soddisfacente: “mi ero altresì creato un verso”. Lontano sia dal verso libero, per il quale “mi mancava il fiato e il temperamento per servirmene”, e dai metri tradizionali, “nei quali non avevo fiducia”. “Così, senza saperlo, avevo trovato il mio verso”, “e questo considero il ritmo del mio fantasticare”.

Procede nel racconto lucidissimo della sua ricerca, che passa da una variabile all’altra. E’ riuscito a trovare “un proprio verso per il proprio narrare”, ma “narrare come?”. Riesce a farsi guidare dall’oggetto (di ogni singola poesia), ma poi scopre che l’oggetto stesso diventa troppo importante per essere “ridotto in fantasia”. Scopre allora l’immagine: nel “Paesaggio di alta collina” c’è l’eremita “colore delle felci bruciate”. Si accorge che questo gli accade dopo una “commozione pittorica” dovuta al fatto che poco prima “avevo veduto e invidiato certi nuovi quadretti dell'amico pittore, stupefacenti per evidenza di colore e sapienza di costruzione”.

Poi dall’immagine al rapporto fantastico, e così via. Ma non si può riassumere più di tanto “Il mestiere di poeta”, e sarebbe un peccato insistere: il saggio è da leggere parola per parola per la sua ricchezza e profondità. Certo, non è una di quelle letture che si addicono ai “lettori veloci”, quelli che in una notte leggono un libro e poi – per loro ammissione –  dimenticano tutto. E’ una di quelle letture in cui “le parole vanno fatte parlare”, e non sempre riescono con facilità ad esprimere tutto il potenziale della loro profondità.

Riprendiamo il filo del nostro ragionamento, nel quale ci eravamo posti il problema di avvicinarci alla poesia chiedendoci: “cosa è?”. Carmelo Bene, il grande attore di teatro scomparso ormai da tempo, dà questa definizione: “Poesia è risonar del dire oltre il concetto”.

Anche da queste parole capiamo che c’è qualche altra cosa “oltre il concetto”, e che quindi quella “traduzione in prosa” di cui parlavamo all’inizio sicuramente non basta perché al massimo fa capire cosa il poeta vuol dire, cioè “il concetto”. Oltre a questo, per Carmelo Bene c’è “il risonar del dire”, cioè qualcosa che ha a che fare con il suono della voce di chi legge la poesia, o con il “suono mentale” che deve ri-suonare nella mente di chi la legge anche nella lettura fatta senza voce. C’è poi un’altra considerazione da fare quando ammettiamo di dover andare “oltre il concetto”: se ci fosse solo “il concetto” potremmo dire di impegnare solo la “capacità razionale”, cioè il lato sinistro del nostro cervello, ma Pavese parla di “mistero, commossa perplessità, irrazionale”. Dobbiamo allora ammettere che con la poesia non dobbiamo soltanto “capire” ma dobbiamo “emozionarci”. Quindi, che è impegnata un’altra parte di noi oltre a quella razionale. E’ impegnata – se così possiamo dire – la parte di noi che ci porta a provare emozione.

A noi tutti (o almeno alla maggior parte di noi) capita più spesso di emozionarci con la musica, semplicemente ascoltando canzoni che ci sono particolarmente care o con la “musica colta” per chi ne ha consuetudine.


Mettendo insieme le due considerazioni appena riportate – che con la poesia dobbiamo puntare ad agire anche sul nostro “tasto emozione”, e che con la musica capita più frequentemente di emozionarci ( e quindi di “toccare” consapevolmente o no quel tasto) – la domanda sorge spontanea: perché non utilizzare della musica (opportunamente scelta con un po’ di studio e sperimentazione) per creare un alveo, un contesto, che faciliti la fruizione e l’interpretazione del testo poetico verso l’obiettivo della percezione soprattutto emotiva?

Se l’accostamento poesia-musica e il loro intreccio rientra in questa curiosità generale, c’è almeno un caso particolare di due nostri artisti –  dei due ambiti, poetico e musicale – che esprimono fra i loro ritmi una sicura sintonia. Parliamo di Cesare Pavese e Luigi Tenco, distanti trent’anni esatti come anno di nascita, ma incredibilmente vicini per luogo di nascita, sensibilità e modo di vedere e sentire il mondo.

Sono entrambi legati in modo indissolubile alla terra d’origine. “Queste dure colline che han fatto il mio corpo e lo scuotono a tanti ricordi,…”, dice Pavese in “Lavorare stanca”; e Tenco: “La solita strada, bianca come il sale, il grano da crescere, i campi da arare,….”. Di Tenco sappiamo, peraltro, l’amore per le opere di Pavese: “era un fanatico di Pavese. Abbiamo litigato un sacco di volte su Pavese, io e lui”, dice Gino Paoli parlando di Luigi.

Sulla “sintonia”  fra Cesare Pavese e Luigi Tenco si è parlato addirittura all’Università. “Il corso si propone di analizzare le problematiche esistenziali, psicologiche e sociali nella produzione artistica dello scrittore Pavese e del cantautore Luigi Tenco, entrambi anticipatori della modernità, nella denuncia disincantata del perbenismo ipocrita, della crisi dei valori morali e delle ideologie”: è la descrizione del Corso della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Genova, tenuto dalla Professoressa Graziella Corsinovi.


Ma anche qui, non si tratta di “solo razionale”, ma c’è sotto il ritmo poetico dell’uno e il ritmo musicale dell’altro, una sintonia complessiva che va soltanto “agita, sperimentata” (e non tanto “spiegata”) attraverso un’alternanza fra brani dell’uno e canzoni dell’altro. Quindi fra brani o poesie di Cesare Pavese e canzoni di Luigi Tenco.

E’ per questo che abbiamo lavorato con l’Associazione Musicarte di Lodi alla progettazione di uno spettacolo, che alterna appunto brani di Pavese e canzoni di Tenco, con una sola eccezione, cioè una canzone che non è di Tenco.  Dopo una presentazione del contesto da cui i due artisti provengono - soprattutto con immagini di Santo Stefano Belbo e Ricaldone - lo spettacolo si apre con una canzone scritta intorno agli anni ’60 da Mario Pogliotti e Anton Giulio Perugini, su testo di Cesare Pavese. Mario Pogliotti, scomparso nel 2006, è stato il primo capo-redattore RAI della Valle d’Aosta. Persona di grande cultura e anche musicista, amico fraterno di Piero Angela, ha fatto parte del gruppo dei Cantacronache di Torino, gruppo senza il quale Umberto Eco dice che non ci sarebbero stati i nostri grandi cantautori impegnati. Questa canzone – “Ricordo di Cesare Pavese” (o anche “Un paese vuol dire”) è una perla assoluta e adattissima ai nostri fini. Perché l’alchimia musica-parole che Pogliotti ha creato ci rende un effetto struggente, che pensiamo possa creare l’ascolto più adatto al Pavese-Tenco che ci accingiamo a proporre:

Ricordo di Cesare Pavese (Un paese vuol dire)

Un paese vuol dire non essere soli
Avere gli amici, del vino, un caffè.
Io vengo dalla città
Conoscevo le strade
Dalle buche rimaste
Dalle case sparite
Dalle cose sepolte
Che appartengono a me.

Al di la delle gialle colline c'è il mare
Un mare di stoppie, non cessano mai.
Il mare non voglio più
Ne ho visto abbastanza
Preferisco una tampa
E bere il silenzio
Quel grande silenzio
Che è la vostra virtù.

E in silenzio girare per quelle colline
Le rocce deserte, la sterilità
Lavoro non serve più
Non serve sfiancarsi
E le mani tenerle
Dietro la schiena
E non fare più niente
Pensando al futuro.

La sola freschezza è rimasta il respiro
La grande fatica è arrivare quassù
Ci venni una volta quassù
E quassù son rimasta
A rifarmi le forze
A trovarmi compagni
A cercarmi una terra
A trovarmi un paese
Un paese vuol dire non essere soli...

Lo spettacolo si sviluppa con questa alternanza:

Cesare Pavese
Luigi Tenco
C’è una ragione
da La luna e i falò
Un paese vuol dire
(di Pogliotti – Perugini)
Fumatori di carta
da Lavorare stanca
Danza occitana (strumentale)
Incontro
da Lavorare stanca

Ho capito che ti amo
In the morning you alwais come back
da Verrà la morte e avrà I tuoi occhi

Mi sono innamorato di te

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Io sì
Paesaggio VI
da Lavorare stanca

Vedrai, vedrai
I morti sconosciuti
da La casa in collina

Io vorrei essere là
Io non credo che possa finire
da La casa in collina
Un giorno dopo l’altro
(strumentale)
Lontano lontano
Last blues, to be read some day
da Verrà la morte e avrà I tuoi occhi

Ciao amore, ciao

Riprendiamo Pavese con la frase già citata poco fa, a proposito del pubblico che può condizionare in modo forte: “ragione pratica, questa di un pubblico, che mi pare da supporsi quasi concime alla radice di ogni vigorosa vegetazione artistica”. Nel nostro caso, ben più modestamente, non abbiamo una vera e propria “vegetazione artistica”; pur tuttavia anche per noi quello del gradimento del pubblico sarà il concime per la fragile pianticella del nostro omaggio a Cesare Pavese e Luigi Tenco. Più ancora, per il progetto ben più ambizioso di cercare legami e sinergie fra i ritmi poetici e musicali.