TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 24 luglio 2016

Gestapo. La polizia segreta nazista



Uno studio ricostruisce la storia della Gestapo, la polizia politica nazista. Ne emerge uno spaccato della società tedesca degli anni Trenta e soprattutto delle forme diffuse di consenso nei confronti del regime hitleriano.

Guido Caldiron

Una vasta opera di delazione

Per quanto paradossale possa apparire a prima vista, il recente studio dedicato dallo storico britannico Frank McDonough alla polizia segreta del Terzo Reich più che documentare gli orrori di cui si rese protagonista quel settore dell’apparato repressivo nazista, tema per altro ben documentato nel volume, ci restituisce uno spaccato della società tedesca dell’epoca evidenziando le diverse forme di consenso che agirono nei confronti del regime hitleriano.

Già autore di diverse opere dedicate al nazionalsocialismo, in Gestapo. La storia segreta (Newton Compton, pp. 282, euro 12,00), McDonough analizza infatti la formazione e il funzionamento di quel corpo di polizia che ebbe un ruolo decisivo dapprima nell’eliminazione degli oppositori interni di Hitler e quindi nello sterminio ebraico, alla luce della sua stretta relazione con i meccanismi di funzionamento della realtà sociale e delle dinamiche interne alla Germania degli anni Trenta.

Basandosi sull’ampia mole di documenti, oltre 73 mila dossier, relativi ad altrettanti fascicoli aperti dalla Gestapo nei confronti di presunti oppositori del nazismo e di «nemici della razza», ancora oggi disponibili presso gli archivi di Düsseldorf, lo studioso arriva così ad evidenziare «quanto fosse forte il sostegno popolare al lavoro della polizia segreta» e quanto fuorviante dal punto di vista storico sia invece l’immagine comunemente diffusa di un apparato «in grado di imporre la propria volontà su una popolazione terrorizzata».

Nata nel 1933, la Gheim Staatpolizie, polizia segreta di Stato, abbreviata in Gestapo, divenne di fatto la «polizia politica» del regime cui fu demandato il compito di eliminare l’opposizione, soprattutto comunisti e socialdemocratici ma anche membri delle chiese evangelica e cattolica, gli elementi «antisociali» come rom, omossessuali e malati di mente, e, in seguito alle leggi razziali di Norimberga del 1935, gli ebrei che nella maggior parte dei casi furono, in Germania come nei paesi occupati durante il conflitto, arrestati e deportati verso i lager proprio dagli uomini di questo corpo di sicurezza.

Nata a partire da una precedente struttura di polizia politica che operava in Prussia fin dal 1918, e inglobando perciò anche un certo numero di agenti già in servizio al momento dell’ascesa al potere di Hitler, la Gestapo divenne rapidamente un settore di primo piano della macchina repressiva nazista e vide affluire molti giovani di «belle speranze» desiderosi di una rapida e brillante carriera. Al punto che «nel 1938 il 95% dei direttori regionali della Gestapo avevano preso il diploma; l’87% si era in seguito laureato e una metà di questi aveva poi conseguito anche il dottorato».

In altre parole, perlomeno i vertici medio alti del corpo rappresentavano un campione significativo del consenso che la borghesia tedesca esprimeva nei confronti dello Stato nazista.



Un’altra, e ancor più sinistra evidenza riguarda la constatazione che buona parte dell’attività della polizia segreta, a partire proprio dall’individuazione dei «sospetti», fu resa possibile dalla collaborazione attiva della popolazione.

Infatti, segnala McDonough, «si calcola che il 26% di tutti i casi di indagini avviati dalla Gestapo partissero dalla denuncia di un cittadino comune. Per converso, solo il 15% di essi muoveva dalle attività di sorveglianza della polizia segreta».

Una vasta opera di delazione che attraversava l’insieme della società tedesca dell’epoca, anche se «era raro che un cittadino delle classi superiori o della borghesia istruita riferisse un comportamento di dissidenza» verso il regime, mentre invece «gli appartenenti alla piccola borghesia o alla classe operaia erano ben rappresentati fra coloro che presentavano denunce».

Inoltre, un’analisi su un campione di 213 denunce esaminate dallo studioso, «ha mostrato che nel 37% dei casi qualcuno denunciava qualcun altro per risolvere un contrasto personale».

I «buoni cittadini», vale a dire coloro che non rientravano in nessuna delle categorie ritenute pericolose o tout-court nemiche della Germania nazista, non solo non sembravano temere gli uomini della polizia segreta, ma anzi vi facevano ricorso per regolare attraverso la delazione una qualche controversia di natura privata.

Una considerazione, insieme agli effetti perversi della Guerra fredda, che a detta di McDonough forse aiuta a spiegare anche il perché malgrado la Gestapo sia stata definita nel primo processo di Norimberga come «un’organizzazione criminale» al pari delle SS, dopo il 1945 «vennero reintegrati in occupazioni del servizio pubblico circa il 50% degli ex agenti della polizia segreta» e anche coloro che «non trovarono una nuova occupazione non ebbero difficoltà a farsi assegnare una pensione generosa».


Il Manifesto – 24 giugno 2016