TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 6 luglio 2016

Claudia Ruggerini. Vita di una partigiana



Una donna straordinaria. Claudia Ruggerini, partigiana e neuropsichiatra


Marco Rovelli

Partigiana nella vita ordinaria



Claudia Ruggerini era una bellissima ragazza che a ventun anni decise di gettarsi nella lotta partigiana. E bellissima ragazza è rimasta fino alla fine della sua vita, che ha concluso ieri, a Milano, dove era nata nel 1922. È stata una donna che ha mostrato nella sua esistenza che scegliere è sempre possibile: non solo nei momenti dove la Storia si addensa, come appunto quelli della guerra e della Resistenza, ma anche dopo, quando la vita si fa quotidiana e ordinaria. Una testimonianza di vita, la sua, incredibilmente densa, e fatta di una sostanza etica che ci riguarda tutti, e che tutti dovrebbe continuare a toccare.

Claudia Ruggerini nacque in via Padova 36, che via di immigrati era già negli anni Venti. La sua famiglia veniva da vicino, dalla Brianza: sua nonna era una trovatella, e sua madre aveva fatto la massaggiatrice. Famiglia matrilineare, ché anche il padre socialista non era molto presente: tanto più che quando Claudia aveva dodici anni, lui morì, massacrato di botte dei fascisti davanti a casa. E lei vide il pestaggio dalla finestra.



Nonostante questo, non si sbandò: anzi, era molto studiosa, «una secchiona», come raccontava lei stessa. E fu proprio l’amore per l’arte a costituire l’innesco che determinò la consapevolezza del suo antifascismo: a Venezia, dove sua madresi recava per massaggiare i clienti ricchi, andava nelle chiese, alla Biennale d’arte, e a vedere i film del festival del cinema, che nell’Italietta fascista e provinciale non potevano circolare. Le si dischiusero allora allo sguardo mondi nuovi, nuove possibilità di vita. E quando all’università incontrò Hans, che fu il suo «fidanzatino», e (come avrebbe scoperto solo dopo la guerra) era emigrato da Vienna perché ebreo, tutto fu compiuto: perciò fu naturale, dopo l’8 settembre, diventare la partigiana Marisa. Prima fece la staffetta con la borsa carica d’armi e di documenti verso la val d’Ossola, e poi, aggregata alla brigata Garibaldi, la quinta colonna per conto del Cln dentro San Vittore.

Hans, infatti, era stato rinchiuso lì, e per una serie fortuita di eventi Claudia conquistò la fiducia dei tedeschi che gestivano il carcere. «Vivevo nello spavento», mi raccontò: nonostante lo spavento non mollò, rischiando il peggio. Poi entrò a far parte, unica donna, del comitato di iniziativa fra gli intellettuali che il comunista D’Ambrosio, membro del Cln, aveva messo in piedi. Claudia conobbe bene Vittorini, divenne amica di Alfonso Gatto, e con loro occupò la redazione del Corriere della Sera il 25 aprile, per fare uscire il primo numero del giornale non più fascista.

«L’ultima missione politica – raccontava Claudia – l’ho fatta nel ’53. Quando con D’Ambrosio e Reale siamo andati in Costa Azzurra da Picasso, per convincerlo a prestare Guernica a Milano per la mostra che gli dedicavano a Palazzo Reale. A un certo momento arrivò anche Jean Cocteau. Fu una giornata meravigliosa».



Dopo la guerra, Claudia si laureò con Cesare Musatti, e si avviò alla carriera di neuropsichiatra, per diventare primario di neurologia a Rho. Dove avrebbe fatto un’altra battaglia a tutti gli effetti partigiana, contro le scuole speciali, dove sarebbero dovute andare solo persone con problemi mentali gravi, e dove invece venivano segregati i bambini che arrivavano dal sud che secondo l’amministrazione scolastica non avevano i prerequisiti scolastici. Claudia fece sì che quella pratica di segregazione terminasse, e si praticasse quella che oggi si chiamerebbe «integrazione». «Devi fare il sociale nella comunità: questa è politica. E l’ho sempre fatta. Quindi sì, è stata lotta partigiana anche cercare di far sì che i genitori comprendessero i figli, che i mariti comprendessero le mogli… è stata lotta partigiana benedire le corna della gente senza colpevolizzarle… Avevo una capacità, che è la cosa che ho conquistato: la capacità che la gente fa quello che si sente di fare, che è libera di fare quello che fa, basta che se ne prenda la responsabilità. Io, per me, me la sono sempre presa la responsabilità».

Claudia ci lascia questa eredità: si è partigiani quando si rischia la vita lottando contro i tedeschi, ma anche quando si fa una battaglia educativa antirazzista. Perché l’esperienza del partigianato, tra le tante cose, fu una straordinaria esperienza di fraternità.



il manifesto – 5 luglio 2016