TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 7 luglio 2016

Dino Buzzati, l’ultimo sogno



Rileggendo Dino Buzzati. La dimensione fantastica e surreale caratterizza le sue tavole a colori oltre che alcuni dei suoi romanzi tra cui non mettiamo "Il deserto dei tartari", opera per noi di un realismo esistenziale assoluto.

Orio Coldiron

Dino Buzzati, l’ultimo sogno


Quando nel dicembre 1946 con il taccuino in mano va al numero 40 di via San Gregorio a Milano, Dino Buzzati non sa ancora che si troverà di fronte alla sua prima scena del crimine. Sinistra e atroce come poche altre nella cronaca nera, tornata alla ribalta dopo il lungo silenzio stampa del regime fascista. Non è facile trovare le parole per il delitto di Rina Fort, la friulana trentunenne che approfittando dell’assenza dell’amante sale nel suo appartamento dove a colpi di spranga massacra per gelosia la moglie e i tre figli. Superato l’orrore, scrive alcuni dei suoi articoli più celebri seguendo il caso dall’arresto al processo.

Grande giornalista, affiderà alle colonne di piombo del “Corriere della Sera” – in cui è entrato nel 1928 a ventidue anni – i servizi sull’omicidio di Villa d’Este, il caso Fenaroli, la rapina di via Montenapoleone, l’arresto della banda Cavallero, il disastro del Vajont, la morte di Marilyn, l’assassinio di Kennedy, la strage di Piazza Fontana. Se è lui a rievocarli, non c’è differenza tra gli efferati delitti da prima pagina e le tragedie più sconcertanti perché diventano subito racconti in grado di coinvolgere il lettore, di fargli sentire sulla pelle il carattere disturbante dell’accaduto, mentre sullo sfondo incombono le segrete angosce del mondo.

Schivo, elegante, distaccato, è un mostro di bravura, può scrivere di tutto, dal Giro d’Italia, irresistibile il suo elogio delle gambe permalose e stanche degli eroi della bicicletta, alle trasferte a bordo delle volanti della polizia per vivere in diretta le notti della metropoli assediata dalla nuova criminalità e dai soprassalti improvvisi della violenza.

Giornalismo e letteratura procedono assieme, sono aspetti inscindibili della strategia narrativa in cui la cronaca lievita in mito, l’immaginario reimpagina le suggestioni della realtà, alimentando la dimensione fantastica sin dentro il quotidiano. Nelle forme dell’allegoria e della favola, i suoi due primi libri, Barnabo delle montagne (1933) e Il segreto del Bosco Vecchio (1935), rimandano al legame profondo con la montagna: “Le impressioni più forti che ho avuto da bambino appartengono alla terra dove sono nato, la Valle di Belluno, le selvatiche montagne che la circondano e le vicinissime Dolomiti. Un mondo complessivamente nordico al quale si è aggiunto il patrimonio dei ricordi giovanili della città di Milano, dove la mia famiglia ha sempre abitato d’inverno, nella casa di piazza San Marco, tra corso Garibaldi e piazza Castello”.



Il grande successo arriva con Il deserto dei Tartari (1940), il suo romanzo più significativo che ripercorre l’avventura del tenente Giovanni Drogo in servizio alla Fortezza Bastiani, l’ultimo avamposto alle soglie del deserto. Non sorprende che l’affabulazione prenda il via dall’autobiografia del cronista smarrito negli ingranaggi delle frustante monotonia redazionale, per cui la mitica fortezza rimanda, chi l’avrebbe detto, ai gelidi stanzoni del “Corriere” di via Solferino, restituendo perfettamente il clima italiano tra le due guerre, il tempo sospeso di un mondo chiuso in se stesso con le sue attese e i suoi trasalimenti.

Se fin da ragazzo ha sempre mescolato parole e immagini, il colpo di fulmine coincide con la scoperta di Arthur Rackham, il grande illustratore inglese che sembra dar corpo alle più intime fantasie dell’adolescente nei cui disegni spuntano rupi minacciose, guglie aeree, terrificanti abissi. La famosa invasione degli orsi in Sicilia appare a puntate sul “Corriere dei Piccoli” nel 1945.

La favola degli orsi che scendono dalle montagne e conquistano la città è felicissima per la ricchezza delle trovate e la leggerezza del racconto. Nelle tavole a colori si scatena l’estro del gioco, del puro divertimento, tipico di chi se ne infischia allegramente dell’impegno neorealista. Negli anni successivi scrive decine e decine di novelle, altrettante performance di alta acrobazia segnate dal senso d’angoscia, di rischio, di pericolo. Nei casi migliori il grande storyteller padroneggia con abilità il crescendo d’attesa e d’inquietudine, parte dal plausibile e va verso l’irreale. La scrittura si fa volutamente semplice, dimessa, burocratica. Se è abusato il richiamo a Kafka che lo perseguita come una maledizione, si avvertono piuttosto gli echi di Poe, Hoffmann e Conrad.



Un amore (1963) segna il ritorno al romanzo che fa scandalo per la scabrosità erotica della vicenda d’ispirazione in parte autobiografica. Nell’amore-passione dell’architetto Antonio Dorigo per la giovanissima squillo Laide si ritrova il tema della progressiva scoperta di sé tipico dell’autore, insieme alla rappresentazione di una Milano segreta, ambigua, misteriosa. La vera novità è che al centro di tutto s’impone per la prima volta l’immagine forte, devastante della donna come malattia, salvezza e dannazione, desiderio e solitudine, principio e fine.

Borghese stregato, stregato ma borghese, Dino Buzzati fatica a convivere con Buzzati Dino come il Dottor Jekyll aveva qualche problema con Mister Hyde, ma sa come uscirne: “L’unica, per salvarmi, è scrivere. Raccontare tutto, far capire il sogno ultimo dell’uomo alla porta della vecchiaia. E nello stesso tempo lei, incarnazione del mondo proibito, falso, romanzesco e favoloso, ai confini del quale era sempre passato con disdegno e oscuro desiderio”. Il libro ha gli accenti dell’autoanalisi dove con il fai da te della psicoanalisi selvaggia il protagonista si rivela a se stesso nella sua disarmante fragilità.

Senza l’impietosa denuncia della malattia non si capirebbe neppure l’esorcismo salvifico di Poema a fumetti, che esce con grande scalpore nel 1969, sconcerta i critici ma sfonda in libreria. Sulla storia di Orfi, che attraverso la piccola porta di via Saterna scende nell’aldilà per riprendersi Eura, aveva lavorato due anni, realizzando più di duecento tavole zeppe di citazioni e omaggi. Nel colophon si ringraziano, senza distinguere cultura alta e pratiche basse, Dalì, Friedrich, il magico Rackham, il simbolista Greiner, il Murnau di Nosferatu, Wilhelm Busch di Max und Moritz, i ragazzi dispettosi del protofumetto, Achille Beltrame della “Domenica del Corriere”, il fotografo Irving Klaw, i tre architetti Belgioiso, Peressutti e Rogers della Torre Velasca di Milano, attorno a cui svolazzano le diavolette impudiche. Ma sono molti di più i riferimenti sottotraccia che rimbalzano da una pagine all’altra, da De Chirico a Munch, da Escher a Breton, da Magritte a Lichtenstein, senza dimenticare l’amato Diabolik e gli eccessi visivi delle sexy-eroine in nero. Ma insomma che cos’è Poema a fumetti? Un film spiaccicato sulla carta? Uno storyboard? Un oggetto misterioso che apre la strada alla graphic novel?

La passione per la pittura si ritrova in I miracoli di Val Morel, l’ultimo libro che esce nel 1971. Spiazzante galleria di ex-voto per i prodigiosi miracoli attribuiti a Santa Rita da Cascia, è un racconto in trentanove capitoli risolti più con le immagini che con le parole. Le tavole sono strepitose, altrettante istantanee dell’impossibile, popolate di personaggi e apparizioni dove il gusto naïf, e finto naïf, convive con l’allusione maliziosa e la citazione erudita.

Come dimenticare il mostruoso colombre terrore dei mari, il gatto mammone che spaventa le contadine, il diabolico porcospino che tenta il monsignore, il formicone libidinoso, il robot intraprendente, gli incubici vespilloni, i diavoletti manigoldi, i marzianetti all’assalto, le formiche mentali, i gatti vulcanici? Se affrontando le proprie ossessioni ha cercato di sconfiggere la malattia, lo scrittore-pittore ringrazia per la guarigione e festeggia il miracolo della vita con lo stupore contagioso di sempre.

Nell’insolito poema a fumetti di pochi anni prima non mancava neppure qualche scheggia del lavoro a quattro mani con Federico Fellini per Il viaggio di G. Mastorna, il film sull’aldilà sempre rimandato e poi scaramanticamente messo da parte. Il suo primo contatto con il cinema risale a Il postino di montagna (1951), il bel documentario di Adolfo Baruffi dedicato a un minuscolo paese nel cuore delle Dolomiti.



Nello spolvero delle uniforme austroungariche e degli impeccabili sbattere di tacchi, è molto buzzatiano Il deserto dei Tartari (1976) che Valerio Zurlini gira con sontuosa lentezza quando finalmente a Arg-e-Bam nell’Iran sud-orientale trova il vecchio presidio militare che assomiglia alla Fortezza Bastiani. Il romanzo l’avrebbero voluto portare sullo schermo in tanti – Miklòs Jancsò, Michelangelo Antonioni, Jorge Semprun, Franco Brusati – ma prevale la tenacia di Jacques Perrin che si assicura i diritti e il ruolo di Drogo.

Ha i suoi estimatori anche Il segreto del Bosco Vecchio (1993), il cinguettante cartone animato firmato Ermanno Olmi con un Paolo Villaggio da teatro kabuki. Il migliore? Barnabo delle montagne (1994) di Mario Brenta. Severo, asciutto, essenziale come una scalata in quota, dove la magia nasce dalla fatica della realtà.


Il Manifesto – 25 giugno 2016