TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 29 luglio 2016

Christopher Isherwood e il cinema



Da Cambridge nella trasgressiva Berlino degli anni Trenta e poi in Cina con Auden fino a Hollywood, vita dello scrittore inglese amato dal cinema (che riprese con successo molti dei suoi romanzi).

Orio Caldiron

Christopher Isherwood e il suo mondo


Quando il 19 gennaio 1939 Christopher Isherwood e Wystan Hugh Auden s’imbarcano sul transatlantico Champlain diretto a New York non prevedono cosa li attende al loro arrivo, ma sanno cosa si lasciano alle spalle. Solo l’anno prima avevano scritto insieme Viaggio in una guerra, il reportage sul drammatico conflitto cino–giapponese, dopo essere stati a Saigon, Hong Kong, Shangai. Ma durante la burrascosa traversata scoprono che ne hanno abbastanza degli ideali rivoluzionari a cui si ispiravano i loro lavori teatrali. Christopher si riconosce piuttosto nel pacifismo, mentre non se la sente più di sacrificare la sua scelta omosessuale ai diktat del Partito Comunista.

Se entrambi amano il cinema, soltanto Isherwood si era misurato concretamente con il mestiere di sceneggiatore quando nell’ottobre 1933 la Gaumont-British gli aveva chiesto di collaborare con Berthold Viertel per Little Friend, in Italia si intitolerà Raffiche, sciropposo dramma di una bambina che tentando il suicidio impedisce il divorzio dei genitori.

Scrittore e poeta, il regista viennese aveva lavorato con Max Reinhardt prima di esordire nel cinema e trasferirsi nel ’27 a Hollywood. «Sono un vecchio Socrate ebreo», dice a Christopher lusingato di essere l’allievo di un maestro così carismatico che farà rivivere in La violetta del Prater (1945), uno dei suoi romanzi più suggestivi. Sul set londinese Berthold parla spesso della sua casa nel Canyon di Santa Monica, al 165 Mabery Road, dove non esita a dare appuntamento allo scrittore.



Negli anni precedenti Isherwood aveva soggiornato a lungo a Berlino, che con il declino della Repubblica di Weimar diventa lo scenario in cui drammi sociali, avanguardie artistiche, trasgressioni sessuali si intrecciano alle sinistre avvisaglie naziste.

Quasi l’ultima frontiera, prima della fine della democrazia e della scalata al potere di Hitler, per sottrarsi all’establishment inglese a cui si era sempre ribellato. Qui incontra quelli che, rielaborati, diventeranno i protagonisti delle sei storie di Addio a Berlino, che esce a Londra nel marzo del ‘39. Sospeso tra autobiografia e affabulazione, il personaggio del narratore è solo «il comodo fantoccio di un ventriloquo».

Quando all’inizio del primo racconto fa l’incauta dichiarazione: «Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto, completamente passiva, che registra e non pensa. Un giorno tutto questo andrà sviluppato, stampato con cura, fissato», si riferisce alla curiosità del narratore sempre all’erta, ma sa perfettamente che gli eventi dovranno essere decantati.

Semmai è piuttosto al cinema e non alla fotografia che la sua scrittura rimanda con la visualità segnata dalla tecnica dell’inquadratura e del montaggio. Nonostante faccia parte della diaspora europea approdata in California, il suo caso è abbastanza atipico nei confronti delle centinaia di sceneggiatori, registi, attori e tecnici in fuga dal nazismo che sono già arrivati o arriveranno di lì a poco nella Città degli Angeli. 

Il tramite con la colonia degli émigrés è Salka Viertel, la moglie di Berthold, amica e sceneggiatrice di fiducia di Greta Garbo. Gli fa incontrare Gottfried Reinhardt, il ventisettenne figlio del grande Max, che da pochi mesi è diventato uno dei producer della Metro-Goldwyn-Mayer. L’inizio alla major – tra un dramma della gelosia e un giallo-suspense – non è esaltante. Il meno peggio dei film a cui lavora è Volto di donna (1941), curioso mélo gotico destinato a rilanciare Joan Crawford. Nel 1948 fa parte dell’équipe incaricata di mettere ordine nella montagna di carte che Gottfried aveva ereditato dal padre per il progetto irrealizzato di Il giocatore di Dostoevskij.



Gran parte della vicenda di Il grande peccatore si svolge al Casinò di Wiesbaden, dove alla mattina prima del ciak, più di ottocento figuranti in costume attendono il regista Robert Siodmak che ha convocato sul set anche decine di compatrioti in esilio. La vecchia dama della società che fuma il sigaro è Else Eims, la madre di Gottfried. Se Ava Gardner fa tappezzeria, la nevrosi di Gregory Peck travolto dal demone del gioco scatena un’iconografia di stampo quasi espressionista.

Negli anni seguenti i malumori dello scenarista sembrano ripagati dall’incontro con Tony Richardson appena arrivato a Hollywood dopo il successo di Tom Jones. In patria il suo bersaglio era stato il conformismo britannico, qui con Il caro estinto (1965), scritto a bordo piscina nella villa del regista, prende di mira i riti funebri della middle class americana.

Mentre Isherwood abbozza i dialoghi,Terry Southern con Vanessa Redgrave, allora moglie di Tony, va in giro per le agenzie di pompe funebri fingendosi una coppia devastata da una recente perdita. Subito dopo il flop di Il marinaio del «Gibilterra» (1967), incomincia a lavorare all’adattamento di Riflessi in un occhio d’oro, uno dei romanzi più visivi della geniale Carson McCullers, perfetto per il cinema. Ma, sorpresa, a sceneggiatura finita, Richardson è sollevato dall’incarico e sostituito da John Huston che ricomincia tutto da capo.



A Broadway trionfa intanto Cabaret, il musical che dopo il debutto nel novembre ‘66 resta in cartellone per tre anni. Lo spettacolo si ispira a Addio a Berlino, filtrato attraverso I Am a Camera, la pièce che negli anni cinquanta ne aveva ricavato John Van Druten con l’esuberante Julie Harris nel ruolo di Sally Bowles.

Come farà Bob Fosse con Cabaret (1972), il film che rinnova il musical in crisi assicurandosi otto Oscar. Se i numeri musicali sono splendidi – accanto alla vibrante Liza Minnelli dai grandi occhi e dalla bocca esagerata, Joel Grey con il suo Money, money, money sembra una citazione di Otto Dix – la storia normalizza in chiave sentimentale l’ambiguità allusiva dei racconti originali. Soltanto Christopher e il suo mondo 1929-1939, uno degli ultimi grandi libri di Isherwood del ’76, rivela i retroscena della rielaborazione romanzesca a cui aveva sottoposto personaggi e vicende del soggiorno berlinese, capovolgendo la reticenza del narratore nella confessione esplicita.

Quando nel 2009 esce nelle sale A Single Man, l’elegante esordio dello stilista Tom Ford con un eccezionale Colin Firth, Christopher Isherwood è ormai diventato un’icona della cultura gay, un punto di riferimento nelle battaglie per la liberazione omosessuale. Il film deve molto a Chris & Don a love story (2007), il bellissimo documentario di Guido Santi e Tina Mascara, in cui la testimonianza più emozionante è quella di Don Bachardy, il pittore americano che ha creato l’Isherwood Foundation, con sede nella casa di Santa Monica dove hanno vissuto dal 1953 fino alla morte dello scrittore.


Il manifesto – 26 marzo 2016