TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 20 luglio 2016

I segreti del Quarto Reich



«I segreti del Quarto Reich» di Guido Caldiron, edito da Newton Compton. Fuoco del libro sono le Ratlines, i circuiti di salvataggio di nazisti e fascisti dal 1945 in poi.

Claudio Vercelli

La fitta trama dell’impunità criminale


C’è molto di vecchio nel «nuovo». Il neofascismo internazionale non è la pedestre e pedissequa ripetizione dei regimi storici, a partire da quello italiano, ai quali comunque dichiara apertamente di ispirarsi. Tuttavia ne recupera molti dei motivi politici e degli aspetti antropologici. Lo fa adattandosi, come una sorta di organismo che sa affrontare il trascorrere del tempo senza per questo esserne messo in discussione una volta per sempre. La forza che lo accompagna, la cui origine data al momento stesso in cui la destra antidemocratica e reazionaria si costituì in campo politico, ossia capace di attrarre consensi al di là dei sui tradizionali interlocutori di ceto, è l’essersi ibridato al meccanismo dell’esistenza a rete, ovvero il costituire una sorta di network sovranazionale.

Di questo e di altri elementi Guido Caldiron, vivace pubblicista che da sempre è abituato a scandagliare il variegato universo del radicalismo di destra, ci restituisce un ampio e documentato resoconto nel suo I segreti del Quarto Reich(Newton Compton, Roma 2016, pp. 478, euro 12,90). Il fuoco della sua ricerca è soprattutto il sistema delle Ratlines, il circuito di salvataggio dei criminali nazisti e fascisti che dalla primavera del 1945 in poi fu attivato, non prima che questi si assicurassero l’effettiva operatività delle vie di fuga, qualora l’esito della guerra di sterminio che avevano scatenato si fosse rivelato a loro sfavorevole.

Dalla ricostruzione di Caldiron emerge quindi un sistema integrato di compromissioni, solo in parte riconducibili a soggetti legati direttamente ai regimi dell’Asse e ai movimenti collaborazionisti. Piuttosto, ed è l’elemento più inquietante, è come se una complessa e composita intelaiatura, preesistente alla sconfitta bellica, avesse funzionato pressoché da sempre per poi garantire a molti l’impunità. Non malgrado o in deroga alla legge e al senso della giustizia ma grazie anche alla capacità di piegare l’una e l’altro ad interessi inconfessabili.



Processi rigenerativi

C’è un aspetto di coerenza e di costanza «tecnica» nei percorsi tortuosi del lungo dopoguerra del nazionalsocialismo: i soggetti, le modalità, il luoghi, gli strumenti, i tempi in con cui le «linee dei ratti» furono attivate. Ma sussiste anche un elemento di solidarietà politica, che è il vero nodo che il volume di Caldiron solleva a più riprese. Non si tratta di sperticate lodi, di pubbliche manifestazioni di plauso bensì di una sorda connivenza, a più livelli, basata su tatticismi, opportunismi, reciprocità dirette o indirette.

Più che fare una mera rassegna di quanti si compromisero direttamente nella copertura dei criminali in fuga, aspetto che nel libro è pur ben segnalato, quel che inquieta, dalla sua lettura, è il prendere coscienza della prosecuzione del nazifascismo in assenza dei regimi nei quali si era storicamente incardinato.

Il concetto di rete (organizzativa, politica, solidale) è quindi non solo un fatto materiale ma un atto politico che arriva, per più aspetti, fino ai nostri giorni, intersecandosi con i processi rigenerativi del neofascismo che l’autore ha già diffusamente trattato in altri testi antecedenti a quest’ultimo. Non si tratta di ravvisare in ciò una sorta di contro-storia da anteporre o, magari, contrapporre a quella «ufficiale». Semmai si tratta di una sovrapposizione tra la legalità e la legittimità delle scelte operate con il 1945 dai paesi vincitori della Seconda guerra mondiale e il persistere di ampissime zone grigie, spesso ibridate con la stessa politica delle classi dirigenti nelle nazioni che furono parte della coalizione antifascista. A conti fatti, di nascosto non c’è poi neanche troppo. Si tratta semmai di processi di convergenza tra interessi e attori diversi, alcuni di essi anche dichiaratamente «democratici», che trovano un elemento accomunante, a guerra mondiale oramai da tempo conclusa, nell’azione di salvataggio, tutela e valorizzazione, di una sorta di competenza politica che il nazismo aveva sviluppato come una specie di brevetto originale. L’ottica anticomunista è un tratto senz’altro dominante, quanto meno come movente di fondo, ma da sé non basta a giustificare la somma di azioni che furono attivate per garantire l’impunità dei tanti.

È come se in alcuni casi si fosse esercitata una specie di disgiunzione tra l’opposizione militare, i combattimenti in armi, l’una e gli altri esauritisi sui campi di battaglia nel maggio del 1945 e, su un altro versante, un giudizio politico che faticava invece a tradursi in una coerente prosecuzione della lotta contro i fascismi. L’acquiescenza per i regimi autoritari che proliferarono nel Mediterraneo si inscrive in questa logica.



Miti per proseliti

Il vero cono d’ombra sta, in fondo qui: l’utilità politica dell’ombra del nazifascismo nella ricostruzione degli equilibri postbellici e nel loro mantenimento nel corso del tempo. Così come la costruzione di una mitologia di sé, anche nel momento della sconfitta, di cui la destra radicale da sempre è maestra, attraverso la quale risorge come un’araba fenice ed esercita la sua azione di proselitismo. È un tema, quest’ultimo, che Caldiron affronta a tratti.

All’afflato eroico il fascismo risorto affianca l’autonarrazione vittimistica, dando origine ad un doppio dispositivo di identificazione che riduce la politica non solo ad esercizio di sopraffazione ma anche ad esaltazione della morte, in avversione verso ogni forma di diversità umana e culturale. Un tratto pericolosamente fascinoso, quest’ultimo, che si è traslato nei fondamentalismi e che sta pericolosamente infettando i populismi europei, essendone il vero orizzonte di senso. Più che con un libro di storia, quindi, abbiamo a che fare con uno strumento di indagine sulle fonti dell’odierno radicalismo ideologico e mentale.


Il manifesto – 2 luglio 2016